Adriano Tarullo: il suo “Felice A(p)pagamento”

Adriano Tarullo intervistato sul suo nuovo disco Anche io voglio la mia auto blues. Una bella retrospettiva di usi e costumi tutti italiani…

Dalla montagna della bellissima provincia italiana al resto del nostro bel paese… ma con moderazione e senza far troppo rumore. E questo non perché non lo voglia o non lo meriti, anzi… ma per una conseguente complicità di ingredienti. Un posto incantato da cui provenire che rapisce inevitabilmente e un’Italia sempre poco attenta alla grande musica del sottobosco che vive e prolifica spesso di autori di livello. Tra le pagine del Premio Tenco 2014, tra i candidati delle Targhe come miglior disco in dialetto, trovo l’abruzzese Adriano Tarullo con il disco “Anche io voglio la mia auto blues”. Una bella retrospettiva di usi e costumi tutti italiani, protagonisti di una crisi economica e sociale. Ma anche momenti di vita semplice, il gioco della provincia e quel gusto antico delle cose, danzando tra dialetto nostrano e canzone d’autore di antiche scuole famose. Nella tracklist del disco di Adriano Tarullo anche rivisitazioni di antichi canti pastorali che rivisita e che arricchisce anche con preziosi reperti di audio originale. Emozionante davvero. Ma più di tutte è il Blues a far gli onori di casa, impronta e marchio di fabbrica di questo cantautore, elemento di pregio con cui condire anche i suoi brani più “pop” come primo singolo estratto “Felice A(p)pagamento” o anche la title track del disco. A distanza di tempo dall’uscita di questo lavoro, ci piaceva incontrarla, anche se virtualmente. Ecco l’intervista per gli amici di Blog Della Musica

Cantautore e cantastorie. Secondo te qual è la differenza e tu a quale categoria preferisci appartenere?
Il cantastorie era un artista di strada che, attraverso il canto, raccontava necessariamente storie, sia di propria invenzione, sia rimodellate a suo piacimento. Il cantautore può tranquillamente sottrarsi dal racconto. Generalmente non ho cantato delle vere e proprie storie ma credo che il modo più efficace per rendere come cantautore sia proprio quello, anche nella forma canzone come la concepiamo nel nostro tempo. Questa è la direzione che sto prendendo nelle ultime canzoni che ho scritto ma non mi definirei mai un cantastorie.

“Anche io voglio la mia auto blues” è un bel disco di storie e di canzoni. A distanza di tempo come appare ai tuoi occhi e al tuo ascolto? La prima cosa che cambieresti?
Forse è ancora un tempo troppo limitato per trarre delle conclusioni, ci vorrebbero più di due anni e qualche altra pubblicazione. In questo album non sempre ho raccontato storie. Forse l’elemento che manca è la continuità. Ci sono accenni di blues ma non è un album di blues. Ci sono canzoni in dialetto, altre in italiano. Però tutto fa parte della mia personalità musicale, ho difficoltà a contenerla. Qualcosa si poteva far meglio ma altre cose non sarei riuscito a farle meglio.

Un disco che tra l’altro è stato anche bel segnalato dalla giuria del Tenco 2014. Secondo te in conclusione ha avuto lo spazio che meritava? E in generale i dischi di oggi ne hanno?
La segnalazione del Tenco mi ha fatto molto piacere. Però credo che in questo momento la manifestazione, come la così detta canzone d’autore, non se la stia passando bene. Non è un caso che Guccini, che vi ha partecipato sin dall’inizio, ha dichiarato che non è più tempo per cantautori. In questo tempo, quello che più conta è essere famosi, in questo modo si trova spazio ovunque. Puoi essere famoso e avere spazio anche in contesti destinati alla musica, anche se con la musica hai poco a che fare. Mi pare che le canzoni abbiamo un peso molto ma molto minore.

Dalla provincia al resto d’Italia. Oggi la grande città continua ad avere il ruolo nevralgico che ha sempre avuto oppure, tu ci insegni probabilmente, che dalla provincia si può e si deve raggiungere il resto del nostro bel paese?
La provincia è un luogo d’ispirazione, un elemento di genuinità, di sincerità da cui attingere nel momento della composizione. La città rimane senza dubbio il luogo dove poter lavorare, ricevere maggiori scambi tra gli addetti al lavoro e appassionati. La provincia in tutto questo non aiuta.

Canzoni nuove? Un anno ricco di ispirazione oppure, da cantautore, ti sei preso un periodo di riflessione?
Non ho smesso di scrivere canzoni, anzi ho un album da registrare. Ci vuole un po’ di tempo per avere delle canzoni degne di essere pubblicate, altrimenti si rischia di creare solo riempitivo. Sarà un album in italiano, in cui racconterò storie o personaggi ben precisi.

In ultimo, tirando le somme e parlando dell’Artista e del disco: che senso restituisci a questo mestiere che oggi, purtroppo, non può più chiamarsi tale?
In realtà ci sono artisti che continuano la loro attività lavorativa. È pur vero che sfruttano la fama degli anni precedenti ma ci sono anche cantautori non blasonati che riescono a sudarsi il loro stipendio. Quello che manca è l’attenzione rivolta alla figura del cantautore e in genere alla musica, soprattutto a quello che è nuovo, inedito. Un’attenzione tale che possa rendere uno scrittore di canzoni anche un artista…sempre che riesca a dimostrarlo. Per quello che mi riguarda, ho prima di tutto una necessità: scrivere canzoni, scrivere musica. Questo è un punto di partenza. Il fatto di pubblicare un disco è un fatto concreto che da forma e sostanza alle canzoni. Riuscire a relazionare questa attività con il denaro, e quindi farlo diventare un mestiere, per me ha ancora un senso; anche se delle volte ci si ritrova a suonare in location non adatte. Il senso è dovuto nelle volte successive, in determinati contesti che restituiscono una dignità, a se stessi e soprattutto alle canzoni.

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