Il mezzosoprano Cecilia Molinari, reduce dal grande successo nell’opera Ariodante al Festival della Valle d’Itria, sarà Abenamet nell’opera Zoralda di Granada di Donizetti per il festival “Donizetti Opera 2024”, in scena al Teatro Sociale di Bergamo.
Diamo il benvenuto a Cecilia Molinari: come è andato il debutto?
È stato un bel debutto. Tutto il team artistico e tecnico ha dato il meglio di sé. Sapere di rimettere in scena per la prima volta dopo 200 anni quest’opera è stato veramente emozionante e ciascuno ha sentito la responsabilità e l’onore di essere parte di questo spettacolo.
Come sarà il suo Abenamet in questa versione di Zoralda che vede alla regia Bruno Ravella e sul podio Alberto Zanardi?
Il mio Abenamet è un personaggio sincero con un forte senso dell’onore e del servizio per il suo Paese, ma anche un giovane innamorato che non può immaginare una vita senza Zoraida. Durante l’opera il suo rivale Almuzir lo ostacola in ogni modo, ma alla fine invece che ricercare la vendetta per i torti subiti decide di porre fine al circolo della violenza, perdonando il suo carnefice. Un vero colpo di scena!
Diplomata a 17 anni in flauto traverso, laureata in Medicina e chirurgia quando Cecilia Molinari ha capito che il canto lirico sarebbe stata la sua strada?
Scegliere tra medicina e arte non è stato facile. Molte persone erano scettiche o per lo meno confuse della mia scelta, ma ho continuato per la mia strada con in testa degli obiettivi ben precisi e consapevole che la mia formazione scientifica non doveva essere un limite al mio presente, ma anzi una risorsa. Sono infatti fermamente convinta che queste due professioni in realtà siano più vicine di quanto possa sembrare. L’aspetto comunitario, la cura del prossimo e la costante formazione sono solo i primi tre punti in comune che mi vengono in mente.
Cecilia Molinari è una delle voci più interessanti del panorama lirico contemporaneo che nel proprio repertorio vanta anche un capitolo dedicato alla musica sacra e liederistica. Cosa cambia nel suo essere interprete dell’uno o dell’altro?
Io e la mia famiglia abbiamo sempre cantato nel coro durante la messa domenicale, quindi la musica sacra è qualcosa di familiare. Quando mi ritrovo a cantarla, mi sento come a casa e sono più ispirata nell’interpretazione.
La musica da camera invece la vedo più come un punto d’arrivo, nel senso che per essere in grado di cantare questo tipo di musica ci vuole una profonda conoscenza di se stessi. Infatti, mentre nell’opera il fatto di interpretare un ruolo ci aiuta perchè ci fa vestire in un certo senso una maschera, nella musica da camera siamo completamente soli, noi stessi e la nostra personalità. Per questo motivo il repertorio da camera è molto stimolante da esplorare.
È stata definita “vocalista di rango e interprete di prim’ordine”. Fino ad ora qual è il ruolo che le ha dato maggiori soddisfazioni e quale ruolo, invece, le piacerebbe interpretare in futuro?
Per complessità vocale e interpretativa ho trovato l’Ariodante di Händel estremamente soddisfacente. Ma mi ha sorpreso anche cantare la Béatrice in “Béatrice e Bénédict” di Berlioz perché, affrontando per la prima volta il repertorio francese, sono uscita dalla mia comfort zone aprendomi ad altre potenzialità vocali. Non vedo l’ora di debuttare Sesto nella Clemenza di Tito, ruolo en travesti mozartiano che desidero cantare da tanto tempo.
Cosa l’affascina di più quando deve affrontare un nuovo ruolo e cosa la preoccupa maggiormente, se qualcosa la preoccupa quando le propongono una parte?
Sono molto affascinata dalla psicologia del personaggio che devo interpretare. Ovviamente la preoccupazione di fare bene vocalmente c’è sempre; per questo una parte importante del lavoro sono le prove musicali con il proprio coach e con il/la Maestro/a che permettono di capire limiti e potenzialità della propria preparazione.
In questo periodo storico la musica in generale sta attraversando una crisi molto profonda, soprattutto legata alla necessità di fare visualizzazioni. Spesso però il numero dei passaggi streaming non va di pari passo né con il talento, tantomeno con l’arte. In tutto ciò la classica e la lirica appaiono pertanto destinate ad un numero ristretto di persone. Cosa fare per avvicinare le nuove generazioni? Quale destino per questo genere?
Ormai è risaputo che la soglia di attenzione si è drasticamente abbassata sotto gli 8 secondi, appare evidente che l’opera non riuscirà mai ad adeguarsi a questo tipo di velocità. Ma può continuare a fare quello che fa da sempre, cioè descrivere la realtà e la complessità dell’essere umano. Per avvicinare i giovani, non bisogna semplificare, ma incuriosire quel tanto che basta per farli venire in teatro. Di dieci giovani che entrano in Teatro magari solo uno rimarrà affascinato e tornerà, ma è già una vittoria. Credo che l’arte sia di grande aiuto in un momento delicato come può essere l’adolescenza e possa dare gli strumenti necessari per esprimere quelle emozioni che in quel periodo della vita appaiono sempre confuse e aggrovigliate. Non vedo perché trattare l’opera come se fosse una forma d’arte lontana nello spazio tempo, il segreto è parlarne il più possibile, sui social, a scuola, a casa, in tv, per riappropriarsi di questa parola e renderla nuovamente linguaggio comune e familiare.
*Credito foto di copertina: Gianfranco Rota / Photo Studio U.V.
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