British invasion: da sessant’anni un “Big Bang” ancora in corso

La British Invasion inizia ufficialmente con la prima tournée dei Beatles negli Stati Uniti, a Febbraio 1964, e continua per tutto il 1965. In questi due anni il mercato statunitense viene rivoltato come un calzino dal continuo afflusso di artisti inglesi nelle classifiche, e inizia una rivoluzione culturale che va a impattare su ogni aspetto della produzione e del consumo di musica… Una rivoluzione i cui effetti sono ancora visibili oggi.

Se la British Invasion inizia nel 1964, per rintracciare le sue radici non occorre andare molto indietro nel tempo: basta tornare in Inghilterra nel 1963, e incontrare quel fenomeno di costume e isteria collettiva detta Beatlemania!

Le radici della British Invasion: i Beatles e l’America

I Beatles, in Inghilterra, nel giro del solo 1963 hanno raggiunto il vertice assoluto della fama: una crescita di popolarità costante, ininterrotta ed esplosiva, che negli ultimi mesi dell’anno ha assunto connotazioni da vera e propria “follia collettiva” con grida isteriche, affollati capannelli di teen-ager e vendite da capogiro.

Qualcosa, a dirla tutta, ancora non va: se l’album Please Please Me, confermando il successo del singolo “Love Me Do”, aveva evidenziato che i Beatles non erano una moda passeggera, e “She Loves You” aveva attestato lo status di eroi nazionali, la Capitol Records (distributrice americana della emi) non si era fidata, rifiutando la vendita del loro materiale negli Stati Uniti. All’intrepido manager Brian Epstein non era restato che tentare con le case indipendenti: la Vee-Jay Records di Chicago, a inizio ’63, aveva acquistato i diritti di Please Please Me e di From Me to You quasi per caso, come parte di uno scambio di copyright a grossi livelli, ma non era riuscita a ricavarne granché; anche “She Loves You” non aveva colto nel segno: pubblicata ad Agosto dalla Swan Records, era stata pressoché ignorata dalle radio e presto caduta nel dimenticatoio.

George Martin, ma soprattutto Brian Epstein, non si arrendono. Dev’essere possibile, in qualche modo, convincere gli americani a comprare i dischi dei loro protetti: in gioco ci sono milioni di dollari, e la fama planetaria. Epstein prende il comando, e ordina a John e Paul di scrivere “con l’America in mente”. Ligi al dovere, Lennon e McCartney si incontrano, nel Settembre ‘63, a casa di Jane Asher, fidanzata di Paul: e, più precisamente, nel seminterrato, eletto a base dei loro esperimenti.

I Want to Hold Your Hand

Qui, faccia a faccia, “occhi negli occhi”, si siedono al pianoforte, e provano qualche melodia. Tenta e ritenta, mischiando una sillabazione “ye-ye” con un cambio armonico, una sezione a contrasto con un supplicante finale in 3/8, nel giro di qualche ora completano il pezzo. I Beatles registrano “I Want to Hold Your Hand” il 17 Ottobre: per la prima volta, la emi omaggia Martin di una tecnologia “rivoluzionaria”, l’incisione a quattro piste. Il testo è una banale dichiarazione d’amore, cantata all’unisono da Lennon e McCartney: la zuccherosa storia di due ragazzi che “si vogliono tenere la mano”, melensa oltre ogni dire, ma che intercetta i sogni perbene di milioni di adolescenti e li mette su un microsolco.

L’attesa dei fans, abilmente solleticata, ha nel frattempo raggiunto il livello di guardia, con prenotazioni totali sull’ordine del milione di copie: uscito in Inghilterra il 26 Novembre, il 45 giri dopo quindici giorni scalza “She Loves You” dal primo posto, restandovi per 15 settimane consecutive.

Con questi risultati in tasca, Epstein convince la Capitol Records a produrre “I Want to Hold Your Hand” per il mercato statunitense: la major accetta, piazza sul lato B la “vecchia” “I Saw Her Standing There”, e mette sul piatto della campagna promozionale ben 40.000 dollari (un record, otto volte più di quanto stanziato sinora). Il piano è semplice: a Gennaio i Beatles voleranno negli Stati Uniti, e in contemporanea all’uscita del singolo faranno un’apparizione all’Ed Sullivan Show. Nessuno lo può sapere, ma è appena iniziata la British Invasion.

Marsha Albert: la prima fan!

