INTERVISTA | NAPO: La musica non è finita!

Sarà il cantautore genovese Alberto Napolitano, in arte Napo, a dare voce alle parole di De Andrè nello spettacolo di arti varie “Scatole d’argento”, in programma il prossimo 4 agosto a Cossoine, in provincia di Sassari. Al Blog della Musica lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sulla sua lunga e prolifica carriera

Negli anni NAPO ha collaborato con autentici mostri sacri della musica italiana- tra gli altri Armando Corsi, Mario Arcari, Giorgio Cordini, Ellade Bandini, Pier Michelatti, PFM, Enrico Ruggeri, Andrea Mirò- e calcato palchi prestigiosi, dal Rolling Stone di Milano al Teatro Carlo Felice di Genova.

Ha all’attivo sette dischi, di cui due contenenti brani originali, e vanta una intensa attività concertistica in Italia e all’estero.

Il suo storico tributo a Fabrizio De André, Napo canta De Andrè, lo vede nelle veste di interprete e non di “impersonator”. Al di là della somiglianza timbrica, Napo sembra affiancare a una affinità quasi archetipica con Faber, lontana da sterili tentazioni emulative, una vena seminale, profondamente inedita.

Buongiorno NAPO e grazie di aver accettato il nostro invito. Lei è indubbiamente tra le più autorevoli voci legate a Fabrizio De Andrè; la somiglianza timbrica con Faber ha rischiato, negli anni, di diventare un’arma a doppio taglio? Come ha scongiurato il rischio di cadere nell’emulazione sterile?

Vero, non nego di averci marciato i primi anni, è grazie a questa somiglianza che ho avuto l’opportunità di uscire dai locali di provincia per approdare alle piazze ed ai teatri, poi però alle prime grandi occasioni si è rivelato un limite. Eppure faccio di tutto per evitare l’imitazione, da più di vent’anni evito di ascoltare la sua voce e soprattutto evito il “tributo” alla persona. Diciamo che mi concentro sui contenuti delle canzoni e sono io che le sto cantando, con la mia storia e la mia sensibilità.

Gli Endegu – si legge nel suo sito ufficiale furono una sorta di evoluzione delle Buonenuove…qual è l’elemento distintivo delle due formazioni?

Le “Buonenove” era uno dei primissimi gruppi omaggio a De André, creato pochi mesi dopo la sua scomparsa, eravamo tutti giovani, dilettanti e con poca personalità. Eppure piacevamo tantissimo, forse proprio perché eravamo tutti “a servizio”, forse perché era un vero e proprio “tributo”, senza riarrangiamenti e senza velleità artistiche. Il progetto stesso era a termine, voleva concretizzarsi in un solo concerto e poi ognuno sarebbe tornato sulla propria strada. Quando poi ci siamo resi conto che la cosa funzionava e ci chiamavano da ogni angolo d’Italia i nodi sono venuti al pettine, ci voleva del professionismo per andare avanti così ho creato gli “Endegu”, un gruppo più snello e con alcuni musicisti molto promettenti con i quali ricordo di aver fatto un contratto sulla base delle esperienze precedenti. Abbiamo iniziato a rivisitare i brani ed adattarli alle nostre caratteristiche, abbiamo creato un nostro sound riconoscibile, avevamo personalità insomma.

Nel 2005 è stato chiamato dal bassista storico di De André, Pier Michelatti, come voce della sua band, i “Faber per Sempre”, tuttavia dal 2009 ha preferito  continuare col suo progetto di rivisitazione e riarrangiamento. Ci spiega le ragioni di questa scelta?

Sì, il 2005 è stato un anno particolare, sono stato chiamato da tanti grandi musicisti per cantare Faber ma il progetto più “solido” e credibile mi sembrava quello di Pier. Mi sono ritrovato per la prima volta in un ambiente serio, esattamente quello che cercavo, niente era lasciato al caso. Lui è sempre stato un vero professionista con alle spalle centinaia di tour bestiali e pretendeva da tutti la massima serietà, un po’ come De André faceva con lui. Il concerto era perfetto in ogni dettaglio ed io per la prima volta sono stato messo in discussione, sono sempre stato talmente impegnato ad ascoltare e criticare gli altri che non mi ero mai fermato a giudicare me stesso. Diciamo che sono migliorato tanto grazie a lui.

Il problema dopo un po’ di anni è stato caratteriale: nasco frontman, anzi no… in realtà nasco timido ed insicuro e fare il frontman mi serve per sopravvivere! In quella situazione invece ero solo la voce, un passo indietro a me stesso e- finita la canzone- dovevo scomparire. Era giusto fosse così ma non faceva per me.

Nelle piazze ha portato, come “Napo”, un tributo  al cantautorato della scuola genovese, affiancato da alcuni dei migliori jazzisti liguri: Fabio Vernizzi, Dino Cerruti, Lorenzo Capello, Davide L’Abbate, Antonio Antognetti. Vuole parlarci più diffusamente del progetto “Napo 5°tet”…in particolare quali erano, oltre a De Andrè, i cantautori della scuola genovese che venivano omaggiati?

