Ballare con un serial killer claustrofobico: intervista a [lessness]

C’è qualcosa di profondamente cinematografico nel nuovo singolo di [lessness]. Hold Me sembra nascere in una stanza chiusa, illuminata solo da neon intermittenti e attraversata da una tensione emotiva difficile da definire. Luigi Segnana costruisce un brano che gioca sul contrasto: da una parte l’inquietudine, dall’altra un bisogno quasi disperato di vicinanza. I riferimenti alla new wave classica si intrecciano con un immaginario narrativo che sembra uscito da un romanzo psicologico notturno. Dopo anni di produzioni, collaborazioni e percorsi paralleli, [lessness] continua a sviluppare una scrittura personale, fatta di ombre, synth e linee di basso che diventano veri strumenti narrativi.

In questa conversazione abbiamo provato ad entrare nel cuore di Hold Me.

Hold Me dà subito la sensazione di essere ambientata in uno spazio mentale prima ancora che fisico. Quando hai iniziato a scriverla avevi già in mente questa sorta di stanza buia narrativa?

Sì, abbastanza presto. Le canzoni di [lessness] nascono quasi sempre da un’immagine o da una sensazione prima ancora che da una melodia. Nel caso di Hold Me l’immagine era precisa: una stanza buia, chiusa dall’esterno, con tutto quello che quella clausura porta con sé — tensione, intimità, paura, paradossalmente anche una certa attrazione. Lo spazio fisico è diventato subito spazio mentale, che è poi quello che mi interessa di più raccontare.

Hai voluto richiamare i New Order attraverso il loop di batteria. Come lavori sull’equilibrio tra omaggio e identità?

È una questione che mi sono posto spesso. Il rischio è sempre quello di scivolare nella copia inconsapevole o, peggio, nel tributo nostalgico fine a se stesso. Il mio approccio è usare quei riferimenti come punto di partenza — come una stanza da cui entrare — e poi allontanarmene seguendo dove la canzone vuole andare. Se alla fine si sente ancora l’eco dei New Order è perché è onesto, non perché l’ho cercato. L’omaggio diventa identità quando smetti di pensarci.

Hai parlato anche dell’idea di trovarsi in una stanza buia chiusa dall’esterno insieme a un serial killer claustrofobico. Come è nata questa suggestione? Il cinema o la letteratura thriller hanno in qualche modo contribuito alla costruzione del tuo immaginario musicale?

Il cinema sicuramente — anche se più che il thriller classico mi attraggono quei film in cui il perturbante emerge dal quotidiano, dall’ordinario che a un certo punto smette di esserlo. I fratelli Coen in questo sono maestri assoluti. La letteratura forse ancora di più: Kafka costruisce situazioni claustrofobiche e assurde con una precisione chirurgica che trovo musicalmente ispirantissima. La stanza buia con il serial killer è un po’ tutto questo insieme — una metafora dell’ansia, dell’attesa, di quella tensione che precede qualcosa che non sai ancora se sarà terribile o meraviglioso.

In generale i tuoi riferimenti letterari sono sempre molto forti. C’è uno scrittore che senti particolarmente vicino in questo momento della tua vita?

Cambia spesso, dipende dal momento. A volte è Carver — diretto, essenziale, senza fronzoli, esattamente come vorrebbe essere la musica di [lessness]. Altre volte è Beckett, per quel tratto assurdo e ironico riguardo alla vita che vorrebbero avere i testi delle canzoni. In fondo sono due facce della stessa medaglia: entrambi fanno molto con poco, entrambi trovano il peso delle cose nei dettagli minimi. È quello che cerco anch’io, con risultati alterni.

“Movida” è un titolo che fa pensare a socialità, luce, movimento, mentre le tue canzoni sembrano spesso nascere dalla notte e dall’isolamento. È una contraddizione voluta?

Voluta e amata. Mi piacciono le contraddizioni — aiutano a non prendersi troppo sul serio. Detto questo, Movida non è solo un titolo provocatorio: il disco ha effettivamente delle sfaccettature che vogliono farsi sentire in movimento, che fanno anche ballare. È notturno e intimista, sì, ma non è immobile. E poi c’è un omaggio concreto: il disco è nato concettualmente durante un viaggio in Spagna, e Movida è sembrato il modo più onesto per ricordarselo.

Nel corso degli anni hai attraversato produzioni, band, etichette e collaborazioni diverse. Senti che [lessness] sia il primo progetto in cui riesci davvero a raccontarti senza filtri?

Sì, credo di sì. Non che nelle esperienze precedenti fossi falso — ma in una band c’è sempre una mediazione, un compromesso che a volte arricchisce e a volte lima gli angoli più scomodi. Con [lessness] quegli angoli sono rimasti tutti. Non devo convincere nessuno, non devo spiegare perché voglio quella nota lì o quel silenzio là. È il primo progetto in cui mi sento completamente responsabile — nel bene e nel male — di ogni singola scelta. È una libertà che mi sono finalmente concesso senza sensi di colpa.

Che tipo di esperienza immagini per chi ascolterà “Hold Me” per la prima volta, magari di notte e da solo?

Spero che si ritrovi in quella stanza buia di cui parlavo — non per spaventarlo, ma per fargli compagnia. Le canzoni di [lessness] nascono dall’isolamento ma non vogliono isolare — vogliono dire a chi ascolta che certe sensazioni, certe inquietudini notturne, certi desideri tenuti a bada durante il giorno, sono universali. Se dopo tre minuti e mezzo qualcuno si sente un po’ meno solo nella propria stanza buia, allora Hold Me ha fatto esattamente quello che doveva.

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