Alberto Pizzo e Robs Pugliese: Contact | RECENSIONE

Confluenze tra pianoforte ed elettronica. Si intitola Contact l’album nato dalla collaborazione tra il pianista Alberto Pizzo e il sound artist Robs Pugliese

copertina del disco di Alberto Pizzo e Robs Pugliese: Contact

Alberto Pizzo e Robs Pugliese, Contact

Ascoltando le nove tracce di Contact  in anteprima, direttamente sul lettore di Dropbox, la grafica mi ha colpito ancor prima della musica. Lo spettrogramma dà vita a un vero e proprio skyline, erigendo grattacieli di frequenze con drastica alternanza di pieno e vuoto, concavo e convesso. E si sarebbe tentati di rintracciarne altre, di simili opposizioni binarie, facendovi rispecchiare i rispettivi contesti di estrazione dei due artisti. Ma né costoro né la musica frutto della loro partnership accettano frettolose e manicheiste letture. Occorre andare oltre.

«Contact  è stato un risultato naturale, tutti i brani sono nati in maniera molto spontanea, senza ostacolare in alcun modo il flusso creativo». Così Alberto Pizzo propone la sua personale inversione di paradigma: creatività che non richiede alcuno stimolo attivo, bensì  “semplice” rimozione dell’ostacolo, per poter scorrere come l’acqua: liberamente, sì, ma assumendo la forma del contenitore.

Il pianista partenopeo non è più una semplice promessa; le sue carte sono state scoperte da tempo, ben prima di salire sul palco con Danilo Rea e Luis Bacalov, dai quali ha ottenuto una sorta di pedigree pianistico, con il tour 3 Piano Generations del 2014. Da cinque anni, tuttavia, si attendeva un nuovo progetto in studio (il precedente Memories, inciso ad Abbey Road con la London Symphony Orchestra e lo stesso Bacalov, è del 2016).

C’era bisogno di un nuovo incontro, da ricercare nei sentieri che partono dalla sua Napoli, e che lì si ritrovano. Era necessario un Contact , appunto: è quanto avvenuto con Roberto Robs Pugliese, percussionista e sound artist, reduce da collaborazioni con Paolo Fresu, e un altro Bacalov, Daniel (figlio del grandissimo compositore argentino). Un artista in grado di  ammaliare anche Renzo Piano con le sue “sculture sonore”.

Primo assaggio del contatto tra Pizzo e Pugliese è stato il singolo Sparks, uscito il 16 aprile. “Si può fare!”, avrebbe esclamato il Dr. Frankenstein: scintille analogiche e digitali, ebano, avorio e circuiti; non c’è rigetto, non c’è ostacolo al flusso creativo.

È questa un’impressione suffragata anche dagli altri brani del disco, la cui composizione gode di quel tipo di scambio sinallagmatico che, nei casi più fortunati, benedice l’unione di due spiriti apparentemente così diversi. Certo, non tutte le tracce dimostrano la stessa felice serendipity, ma sostenzialmente l’esperimento può dirsi riuscito. Si può fare. Contact è prova di reciprocità musicale, un moderno carteggio digitale, in cui il sound artist riscopre il valore dei tradizionali parametri melodico-armonici di cui è araldo il pianista “classico”, il quale a sua volta li scopre amplificati (ci vorrebbe un anglicismo, enhanced, ma troppi se ne usano) dall’inventiva ritmico-timbrica del collega.

Dark Essence, preludio all’ingresso in scena di Paolo Fresu su Ikigai, apre le danze con una lunga cadenza alla Ryūichi Sakamoto, resa subacquea dagli effetti di Pugliese. Proprio Sakamoto, peraltro (ci riferiamo in particolare al suo duo piano-elettronica assieme a Alva Noto) è da annoverare tra le più evidenti fonti ispiratrici del progetto.

Blue Island, come Magma, è un jazz un po’ da caffé letterario, che incespica tra i ritmi e i timbri elettronici prima di trovare una comunanza di passo nella libertà del “rubato”. Labyrinth è invece il brano in cui la bilancia pende maggiormente dalla parte di Pugliese, il quale vi contribuisce anche come percussionista. Su Crystal l’ascolto inizia a pagare un po’ la stasi armonica, ma è presto ridestato dalla chiarezza melodica e dai ritmi latin-cyborg di Solar Eclipse, prima dell’epilogo, Homage, ancora una volta mosso dalle percussioni di Pugliese.

In conclusione, Contact è uno di quei lavori che richiedono un certo esercizio di predisposizione all’ascolto. Opere che, nell’osare il salto di barricata, rischiano di esporsi al “fuoco amico” dei rispettivi purismi (ce ne sono anche nel campo dell’elettronica, non solo in quello conservatoriale). Ma c’è molto da scoprire e da raccogliere, al di là della recinzione, e vale la pena rischiare. Anche per l’ascoltatore.

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