Cos’è la British Invasion? Alle radici di una rivoluzione

Cos’è la British Invasion? Cosa ha portato di nuovo nella storia della musica pop? È davvero solamente una questione di numeri e di classifiche, o c’è di più? Ma, soprattutto, da dove arriva? A quali forze misteriose hanno attinto Rolling Stones, Animals e Beatles, per scardinare, in un battito di ciglia, un mercato tanto organizzato come quello americano, e cambiare per sempre i paradigmi del consumo, della moda e dell’estetica rock? Un piccolo, grande, mistero che ci accingiamo a scoprire.

Per comprendere cos’è la British Invasion, occorre prima di tutto osservarne gli effetti. La calata dei Britanni in territorio statunitense, come raccontato nella precedente occasione (leggi l’articolo qui), ha innescato un vero e proprio tsunami, e ha dato ai musicisti le chiavi del potere: tutto si può fare, e tutto si può mettere in discussione. Come i coloni che, superato il Cumberland Gap, si trovano davanti le immense praterie dell’Ovest, così gli aspiranti rocker scoprono un nuovo, sconfinato, mondo, dove costruire un microcosmo a propria misura… In parole povere, sperimentare.

La poetica della pagina bianca

Ma come conciliare sperimentazione e pop music? C’è solo l’imbarazzo della scelta: si può dare un calcio al “vecchio” long playing, banale assemblatore di singoli, e trasformarlo in un oggetto artistico autonomo e compiuto; si può giocare con la costruzione dei testi, o con le levette del mixer; si può – perché no? – cercare ispirazione in sostanze allucinogene, o agire sul modo di presentare sé stessi e la propria musica; o, anche, giocare – come con i Lego – a incastrare musicisti, stili, tecniche e ispirazioni, e osservare cosa capita. Tutte cose già viste, in fondo: ma tanto forti sono l’energia e l’entusiasmo, che ogni movimento suscita un autentico terremoto. Senza timore di smentite, si può davvero affermare che tutto lo scibile musicale su cui fino a oggi ha vissuto il rock nasce nello spazio di un paio di anni: questi anni, fra il 1965 e il ’67, come diretta conseguenza dalla British Invasion.

E, mentre “il nuovo avanza”, una serie di artisti, movimenti e tipologie di cantanti escono definitivamente dalle abitudini di massa e dai gusti dei teen-ager per rinchiudersi in un ambito di culto (il folk blues), legarsi a una zona geo-culturale specifica (il bluegrass e il country appalachiano), o diventare appannaggio dei “matusa” (la ballad da night club).

Il rock, che tanti debiti intrattiene con la radice afroamericana, diventa un genere di quasi esclusiva pertinenza bianca: mentre la maggioranza dei cantanti di colore preferisce gettarsi nella gloriosa r redditizia mischia del Soul, e altri scelgono il rock-blues chitarristico, solo pochi debuttanti di pelle scura (Jimi Hendrix, Sly Stone e Arthur Lee le eccezioni più in vista) sposano il rock. Colpa, senza dubbio, della British Invasion, movimento che per evidenti ragioni storiche e sociali è stato sempre e solo affare per visi pallidi: ma, anche, dell’onda lunga della Restaurazione, che aveva escluso da palchi e dalle tv i vari Chuck Berry e Little Richard.

La quarta stagione

In natura, nulla si crea e nulla si distrugge. Per un disco dei Beatles, degli Stones o dei Dave Clark Five che entra in classifica, ne esce uno di un artista americano. Dal trionfale rientro di Elvis dal servizio militare in Germania e dalle ultime scintille di Berry e Holly, sono trascorsi non più di cinque anni: eppure, sembra passato un secolo. I big della musica statunitense si trovano improvvisamente alla periferia del sistema: la generazione del surf strumentale, i faccini di Ricky Nelson e Connie Francis, e musicisti di prima grandezza, come Fats Domino, Roy Orbison e gli Everly Brothers, di colpo spariscono dalla scena. Persino The King, Elvis Presley, è costretto a fare battaglia di retroguardia: dopo otto anni di ininterrotti successi, a partire dal ’64 riuscirà a far breccia nelle classifiche solo una volta, con “Crying in the Chapel” (1965).

Le star che hanno fatto letteralmente impazzire una generazione, per quella successiva emanano un inevitabile odore di stantio. Eccezion fatta per Beach Boys e Dylan, gli unici yankee capaci di sostenere il confronto con costanza e credibilità sono The Four Seasons dell’italoamericano Frankie Valli e del giovanissimo compositore-tastierista Bob Gaudio: un gruppo che – forte del falsetto potente ed esasperato di Valli – propone un avvolgente mix di armonie doo-wop e cori novelty ed è capace, fra il ’62 e il ‘65, di vendere qualcosa come 80 milioni di dischi (“Sherry”, “Walk Like a Man”, “Candy Girl”, “Ain’t That a Shame” e “Rag Doll”).

