INTERVISTA | Attak On The Radio “Bad Boy”: quando l’ironia smaschera le apparenze

Con Bad Boy, gli Attak On The Radio firmano un nuovo capitolo del loro percorso artistico, confermando la volontà di costruire un’identità sonora in cui energia, immediatezza e ricerca convivono senza compromessi. Li abbiamo intervistati

Dietro un brano dal groove trascinante e dalla melodia immediata, gli Attak On The Radio nascondono infatti una riflessione sulle maschere che indossiamo ogni giorno, sugli stereotipi e sul bisogno di apparire diversi da ciò che siamo davvero.

Tra riff incisivi, ritmiche coinvolgenti e un uso intelligente dell’ironia, la band continua a sviluppare un linguaggio personale, capace di far convivere leggerezza e contenuto senza rinunciare all’impatto. In questa intervista gli Attak On The Radio raccontano la nascita di Bad Boy, il loro metodo creativo e la direzione che sta prendendo un progetto sempre più definito.

“Bad Boy” racconta un personaggio che vive di apparenze e atteggiamenti costruiti. Quanto vi interessava andare oltre lo stereotipo del “cattivo ragazzo” per raccontare qualcosa di più universale sul bisogno di indossare una maschera?

Crediamo che una storia più è soggettiva, più risulta universalmente riconoscibile. Nominare dei dettagli fa sì che quei dettagli risuonino, a volte, nelle persone che sono più disposte ad ascoltare. La necessità di indossare una maschera è qualcosa di umano, per celare delle insicurezze o per mostrarsi migliori agli occhi degli altri, come il nostro “Bad Boy” che bara giocando a flipper!

Rispetto a “Best Part”, “Bad Boy” sembra avere un impatto più diretto e una componente ritmica ancora più marcata. È una naturale evoluzione del vostro linguaggio o la volontà di sperimentare nuove direzioni senza perdere la vostra identità?

Sicuramente la volontà di sperimentare! Abbiamo scelto la strada della semplicità per questo secondo singolo e cioè una melodia cantabile, orecchiabile sostenuta da una ritmica incalzante. Tutta la nostra ricerca sonora si basa fondamentalmente su qualcosa di autentico e fruibile e anche “Bad Boy”, come il primo singolo “Best Part”, crediamo stia andando nella giusta direzione.

Nel brano convivono leggerezza musicale e una critica sociale piuttosto evidente. Quanto è difficile trovare un equilibrio tra l’esigenza di far arrivare un messaggio e quella di lasciare alla musica il compito di parlare da sola?

Un mix tra parole scelte con cura e musica che le sottolinea è fondamentale. Crediamo che sia nelle lyrics che negli arrangiamenti sia importante usare l’ironia, perché l’ironia lascia spazio per interpretare, descrivere, giocare e, perché no, adattare il brano a sé. È così che viene veicolato il nostro messaggio.

Ogni vostro singolo sembra aggiungere un tassello diverso all’universo degli Attak On The Radio. “Bad Boy” vi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo sul vostro modo di scrivere e produrre insieme oppure ha confermato un metodo creativo che ormai sentite vostro?

Il nucleo creativo degli Attak On The Radio si è consolidato in questi mesi: il metodo di scrittura e di produzione funziona bene poiché ognuno ha il suo ruolo ben definito, ed è qui che sta parte della nostra forza. Generalmente il cuore pulsante della band, Zamponi-Ceralli-Rosanna, propone e produce i brani, che vengono poi portati dal vivo insieme agli altri musicisti.

Se “Best Part” rappresentava una prima fotografia della vostra identità, oggi “Bad Boy” sembra mostrarne un lato più deciso e provocatorio. Guardando al percorso che state costruendo, quanto sentite che ogni nuovo brano stia ridefinendo chi sono davvero gli Attak On The Radio?

Il primo singolo è stato il nostro biglietto da visita e il secondo, “Bad Boy”, continua a mostrare le nostre carte, cioè melodie cantabili e riff granitici che fanno ballare. Questo secondo singolo contiene più ironia del precedente e vuole parlare volutamente a un pubblico più ampio, mettendo in luce la nostra voglia di far arrivare un messaggio a più persone possibili e definire ancora di più la nostra identità.

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