E’ l’ora del rock con gli Hands of Time

Oggi ospitiamo sul nostro Blog gli Hands of Time, una rock band che ha assurto come loro base il cuore dell’Italia (tra Perugia ed Arezzo), ma in questo periodo in Italia non ci sono. Sono infatti in tour negli Stati Uniti dove stanno facendo conoscere la loro musica, il loro rock.  Gli Hands of Time, sono Leo Forini (Voce e chitarra), Wido Russo (basso e cori) e Gab Panariello (batteria).

Vi chiamate “Hands of Time”, come un famoso album dei Kingdom Come (band hard rock) del ’91… qualche citazione o riferimento musicale alle vostre radici? E l’acronimo HOT?
Ah,bella domanda. La versione ufficiale è che Hands of Time, cioè lancette dell’orologio, rappresenta la costante poetica dei nostri testi: il tempo, entità non presente in natura, è stato inventato per scandire l’avvicinarsi della fine di questo viaggio, quindi, ognuno di noi dovrebbe usare ciò che la natura stessa ci ha concesso nel migliore dei modi.. poi, confesso, c’è anche il fatto che se prendi le iniziali delle tre parole che lo compongono, viene fuori HOT…e alle ragazze piace!
L’idea ci venne ascoltando un brano di una band americana late 80’s, i Saigon Kick: su una strofa di Love is On the Way, infatti, viene citato quello che sarebbe diventato il nostro nome!

Mi pare di capire che siete nati nel più o meno nel 2009, quindi avete già sei, sette anni di gavetta alle spalle come è cambiata la vostra musica dagli inizi ad oggi?
La band nasce nel 2009, grazie ad un contratto discografico venuto dalla Germania, apposta per noi. Tra avvicendamenti, perdite, rimpiazzi, viaggi miraggi e tanti, tanti live, quelli che vedete ora sono gli Hands of Time, puri al 100%.
Di gavetta se ne è fatta tanta, e solo da poco tempo iniziamo a vedere i frutti di questa semina dura ma estremamente divertente.
Stilisticamente, è ovvio, siamo in costante divenire.
Le esperienze personali, il nostro background musicale, e soprattutto, il continuo girare in qua e in la, ogni giorno portano un’idea nuova, un’ispirazione diversa da quella precedente.
Tecnicamente, da un rock di stampo glam, come da primo album, ci siamo evoluti passando per l’hard pop e lo stoner, cercando poi di fondere ogni influenza esterna, musicale e non, nel genere che puoi ascoltare ora. Non è ben identificabile, ed è una fortuna. E’ un mix di rock, pop, grunge, heavy metal, e chi più ne ha più ne metta.
Semplicemente, ci siamo detti: cosa è rock? Fare qualcosa di già fatto? Certo che no… e allora, tanto vale provare a “scoprire” qualcosa di nuovo.
Per questo, la possiamo definire “la nostra musica”.
Di sicuro, i cambiamenti più profondi sono stati frutto di incontri molto importanti, come quello con il nostro produttore, Andrea Mescolini, a cui va gran parte del merito nella ricerca coraggiosa di un sound nuovo e fresco, o quello con Roy Thomas Baker, produttore dei Queen, Guns n’ Roses, Ozzy, e mille altri, che di certo, pur non avendo lavorato direttamente con noi, col suo concreto interesse nel progetto ci ha dato un’enorme aiuto, sia morale che musicale.

Ad un certo punto è arrivato il primo contratto discografico… Come è successo?
E’ successo tutto d’un fiato…
Io (LEO) e l’ex chitarrista avevamo deciso di metter su una band di tribute agli 80’s, ma poi, suonando insieme, sono venute fuori le prime idee.
Da lì, il primo demo, stampato in sole tre copie, e quindi, tre invii a tre label. Beh, risposero tutte. Abbiamo solo dovuto scegliere.
Insomma, classico “developement” della tipica band da “garage”.

Nel 2014 è uscito il vostro “Time to Think, part I” sette brani di un sano rock, anche con qualche spunto rivolto alla sperimentazione, che ti lasciano senza fiato… una corsa dove la ritmica e i synth non mollano mai un secondo. La part II sarà più tranquilla o cosa dovremo aspettarci?
Non credo sarà più tranquilla (ride)… Anzi… ripensando a tutte le peripezie del tour tra EU e USA, alle persone, alle cose, ai palchi, e all’avventura che stiamo vivendo, non può che essere “piuttosto movimentato”.
Non possiamo rivelare di più, se non altro perché stiamo finendo di scriverlo. La seconda parte del Tour europeo darà l’ultimo colpo di spazzola, e poi, chi vivrà vedrà…