La fortuna dei Four Seasons, a ben pensarci, suona decisamente strana… Ma non più del resto. Fra i beniamini dei giovani del ‘64 c’è davvero di tutto: troviamo il Beat di Beatles e soci, tutto ritmo e armonie vocali; c’è il rock-blues di stampo Stones, grondante sesso e impertinenza; c’è il doo-wop fuori tempo massimo di Frankie Valli e del suo falsetto maniacale; ci sono i Beach Boys, allegri e ottimisti; e, apparentemente appartato, Bob Dylan, pronto a scrollarsi dalle spalle il mito di Woody Guthrie per imbracciare la chitarra elettrica… E molto altro – psichedelia, Garage, avanguardia, country rock e pop barocco, tanto per dire! – si sta preparando!

Una tale eterogeneità è equivoca. Com’è possibile che la British Invasion possa indifferentemente accogliere e suscitare umori così contrastanti? Perché delle due, l’una: o c’è un filo rosso, invisibile ai più, che unisce tutto e tutti in modo profondo e intimo; oppure della British Invasion e del Beat non ci hanno detto tutto. Occorre, davvero, capire cos’è la British Invasion, senza accontentarci di mitizzazioni o schemi.

Cos’è la British Invasion? Frattura…

La consolidata suddivisione della storia del rock delle origini prevede tre periodi differenti, circoscritti e quasi impermeabili: 1954-59 (il rock’n’roll), il 1960-63 (gli anni bui, con il rock’n’roll messo in un angolo, e la vittoria di Surf, twist, teen idols e Motown Sound), e il post-1964 (il rock maturo)… Con in mezzo la British Invasion del ’64 che, arrivata da chissà dove, esorcizza il vituperato “periodo buio” e rilancia lo “spirito del rock’n’roll” verso la nuova e luccicante Età dell’Oro. Lo strapotere attribuito alla calata dei britanni in territorio americano è, ovviamente, frutto di una visione della storia superficiale e facilona: nessun artista (e nessun movimento culturale) nasce dal nulla ed è impermeabile al contesto, ma raccoglie sempre qualche traccia di quanto venuto prima. Ma, allora, dove sta la verità? Cos’è, veramente, la British Invasion?

…o continuità?

Il fatto è che il termine “British Invasion” è del tutto insoddisfacente, perché non è in grado di rendere la complessità del fenomeno: si limita a evidenziare uno stato di fatto, e a caricarlo di significati taumaturgici, senza approfondire “il perché” e “il come”, e soprattutto senza cercare un’eventuale traccia di coerenza.

Il nesso che unisce il rock’n’roll, i Beach Boys e i Beatles, a ben guardare, è invece evidente. Pur con accenti, specificità e colori differenti, figli di momenti storici diversi e diverse culture di incubazione, il refrain è sempre lo stesso: radici nel rock’n’roll, sound rustico e ritmato, omaggi continui alla subcultura giovanile, e la messa in mostra di una fisicità e sessualità latenti… Lo stesso eros che le oscene mosse di Presley avevano portato improvvisamente all’ordine del giorno nella perbenista America del ‘56 e che emergerà una manciata d’anni dopo, in forme esplosive e impetuose, con Mick Jagger.

Contrariamente a quanto sostiene la vulgata, fra il periodo aureo del rock’n’roll, la sua presupposta ibernazione, e il trionfo del rock – per mezzo della British Invasion – non c’è quindi frattura: esiste, invece, un processo che porta a maturazione i semi sparsi sul terreno durante la metà degli anni Cinquanta, e in cui sia il famigerato periodo di stasi che il successivo affermarsi dei Beatles sono elementi necessari, imprescindibili e, addirittura, insiti nell’essenza stessa della pop music.

Alla domanda “cos’è la British Invasion?” non si dovrà più sostenere, come fatto per decenni, che è  la ripresa dello “spirito degli anni Cinquanta”, ma che è il suo culmine: l’esito di un processo generazionale, tecnologico, culturale e stilistico iniziato sì negli anni Cinquanta, ma continuato – e non sospeso – nei famigerati “Anni Bui”… Cui la British Invasion aggiunge – questo sì – l’attitudine europea alla logica plurale (il gruppo), un pizzico di sarcasmo, l’assenza di tensioni politico-razziali e la propensione all’intellettualizzazione dei fenomeni estetici.