Questa volta, lo spiritello che scombina i piani ha il volto brufoloso e sorridente di una quattordicenne del Maryland, Marsha Albert… Una ragazzina che, il 10 Dicembre, ha scoperto i Beatles in un servizio serale della cbs: molti teen-ager hanno trovato le loro capigliature ridicole, ma a lei “She Loves You” è piaciuta tanto, e vuole sentirla ancora. Energica e volitiva come solo un’adolescente americana sa essere, prende la penna e scrive a Carroll James, dj della wwdc di Washington: “Se passi i Beatles per radio, piaceranno a tutti”, lo rassicura.

Carroll, incuriosito, accetta la provocazione, e dall’Inghilterra riesce a ottenere in anteprima il 45 giri di “I Want to Hold Your Hand”. Con il singolo fra le mani, chiama la sua piccola fan, e la invita alla trasmissione del giorno dopo: detto, fatto. Sono le 17 del 17 Dicembre: Carroll passa a Marsha il microfono, che con orgoglio e emozione annuncia: “Ladies and Gentlemen, for the first time in the United States, here are the Beatles singing “I Want to Hold Your Hand”.”

Non poteva certo parlare di British Invasion: eppure è questo che stava per capitare.

La radio è presa d’assalto, e Carrol obbligato a replicare il pezzo: e la stessa cosa capita a una stazione di Chicago, e a una di St. Louis. Il clamore è così forte da arrivare sino agli uffici della Capitol: la major tenta di bloccare le trasmissioni ma poi capisce di poter sfruttare a proprio favore questa sorta di “pubblicità gratuita”, e decide addirittura di tardare l’uscita del disco di due settimane, per scaldare ancor di più gli animi.

Il 26 Dicembre, arrivata nei negozi, “I Want to Hold Your Hand” sbaraglia ogni record: nei primi tre giorni, vende oltre 250.000 copie. Il 18 Gennaio 1964 la canzone inizia il suo cammino trionfale nelle classifiche: il 1° Febbraio, scalzata “There! I’ve Sait it Again” di Bobby Vinton, e raggiunge la prima posizione: vetta dove resterà per ben 7 settimane, vendendo circa 5 milioni di pezzi.

Arrivano i Beatles!

Il 7 Febbraio circa quattromila ragazzi si presentano a Heathrow per salutare i Beatles che, a bordo di un Pan Am, lasciano l’Inghilterra, direzione New York: all’arrivo, anche qui, una folla in festa. Dopo la conferenza stampa, McCartney e soci sono fatti accomodare su una limousine (una ciascuno!), e scortati fino in città. Il 9 Febbraio l’Ed Sullivan Show presenta i suoi ospiti speciali: i Beatles. Dietro i teleschermi, ci sono circa 73 milioni di persone – il 40% del pubblico americano: chi spinto da curiosità, chi da entusiasmo, chi per avere qualcosa di cui (s)parlare l’indomani… Ma, intanto, sono tutti lì.

La tournée è brevissima: un paio di date seguite ogni volta da due-tremila fans, e da grande eccitazione. Il 16 Febbraio, la nuova scappata al Sullivan Show ripete i medesimi, sorprendenti, dati dell’esordio: 70 milioni di persone incollate alla tv. Il 22 del mese i quattro riprendono l’aereo, e tornano a Londra: ad attenderli, per celebrarli come veri e propri conquistatori, diecimila fan esagitati.

Il gioco è fatto: in due sole mosse – un 45 giri e una mini-tournée di due settimane – i Beatles hanno conquistato l’America, e hanno inavvertitamente dato il via alla British Invasion. Qualche voce controcorrente, a dire il vero, si alza: quando Cynthia Lowery esprime la sua esasperazione per il Beatles non ha tutti i torti. “Sa solo il cielo per quanto dovremo ascoltarli ancora. È diventato impossibile avere un bollettino meteo o il segnale orario senza che I Want to Hold Your Hand” si metta di mezzo”… E per di più, aggiungiamo noi, il pezzo è tutt’altro che memorabile. Eppure, funziona!

Attacco alle classifiche

Mentre questo singolo diventa il più venduto su scala mondiale, negli Stati Uniti si scatena la caccia all’uscita discografica: tutti vogliono mettere le mani sulla gallina dalle uova d’oro. La confusione contrattuale è alta: la Capitol, è vero, ha in tasca l’accordo più importante, ma la Vee Jay può far valere la firma messa da Brian Esptein un anno prima su alcuni brani, e approfitta della situazione. Il primo album Beatles uscito negli Stati Uniti è, infatti, a marchio Vee Jay: “Introducing… the Beatles” (10 Gennaio 1964), una riedizione di “Please Please Me” con qualche variazione di sommario.