Altra bella esperienza, molto diversa dalla precedente!

Intanto ho iniziato finalmente a vendermi col mio nome e libero dal “si deve fare così a tutti i costi”. Libero dal dover o non dover somigliare a De André, libero dalle strutture e dalle sequenze. Erano musicisti abituati ad improvvisare ed io questa cosa glie l’ho sempre invidiata, io che son quello con la regola del “dieci su dieci” ovvero non eseguo un brano se non riesco a suonarlo alla perfezione per dieci volte consecutive. Io che faccio harakiri se sbavo una nota.. e ne sbavo per così eh..

Suonavamo i grandi classici della scuola genovese in chiave Jazz, o almeno per me lo era mentre per i veri jazzisti il jazz è un’altra roba! Brani di Bindi, Lauzi, Paolo Conte, Tenco e ovviamente anche De André. Ecco, l’errore è stato quello di proporre anche De André perché suonavamo nelle piazze estive davanti ad un pubblico che non era esattamente quello del Blue Note. Tutto bene finché rivisitavamo “Non mi dire chi sei” di Bindi ma quando si toccava “La canzone di Marinella” che tutti conoscono allora sì che si vedevano i nasi della piazza storcersi a nord-ovest come vele a libeccio!

Sono passato dal “Chiudo gli occhi e mi sembra di sentire Lui” al “Avete sbagliato! La canzone la conosco e non fa così”.

Il suo storico tributo a Faber, “Napo canta De Andrè”, viene presentato in diverse formazioni: trio acustico, quintetto semiacustico e formazione completa. Ci sono delle differenze anche di scaletta nei tre concerti? Qual è secondo lei lo spettacolo più emozionante?

Le differenze sono sicuramente di resa sonora, ovviamente con un trio formato da chitarra, violino e pianoforte non si riesce a far rendere un “Volta la carta” come la gente se l’aspetta, il trio è per un pubblico più selezionato che potrebbe prendere in considerazione di valutarne un’esecuzione in stile requiem o tollerare una scaletta con sei brani lenti consecutivi. Col trio non esiste una scaletta fissa, per lo più la si adatta al momento a seconda della luna, della location, degli occhi del pubblico.

Per contro col quintetto o ept… eptetto? (Si dice?) la scaletta è frutto di un lungo studio e tanta esperienza, sappiamo bene cosa provochiamo all’ascoltatore con determinate canzoni così come un massaggiatore sa dove e quando toccare. L’obbiettivo dopo due ore di concerto è proprio quello di fare alzare dalle sedie il nostro pubblico esattamente come si alzerebbero da un lettino da massaggio!

Non saprei dire qual è il più emozionante, dipende tantissimo dalla location!

Lo spettacolo TRUFFES ET BIJOUX, che nasce dall’omonimo disco del 2022, mette a confronto i mostri sacri della scuola francese con i cantautori della scuola genovese, tra i quali anche i meno “blasonati”. Anche il progetto”Umbre de Muri” aveva in scaletta, oltre alle canzoni di De André, un omaggio al cantautorato francese, che le è particolarmente caro. Quali sono i francesi che predilige?

Sì, son cresciuto con i francesi, mio padre ascoltava quasi esclusivamente musica francofona e mi sono avvicinato a De André che già conoscevo Brassens, ero un bambino quando ho sentito “Attenti al gorilla” ed ho esclamato “ma questa io la so già!”.

Dopo Brassens è stato il turno di Aznavour e ogni volta che l’ascolto mi porta indietro di oltre quarant’anni ma soprattutto la potenza interpretativa di Jaques Brél, quella secondo me è inarrivabile!

Devo tanto anche ad Armando Corsi che quando ha scoperto che conoscevo quel mondo mi ha portato in giro per l’Italia a cantare quelle canzoni e mi ha insegnato tantissimo, in primis ad essere intonato.. o meglio, a riconoscere la stonatura; pensavo già di essere intonato ma l’orecchio di Armando è il rasoio più affilato che possa esistere!

Tra le sue proposte c’è anche un concerto potentissimo con l’orchestra di fiati della filarmonica di Genova Sestri Ponente. Il repertorio della Filarmonica Sestrese abbraccia diversi generi musicali: musica sinfonica, operistica, jazz, musica leggera e colonne sonore. Che resa hanno, secondo lei, i classici di De Andrè sorretti da questo imponente organico di fiati?

Beh, è tutta un’altra cosa, lontanissima dall’intimità che si può avere con voce e chitarra. In questo caso l’opera è vista dal punto di vista musicale e le parole non sono più il fulcro unico intorno al quale ruota la canzone. Diciamo pure che la canzone ora ha due ruote!

Per me è più impegnativo, c’è un direttore d’orchestra ed ogni nota dev’essere proprio lì dov’è scritta, lasciandomi pochissimo spazio di manovra.