La florida Albione

Per capire cos’è la British Invasion occorre, ancora una volta, tornare alla prima, grande, cesura nella storia della pop music del Novecento, il rock’n’roll del 1954: ma anche questa, a ben vedere, può esser messa in dubbio, e intesa a sua volta come il risultato di una successione di eventi precedenti… Perché il rock’n’roll, almeno dal punto di vista musicologico, è imprescindibile dal rhythm’n’blues e dal country del dopoguerra; e questi non sarebbero quello che sono se non avessero vissuto le vicissitudini discografiche degli anni Venti e Trenta: che, a loro volta, affondano le radici nelle tradizioni rurali appalachiane e nei worksong africani… Un gioco di specchi da vertigine, che conferma però la più chiara delle evidenze: quanto la musica americana, di fatto, sia sempre contaminata.

Non v’è però dubbio che, anche in un contesto così composito, la matrice britannica, pur subendo profondissime e variegate influenze “etniche” non abbia mai ceduto il bastone del comando… Una supremazia dettata dal controllo economico dell’editoria e della discografia organizzata, perennemente in mani wasp, e ratificata dall’investitura dell’inglese a “lingua ufficiale” della canzone americana.

La costanza con cui l’arcipelago britannico ha alimentato di balli, canti e pratiche musicali gli Stati Uniti ha radici antiche, vecchie come la colonizzazione del Nuovo Continente. La tanto celebrata British Invasion del 1964, vista attraverso la lente della storia, sembra ridursi improvvisamente a episodio trascurabile, inevitabile quanto ordinario: l’ennesima puntata di una cronaca secolare già vista e rivista. Ma qualcosa ancora non torna…

La facilità con cui Beatles, Stones e compagnia mettono a soqquadro un mercato così forte e organizzato, la virulenza con cui riescono a contagiare classifiche e platee, e la forza con cui il loro messaggio penetra nelle orecchie e nelle teste dei teen-ager americani, non ha uguali nella storia. Merito dei tempi, moderni e aperti alle innovazioni, dei mass media, dell’aria di “mondializzazione” che spira dopo i conflitti mondiali: ma, soprattutto, di una straordinaria combinazione di fatti e circostanze… Una “tempesta perfetta” i cui protagonisti assoluti sono la lingua inglese, e la particolare ossatura socio-geografica della musica yankee.

Ping pong

Negli Stati Uniti ogni stile, tradizione e genere è connesso al proprio territorio da un legame quasi ombelicale: Chicago ha il suo rhythm’n’blues, diverso da quello di Los Angeles e di Memphis, così come il country di Nashville è differente da quello del Texas, e il jazz di New York, di Kansas City e di New Orleans sono come lontani parenti… Ed è un bene: è solo nel ventre protettivo di una città o di una comunità che un certo spirito può nascere, assumere caratteri specifici, svilupparsi, e conquistare sul campo la patente di autenticità: e solamente superata questa trafila potrà varcare i confini locali, e trovarsi promosso a moda nazionale.

Anche il rock’n’roll ha seguito questo iter: dei cinque stili classici, ben quattro – il rock’n’roll di New Orleans, quello di Chicago, quello del Nord e il rockabilly – sono legati a doppio filo a realtà locali. Identica cosa avviene anche per il Surf e il Soul: generi che, prima di scorrazzare coast to coast, vivono il proprio periodo di incubazione in California, e nei due centri antagonisti di Detroit e di Memphis.

Quando il rock’n’roll americano arriva a Liverpool sulle navi mercantili, conquista i cuori dei giovani: ma è pur sempre una merce d’importazione, che non ha radici nel tessuto culturale inglese… Ed è per questo che i vari Cliff Richard, Tommy Steele e Adam Faith appaiono irrimediabilmente sbiaditi, e durano la manciata di qualche mese. Occorre che la palla passi direttamente ai teen-ager: a quei ragazzi che bighellonano per i docks della Mersey, e che devotamente, in piena notte, ascoltano Radio Luxembourg.

Una nuova stelletta

Nei primi tempi, non c’è altra scelta che “fare gli americani”: i gruppi del Mersey Beat – Beatles in testa – suonano cover rock’n’roll e rhythm’n’blues, vestono come l’idolo Gene Vincent, e assumono anfetamine al pari dei boppers di colore… Ma la recita a pappagallo mostra presto la corda, rimpiazzata da una sceneggiatura di prima mano, ben definita e riconoscibile: il Beat.