La Capitol reagisce, e immette sul mercato le edizioni americane dei primi due album dei Beatles, alterando titoli e scalette. Il 20 Gennaio esce “Meet the Beatles”, e il 10 Aprile “The Beatles’ Second Album”: articoli di successo, che si passano la mano alla vetta della classifica, ma che continuano a essere insidiati dai vinili Vee Jay. Forte dell’accordo con la emi, la Capitol porta la concorrente in tribunale: il giudice decide a suo vantaggio, ma fissa al 10 Ottobre la data in cui la Vee Jay dovrà cessare ogni pubblicazione dei Beatles… Commercialmente parlando, un’eternità.

In questi mesi, chiunque abbia titolo, o modo, per far uscire un vinile col nome “Beatles” stampato in copertina, si getta nella mischia, senza badare troppo alla coerenza del prodotto. La Mgm si accaparra i diritti per i pezzi incisi dai Beatles (alias “The Beat Brothers”) con Tony Sheridan nel lontano 1961, e il 3 Febbraio pubblica la raccolta The Beatles with Tony Sheridan & Guests.

Il 1° Ottobre la Vee Jay che, nonostante il tesoretto accumulato, è sull’orlo della bancarotta, tenta il colpo di coda: lo split-lp “The Beatles vs The Four Seasons” – pomposamente presentato come una “gara” fra i due gruppi (con tanto di cartolina per votare) – altro non è che la ristampa in coppia di due antologie monografiche. “Hear the Beatles Tell All” (Novembre ‘64) è ancora più curioso: un intero lp – sempre della Vee Jay – con due lunghe interviste a Lennon e compagni, e senza un solo secondo di musica!

Questo caos porta, fra le altre cose, a una situazione incredibile, e mai capitata prima in nessun paese occidentale: grazie alla proliferazione incontrollata e alla frenesia produttiva, il 4 Aprile 1964 i Beatles si trovano con 5 singoli ai primi cinque posti (e 12 nei primi 100) della classifica americana. I titoli, dal quinto al primo, sono: “Please Please Me” (Vee Jay), “I Want to Hold Your Hand” (Capitol), “She Loves You” (Swan Records), “Twist and Shout” (Tollie Records, sussidiaria della Vee Jay) e “Can’t Buy me Love” (Capitol). Pazzesco.

Gli Stati Uniti sono travolti: milioni di teen-ager comprano i dischi dei Beatles, ne copiano taglio di capelli (prima “ridicolo” e ora, chissà perché, alla moda…) e abiti, vanno a caccia di sigarette, pietanze, agendine e matite sponsorizzate, fanno centinaia di chilometri per vedere un concerto, e cantano a squarciagola i loro ritornelli. Come un’epidemia, dal Nord America la Beatlemania invade gran parte del pianeta, contagiando soprattutto i paesi del Commonwealth (Australia compresa) e del Nord Europa: mercati facilitati dalla condivisione (o diffusa comprensione) della lingua, e da comuni retroterra culturali e sociali.

Gli Stones, intanto…

Il 1° Luglio 1964 i Rolling Stones, che ad Aprile hanno pubblicato in Inghilterra il primo lp, atterrano a New York, e ripetono la trafila dei Beatles… Conferenza stampa in aeroporto, sfarzoso viaggio verso l’hotel, programmi tv, una breve tournée, molti applausi, urla isteriche e, dopo un paio di settimane, il trionfale rientro in patria.

A prima vista, sembra il calco del “giro turistico” dei Beatles: ma è davvero tutto uguale? Beh, no… La prima differenza è che, diversamente dai loro illustri rivali, gli Stones non hanno dovuto pregare per avere un album a stelle e strisce, ma possono inconsapevolmente sfruttare i primi effetti della British Invasion: fra il 16 Aprile – data del debutto inglese – e il 30 Maggio – l’esordio americano, pubblicato dalla Decca statunitense con l’ammiccante titolo di “England’s Newest Hit Makers”– passano poco meno di due mesi… Merito dei Beatles, e del loro straordinario traino.

Mentre i Beatles, inoltre, passano da un hotel all’altro, difendendosi dagli assalti di ragazzine isteriche e fotografi, senza un solo minuto libero, Jagger, Richard e Jones sembrano adolescenti in viaggio-premio… Se ne vanno in giro per negozi, fanno incetta di dischi di Otis Redding e Wilson Pickett, e visitano gli studi di registrazione di mezza nazione, inserendo il jack nello stesso amplificatore appena lasciato libero dai loro idoli.