Fortunatamente la tanta gavetta mi ha reso molto sicuro nel cantato e posso permettermi di giocare intorno allo spartito sapendo di cadere sempre in piedi, è bello vedere la faccia terrorizzata del direttore quando anticipo o ritardo volutamente qualche nota, prima o poi mi ucciderà!

Questa estate (a Cossoine, SS, venerdì 4 agosto) darà voce alle parole di De André, coadiuvato dal giovanissimo Fabio Sias ed accompagnato dallOrchestra Filarmonica di Genova Sestri Ponente, dal coro sassarese “Nova Euphonia” e dalla Corale Studentesca. Lo spettacolo, monumentale, vedrà la presenza sul palco di 130 artisti tra musicisti, attori e ballerini. Come si sta preparando a questo evento?

La preparazione è per lo più psicologica. Io dovrò fare il mio ovvero cantare quelle canzoni che conosco bene e questo non mi spaventa, il più sarà sopravvivere al caos delle prove, soprattutto di quelle generali a ridosso del concerto dove ogni piccola disattenzione, minuto di ritardo o intoppo tecnico saranno moltiplicati per 130. Verrà benissimo, ne son certo, ma non vorrei essere nei panni di chi dovrà dirigere tutta la baracca!

Pensa che De Andrè, che durante il tour Le Nuvoleaccennò una spettacolarizzazione del concerto con scenografie, maschere e costumi, avrebbe dato il suo “placet”?

Ecco, spesso sento dire frasi del tipo “A De André sarebbe piaciuto, non sarebbe d’accordo, benedirebbe o maledirebbe”, beh, non lo sapremo mai, questo è certo ma soprattutto di quale De André stiamo parlando? Del ventenne sognatore alle prime armi, del quarantenne che deve affrontare la vita, del cinquantenne che inizia ad essere un po’ disilluso… quale di questi? Io fortunatamente in questi primi 50anni ho cambiato mille volte il punto di vista e tante cose che ritenevo lontane da me si sono poi rivelate, se non giuste, quasi niente sbagliate!

Il libro che ha attualmente sul comodino?

Leggo poco, sono astigmatico e faccio una fatica boia a finire una sola pagina, se valgono gli audiolibri ora sto ri-ascoltando un classicone: 1984 di Georg Orwell del 1949… e niente, è ancora una volta incredibilmente attuale.

Il lato principale del suo carattere?

Posso essere molto logorroico, soprattutto se sono stanco o bevo un bicchiere di troppo ma ci sono speranze: non bevo da tre anni ormai, quindi basta non farmi stancare troppo.

Il complimento più bello che le hanno mai rivolto?

Ricordo le critiche ma mai i complimenti, è un altro lato del mio carattere.

Cosa pensa NAPO dello stato attuale della musica d’autore in Italia?

Potrei dire come tanti miei colleghi che la musica è finita da decenni ma in verità penso l’esatto contrario, se la musica è la colonna sonora del tempo in cui viviamo, beh, ora in onda c’è la colonna sonora giusta per il film che stiamo vivendo. (e a Orwell piacerebbe, penso!). I ragazzi sputano il loro veleno su basi spesso identiche, i problemi di cui parlano sono comuni tra di loro, insomma, ci sono tutti i presupposti per la nascita di un nuovo movimento culturale che potrebbe passare alla storia, anzi, forse ci siamo già dentro ma noi 50enni non lo capiamo, non lo possiamo capire.

Il cantautore più sottovalutato degli ultimi anni?

Ah, io adoro Stefano Barotti, soprattutto il primo Stefano Barotti, quello del tempo delle albicocche, una freschezza rarissima tra i cantautori quasi sempre tristi e musoni. Ma se dovessi nominare senatore a vita o cavaliere della musica uno dei “sottovalutati”, beh, mi dispiace per Stefano ma l’onorificenza la darei a Bobo Rondelli.

La sua etichetta, La Stanza Nascosta Records, ha sede in Sardegna, terra con la quale Fabrizio De Andrè aveva notoriamente un rapporto privilegiato… lei ama la terra sarda?

Ho fatto tantissimi concerti in Sardegna e ho dei legami di amicizia e stima reciproca con molte persone, non a caso il concertone quest’anno lo faccio proprio a Cossoine.

Amo quella terra, soprattutto l’interno, le persone somigliano molto a quelle delle mie valli liguri e.. niente, è che ci vuole un fisico bestiale!

Vuole darci qualche anticipazione sul lavoro di inediti che ha in lavorazione?

Si, ho qualche canzone scritta da e con Nicola Rollando, un bravissimo autore ligure con cui collaboro da tanti anni ormai. Abbiamo una visione del mondo molto simile e a questo giro proveremo a dire qualcosa di scomodo… sì, perché spesso si ha paura di esporsi troppo nelle canzoni per timore di essere censurati da chi pensa che la canzone debba essere solo un qualcosa che entra ed esce senza far danno, beh, con in maestri che ho avuto sarà difficile che ci “escano” dei tentativi di tormentone estivo!

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