Ascoltando il vostro disco mi soffermo su un brano che mi ha colpito più degli altri Mud Fight, che per qualche sonorità mi ricorda un po’ il mio caro Bon Jovi…
Ce ne hanno dette tante… Bon Jovi, Guns, Queen, Muse, Kings Of Leon, Sabbath, e troppi ne potremmo elencare. Ma in fondo, meno male. Se se ne dicono così tanti, vuole dire che il discorso precedente riguardo allo stile regge.
Mud Fight, comunque, è stata la prima canzone dell’ultimo disco ad essere scritta, quindi, ha sancito una grossa svolta per noi.
E soprattutto, grazie per il paragone. Niente male. Abbiamo conosciuto, qui a Los Angeles, l’attuale chitarrista di Bon Jovi, Phil X… quindi, per esperienza personale, il complimento vale doppio.

Sulla grafica della copertina del vostro disco che ci sono tutti quei puntini… sembra quasi una scritta in Braille per i non vedenti, ma non avendo il vostro cd in mano faccio fatica a capire cosa possa essere…
Si, ma non è in rilievo, quindi, non potresti toccarla, o meglio, leggerla in ogni caso.
E qui ti faccio la domanda io: non siamo forse tutti ciechi? E c’è davvero speranza di tornare a “vedere”; e quindi a rendersi conto che il sistema politico economico attuale è frutto di un cancro secolare, dove il capitalismo dissennato ha prosciugato via via le nostre coscienze, reso possibile dal nostro placido e passivo benestare?
Ecco il principale motivo.
Ma, come per una poesia, ognuno deve poter esser libero di interpretare liberamente il messaggio.

Leggendo di voi su internet vedo che siete molto conosciuti in Germania e in Europa, all’estero più che in Italia? Insomma possiamo proprio dire che siete un gruppo di respiro internazionale, i vostri testi poi sono solo in inglese e addirittura anche il vostro sito web e tutto il materiale che vi riguarda…
Probabilmente, il motivo principale è stata la scelta di cantare in inglese, e lo scoprire che il nostro sound si affianca agli standard della musica anglosassone piuttosto che al pop melodico italiano.
Partiamo dal presupposto che il messaggio lanciato è rivolto al mondo, e non circoscritto ad un paese. Il rock, in termini strettamente commerciali, ha grosso mercato soprattutto nei paesi anglofoni; ma in fondo tutti, più o meno, conoscono l’inglese (salvo eccezioni).
Aggiungici che il rock stesso, in Italia, non è che abbia attecchito come all’estero… probabilmente per ragioni radicate nella nostra cultura popolare. Il rock, in tutte le sue mille sfumature, incarna la protesta, racconta il disagio generazionale, il bisogno di far sentire la propria voce, di ribellarsi. Una musica che parla di eccessi e di sogni… di una rottura necessaria e imminente con un sistema malato e ormai troppo vecchio. Storicamente, non siamo affatto un popolo rivoluzionario, purtroppo.
Poi, il rock cantato in italiano, salvo poche eccezioni, non è che suoni così bene…

… E adesso siete nel pieno di una tournee negli Stati Uniti, io vi ho conosciuto qualche settimana fa proprio mentre eravate in procinto di partire. Come sta andando? Ci raccontate qualche aneddoto?
Sta andando alla grande.
Siamo riusciti, in punta di piedi, ad entrare in contatto con quello che molti definiscono il “giro grosso”, di conseguenza incrociamo le dita…
Quando siamo saliti sul palco del Whisky a GoGo abbiamo capito che tutto ‘sto gran giro, i sacrifici, i pianti, le liti, e la fatica (quella non manca proprio mai) stanno servendo a qualcosa.
Questa è la nostra vita. E abbiamo sognato per anni di poterlo dire con orgoglio, proprio come ora.

Aneddoti… mah, il primo che ci viene in mente è quello di aver dormito su un divano in 3. Non scherziamo. E’ vero. E per un mese e rotte è assai dura, se ci aggiungi che il budget giornaliero era di cinque dollari a testa per mangiare e bere…

In ultimo ci date un’anticipazione sui vostri progetti futuri?
Intanto, ci godiamo un altro po’ di tour, finendo con gli USA, per tornare in Italia e poi di nuovo Nord Europa: insomma, proveremo ad estendere la semina sempre più in là.
Poi, ovviamente, di sorprese ce ne saranno… e la seconda parte di “Time To Think” è solo la punta dell’iceberg!

Insomma anche suonare negli Stati Uniti ha le sue difficoltà, ma incrociamo le dita anche noi per il successo del vostro nuovo lavoro. Però stavolta ragazzi dovete mandarmi il cd, eh!

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