Il momento più emozionante è la gita ai Chess Studios di Chicago, dove il mitico bluesman Muddy Waters sta… dando una mano di bianco al soffitto! Gli studi di registrazione, qui, sono un’altra cosa, e Richard e Jones non si fanno sfuggire l’occasione. Quando tornano in patria, oltre al successo – e agli autografi rimediati nei corridoi – portano in valigia alcuni acetati: le incisioni di “It’s All Over Mow” e “Time Is On My Side” che – pubblicate come nuovi singoli – regaleranno finalmente l’agognato primato in classifica.

Giusto il tempo per godersi il successo – e sperimentare le prime sommosse ai concerti – ed è già ora di imbarcarsi nuovamente per gli States. Il 23 Ottobre 1964 gli Stones arrivano a New York: il manager Oldham, questa volta, ha progettato tutto come si deve, e assicura ai suoi protetti importanti passaggi televisivi nazionali, prima al Clay Cole Show, e poi da Ed Sullivan. In questa seconda tournée i Rolling Stones toccano la California, e nella serata speciale di Santa Monica hanno modo di suonare con James Brown, The Supremes, Chuck Berry e Marvin Gaye… Cantanti che gli Stones idolatrano, e nei cui dischi vibrano note e suoni che fanno l’invidia di Jagger e soci.

In Inghilterra, i producer della vecchia guardia sono incapaci di immettere nei nastri quella sporcizia, quel volume, quel groove da concerto che qualunque appassionato di musica nera pretende: e gli Stones sono, prima di tutto, fan sfegatati di blues e rhythm’n’blues. L’occasione è ghiotta, e va sfruttata: a Novembre, arrivati negli studi rca di Hollywood, incidono una manciata di pezzi che, assieme a quelle già registrate ai Chess Studios di Chicago, andranno a costituire l’ossatura di “The Rolling Stones No. 2”, il secondo album inglese della loro carriera, la cui versione statunitense sarà licenziata nel Febbraio del ‘65.

Arriva la piena

Il 1964, dopo i “massacri discografici” di primavera ed estate, continua e termina confermando la stessa tendenza: la stabile e massiccia presenza, in classifica e sulle scene, di gruppi inglesi. A Novembre, dopo i Beatles e gli Stones, arrivano negli States gli Animals, reduci dal devastante singolo “The House of the Rising Sun”. All’aeroporto, un corteo di auto decapottabili (cinque, per la precisione) attende gli Animals: e su ognuna siede una modella, incaricata di “tenerli al caldo” durante il tragitto fino all’hotel.

Anche i più scettici devono abbandonare le perplessità: se due indizi fanno una prova, nessun dubbio che – come dichiarato da un cronista della cbs – sia in arrivo dall’Inghilterra una vera e propria “Invasione Britannica”.

L’isteria di massa che, nel Regno Unito, ha interessato i soli Beatles, qui si sposta, indiscriminatamente e senza eccezioni, verso tutto quanto marchiato Union Jack: basta essere inglesi – o, come faranno alcuni, fingerlo! – per avere automaticamente successo. Dalla Beatlemania, quasi senza soluzione di continuità, si passa cioè alla “British Invasion”: ennesima fascinazione collettiva, e bivio fondamentale della storia del rock.

Come al solito, i numeri possono dare una mano. Nella Top10 americana del 1963, c’è un solo disco di produzione inglese, lo strumentale “Telstar” dei Tornadoes: nel ’64, i singoli inglesi in classifica passano improvvisamente a 32, e salgono a 36 nel ’65, mentre la produzione americana si riduce di circa il 40%. La parte del leone è giocata dai Beatles, che fra il 1964 e il ’65 piazzano in vetta alla classifica ben 10 vinili: a tenergli compagnia gli Animals di “The House of the Rising Sun”, i Manfred Mann ( “Do wah diddy diddy”), gli Herman’s Hermits (“Mrs Brown, You’ve got a Lovely Daughter” e “I’m Henry the VIII, I am”), Dave Clark Five (“Over and Over”), Freddie and the Dreamers (I’m Telling You Now”), Petula Clark (“Downtown”), e Dusty Springfield (“You Don’t Have to Say You Love Me”).

La British Invasion, come una valanga, trascina con sé qualunque cosa e, a prescindere dal suo valore, la spinge in classifica: artisti a tutto tondo, con anni di esperienza alle spalle e un’autentica anima rock – come Animals, Dave Clark Five e Dusty Springfield – si trovano così apparentati a “topi da laboratorio” come gli Herman’s Hermits, e a cantanti che sfruttano pedissequamente il legame con la scena di Liverpool (e con i Beatles in particolare) per tentare il colpo gobbo (vedasi, ad esempio, i casi di Billy J. Kramer e del duo Peter & Gordon .