Questa sorta di “variante british” del rock’n’roll, giunta a maturazione in patria, sbarca poi in America, ed è accolta con un misto di stupore ed eccitazione: le curiose acconciature, gli incisivi ritmi in battere, i sorrisi ironici dei Beatles e le loro melodie contagiose rappresentano, indubbiamente, una novità… Ma una novità che, a conti fatti, ha un retrogusto non così estraneo, e che suona – a livello inconscio – quasi familiare: e soprattutto, visto l’assenza di implicazioni razziali, rassicurante.

Questione di prospettive: negli Stati Uniti, sterminato patchwork di genti, culture e tradizioni, tutti convivono con l’idea che fuori dal proprio recinto possano svilupparsi concetti lontani dal consueto… Fatti che potranno piacere o non piacere, esser combattuti o recepiti; ma che, alla fin fine entreranno comunque a far parte del linguaggio comune e di quell’ineffabile concezione del mondo che si chiama “essere americani”.

Con l’ingresso dei Beatles nelle classifiche usa avviene un piccolo miracolo: o, visto che siamo nella patria dello spettacolo, un colpo di scena. Come due sconosciuti che si ritrovano per caso in spiaggia, notano la stessa macchia sulla pelle e scoprono di essere fratelli, separati alla nascita, America e Inghilterra si riconoscono improvvisamente parenti stretti. Quasi senza darlo a vedere, il Beat e l’Inghilterra sono ammessi nella cultura discografica statunitense al pari di un nuovo stato… Ecco come viene percepita, e soprattutto cos’è, la British Invasion: una nuova stelletta bianca sulla grande e colorata bandiera dell’Unione!

Anglosfera

La British Invasion dà peso e sostanza a un concetto finora rimasto allo stato potenziale: la “nazione musicale transatlantica”. Un macro-stato virtuale che – fiorito e ricreato continuamente nelle pieghe del tempo attraverso le rotte commerciali, le alleanze del Novecento e il comune idioma – acquista finalmente densità ed evidenza.

Solamente considerando Stati Uniti e Inghilterra non come due nazioni separate, ma come parte di una sola, trans-oceanica, “anglo sfera musicale”, molte cose iniziano a quadrare, e possiamo finalmente rispondere alla domanda su cos’è la British Invasion. Questo termine – a meno di limitarlo a freddo dato statistico di Billboard – è quindi equivoco e parziale… Non può esserci “invasione” all’interno della stessa (macro)nazione: ma solo il risveglio di una parte, e la consapevolezza del credito esercitato sull’ambiente.

È per questo – e non per strane alchimie astrali, o per misteriosi poteri taumaturgici – che i gruppi inglesi (Beatles in testa: ma anche, successivamente, artisti canadesi o australiani) entrano nello scenario musicale americano (e anglofono) come un coltello nel burro: perché non sono percepiti come un corpo estraneo, ma come rappresentanti di uno stile regionale un po’ particolare… Un genere che, al pari del country, del blues o del rock’n’roll, è nato in una zona ben circoscritta, appena un po’ più lontana del solito, ha conquistato la patente di autenticità a forza di concerti, e ha poi compiuto il grande salto: suo merito – e sua fortuna – è di non sollevare questioni scomode (come invece fanno i folk singer) e arrivare al momento giusto, quando tutte le pedine sono disposte nei punti giusti.

Ed è sempre per questo – per rispondere a un altro interrogativo – che i giovani ascoltano, quasi indifferentemente, Dylan come i Beatles, gli Stones come Zappa, e i Beach Boys come i Grateful Dead: perché l’energia in circolo è così elevata, e lo spirito del tempo così forte, da rendere del tutto superati concetti come “genere” e “stile”. Tutto è pronto: un colpo alla prima tessera, e il gran domino del rock può iniziare.

a cura di Francesco Conti “Chiccoconti

Fonti

  • PIERO SCARUFFI, Storia del rock – Vol. 1 (Le origini – Gli anni d’oro 1954-1966), Milano, Arcana, 1989
  • ERNESTO ASSANTE, GINO CASTALDO, Genesi, Roma, Castelvecchi, 1997
  • CHARLIE GILLETT, The sound of the city, tr.it., Roma, supplemento al mensile “Il Mucchio Selvaggio”, 1989, n° 133, 134 e 135
  • ROBERTO CASALINI, PAOLO CORTICELLI, Rock: 500 album da collezione, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1989
  • WALTER MAURO, La musica americana, Roma, Newton Compton, 1994
  • Enciclopedia Rock Anni ‘50, a cura di Gianni Del Savio e Augusto Morini, Padova, Aries/Arcana, 1985
  • Rock ‘n’ Roll, the British Invasion and periodising musical, social and cultural trends, 1954 -1964 (Internet). Disponibile all’indirizzo: http://www.jfki.fu-berlin.de/academics/SummerSchool/Dateien2011/Papers/carosso_page.pdf

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