Con Sambèło da ròcoło, il trio Anatemah porta avanti un’idea di musica che è al tempo stesso laboratorio e linguaggio rituale. Li abbiamo intervistati su Blog della Musica
Formato da Alessandro Fedrigo (basso elettrico), Michele Tedesco(tromba) e Gian Ranieri Bertoncini (batteria, elettronica, produzione), il gruppo nasce nel 2023 come spazio aperto di esplorazione tra improvvisazione, manipolazione sonora e scrittura collettiva.
Il titolo del disco – in dialetto veneto, “sambeo da rocolo” – evoca un uccello e, nel senso figurato, uno “sciocco”, uno “zimbello”. È una doppia immagine che riflette bene lo spirito del progetto: libero, irriverente, sospeso tra il gioco e la riflessione. Nei sette brani che compongono l’album convivono tensione acustica e respiro elettronico, pulsazione e silenzio, in un continuo scambio tra controllo e abbandono.
Non c’è un genere preciso: Anatemah costruisce ambienti sonori in cui jazz, sperimentazione e avanguardia si contaminano con sensibilità cinematografiche e visive. L’improvvisazione diventa materia da scolpire, la post-produzione di Bertoncini un atto di riscrittura che trasforma il caos in architettura. Sambèło da ròcoło è un disco che non cerca la forma, ma il significato del suono — e nel farlo, restituisce alla musica la sua natura più viva e imprevedibile.
Nel nuovo album ci sono tracce che sembrano esplorare sonorità e atmosfere molto diverse tra loro. Qual è stata la canzone più complessa da sviluppare e perché?
Non c’è un brano in assoluto più complesso, ma ognuno di noi ha vissuto momenti di difficoltà diversi. Per me Dàghe! è stato il più impegnativo da suonare, richiedeva una concentrazione particolare per mantenere equilibrio e tensione. Per Gian Ranieri, invece, Ré nto e frasche e Casòto hanno rappresentato le sfide maggiori per la quantità di materiale da manipolare e rielaborare. Michele, come sempre, sembra muoversi con naturalezza dentro ogni contesto: per lui, apparentemente, tutto è facile.
Alcuni brani sembrano raccontare storie o emozioni molto personali. Come avete lavorato insieme per trasformare esperienze individuali in composizioni collettive?
La struttura del disco nasce da due approcci diversi che convivono: i brani dispari sono improvvisazioni collettive successivamente riassemblate da Gian Ranieri, mentre i brani pari sono composizioni originali scritte da noi tre. In questo modo abbiamo intrecciato spontaneità e scrittura, cercando di far emergere una voce comune che attraversa le esperienze individuali senza cancellarle.
Ascolta il disco di Anatemah
L’uso di strumenti e timbri nell’album appare molto curato e ricco. Quali scelte di produzione o arrangiamento pensate abbiano definito maggiormente il carattere del disco?
Tutta la post-produzione e il mix sono opera di Gian Ranieri, che è in qualche modo il deus ex machina del nostro suono. Ha una capacità rara di tradurre in un linguaggio coerente le nostre intuizioni, rendendo tangibile un equilibrio tra acustico ed elettronico, tra materia e spazio.
L’ordine delle tracce crea un certo percorso emotivo. Come siete arrivati a decidere la sequenza dei brani e quale esperienza volete che l’ascoltatore viva dall’inizio alla fine?
La scaletta è nata dopo aver registrato tutto. Abbiamo ascoltato il materiale e costruito un percorso che alternasse brani improvvisati ed elettronici con quelli scritti, cercando un andamento narrativo, quasi respiratorio. Volevamo che l’ascoltatore attraversasse stati d’ascolto differenti, tra densità e rarefazione, ritmo e sospensione.
Nel processo creativo, ci sono state jam session, improvvisazioni o momenti in cui un’idea di un singolo membro ha cambiato completamente il brano?
Sì, come dicevamo, i brani dispari sono nati proprio da improvvisazioni libere che poi Gian Ranieri ha riassemblato, ridando loro una forma nuova. È un processo di riscrittura sonora: la libertà iniziale si trasforma in composizione, in un modo che ci sorprende ogni volta.
Alcuni testi o dettagli musicali sembrano nascondere riferimenti particolari, culturali o visivi. Quali significati o messaggi avete voluto inserire in modo sottile nelle canzoni?
Le nostre influenze arrivano da altri linguaggi. Gian Ranieri è molto legato al cinema, io alla fotografia, Michele al jazz d’avanguardia e alla dodecafonia. Tutti amiamo i Devo e il Dadaismo, forse perché entrambi contengono ironia, rigore e libertà. Non c’è un messaggio unico, ma un modo di guardare e ascoltare le cose da prospettive diverse, a volte oblique.
Guardando al mix finale e al risultato in studio, qual è stata la scelta più audace o inusuale che avete fatto e che secondo voi dà personalità all’album?
Probabilmente la scelta di lasciare a Gian Ranieri la libertà di lavorare sui brani dispari a partire dalle nostre improvvisazioni. È un atto di fiducia reciproca, ma anche di consapevolezza: lui è un grande produttore e conosce in profondità la materia del suono. Quella libertà ha dato all’album una dimensione inaspettata, una complessità che nasce dal lasciar andare il controllo.
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