La breccia è aperta

Nella British Invasion gli aspetti commerciali e di costume sono più chiari di quelli stilistici: a differenziare il periodo “pre” e il “post” Beatles non è tanto l’affermarsi di un genere specifico – il Beat, o la declinazione rock-blues imposta dagli Stones – ma la rivoluzione culturale che proprio lo straordinario successo dei Fab Four e dei loro compagni di avventure ha innescato.

Nessuno, per quanto distante dal mondo Beatles, riesce a evitare il confronto: volenti o nolenti, consapevolmente o inconsciamente, con mosse appena accennate o con esiti palesi, i musicisti e il mercato americano assorbono tutti un “qualcosa” dalla British Invasion. Attenzione, e ci teniamo a sottolinearlo: non “dai Beatles”, ma dall’esplosione di energia causata dal loro successo.

L’editoria a tema musicale, finora compressa fra il bollettino commerciale e la bacheca di un ufficio di collocamento – “Billboard” – ora ha i motivi e la platea per proporre qualcosa di autonomo e strutturato. Dalle prime fanzine monografiche si passa, nel giro di un paio d’anni, alla Bibbia delle riviste rock, l’americana “Rolling Stone”, mentre le inglesi “New Musical Express” e “Melody Maker” consolidano la loro posizione: il giornalismo musicale si aggiorna, e ai cronisti vecchio stampo in giacca e cravatta – che guardano ai rocker con lo stesso occhio con cui un pastore calvinista osserva un libertino – subentra una generazione di appassionati, con gusti, gergo e attitudini moderne.

Per sostenere il confronto con la British Invasion – o semplicemente tentare il colpaccio – le case discografiche si trovano costrette a ricercare cantanti che possano porsi su un’analoga lunghezza d’onda. Appena scovato il vaso di marmellata, tutti vogliono affondarvi le mani: nella vecchia Inghilterra, artisti lasciati ai margini, e che finora hanno a malapena inciso un paio di 45 giri, finiscono sotto contratto e sono promossi a nuove star. Capita a gruppi di primissimo piano ed evidente talento, come gli Animals, i Them, Manfred Mann; ma anche a cantanti senza arte né parte, come Freddie and the Dreamers o Peter and Gordon… Non sempre le ciambelle vengono col buco!

I Beatles hanno dato una speranza a un’intera generazione: pochi mesi prima erano dilettanti squattrinati, fieri emuli di Gene Vincent e habitué dei sexy club di Amburgo, e ora fanno tournée negli Stati Uniti, girano film, e hanno soldi e donne a volontà. La parola d’ordine – in Inghilterra come negli Stati Uniti – è una sola: o adesso, o mai più.

Il primo risultato della British Invasion è proprio questo: la presa di coscienza che, per chiunque voglia osare, esiste uno spazio da occupare, e che soprattutto lo si può fare a modo proprio. I talenti americani, beneficiati da un sistema discografico e mercantile collaudato e con un secolo di vita alle spalle, assorbono la ventata di energia trasmessa dai più genuini e freschi musicisti inglesi, e trasformano la loro musica in un prodotto estremamente vario, stratificato e creativo, capace di riguadagnare le posizioni perdute, e innescare un elettrizzante ping-pong con i colleghi d’oltre Atlantico.

Bisogna smettere di riciclare vecchi rock’n’roll e rhythm’n’blues, o lasciare che il producer faccia i suoi comodi: chiunque può imbracciare una chitarra e scrivere un 45 giri di successo. È capitato a Lennon e McCartney, sta succedendo a Jagger e Richard, e la stessa cosa fa Brian Wilson coi suoi Beach Boys: perché non tentare? Alcune prove sono ingenue, approssimative e dilettantesche: ma il seme della novità è stato piantato, e nessuno potrà impedirne la crescita.

a cura di Francesco Conti “Chiccoconti”

Fonti

  • PIERO SCARUFFI, Storia del rock – Vol. 1 (Le origini – Gli anni d’oro 1954-1966), Milano, Arcana, 1989
  • ERNESTO ASSANTE, GINO CASTALDO, Genesi, Roma, Castelvecchi, 1997
  • CHARLIE GILLETT, The sound of the city, tr.it., Roma, supplemento al mensile “Il Mucchio Selvaggio”, 1989, n° 133, 134 e 135
  • ROBERTO CASALINI, PAOLO CORTICELLI, Rock: 500 album da collezione, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1989
  • WALTER MAURO, La musica americana, Roma, Newton Compton, 1994
  • Enciclopedia Rock Anni ‘50, a cura di Gianni Del Savio e Augusto Morini, Padova, Aries/Arcana, 1985

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