Educazione musicale multiculturale: una sfida alla didattica italiana

L’Educazione musicale multiculturale è un nuovo approccio all’insegnamento dell’arte dei suoni, nel contesto di una società globalizzata. Gilberto Ongaro ci parla di questa nuova sfida alla didattica italiana

Il contesto sociale in cui ci troviamo oggi, in Italia ma anche nel resto dell’Europa, è caratterizzato da una moltitudine di culture diverse che si trovano a dialogare, a volte si scontrano, ma è innegabile che bisogna fare i conti con la complessità, ed accettarne la sfida. Ad eccezione fatta ovviamente per l’etica laica del rispetto reciproco e della convivenza civile, tornare ad imporre valori di Stato monoculturali in un Paese che monoculturale non lo è più, risulta anacronistico e pure dannoso. Qui nello specifico, si parla di musica, dunque di educazione musicale. Se bisogna affrontare classi sempre più eterogenee, per quanto riguarda etnia e religione, è necessario riuscire a porre le basi per un’educazione musicale multiculturale.

Ecco di cosa parleremo in questo articolo sull’Educazione musicale multiculturale:

  1. Premessa: ancora i flauti dolci?
  2. La realtà statunitense come esempio
  3. La realtà statunitense come esempio
  4. Giustizia sociale a educazione musicale: primi tentativi
  5. Interculturalità
  6. Multiculturalità
  7. Per chi è l’educazione musicale multiculturale?
  8. Multiculturalismo come risposta al razzismo
  9. In Italia
  10. Tradizione orale
  11. Gli strumenti universali

Premessa: ancora i flauti dolci?

Classe di bambini che suonano il flauto dolce

Bambini che suonano il flauto dolce

Ennio Morricone si è recentemente espresso sulla debolezza dell’educazione musicale nelle scuole dell’obbligo, lamentandosi anche dei famigerati flauti dolci. A parte che il flauto dolce è retaggio di una storica cultura rurale, per cui in realtà avrebbe una sua dignità e una sua ragion d’essere. Ma nel 2020, in una società sempre più interconnessa, dove le diverse culture si sono mescolate già da almeno trent’anni, ha ancora senso proporre un modello didattico rimasto al dopoguerra?

La realtà statunitense come esempio

Spulciando l’Oxford Handbook of Social Justice in Music Education, ci si rende conto dello sviluppo della realtà a stelle e strisce negli ultimi 50 anni. Si tratta di un processo che ora sta iniziando a interessare sempre più anche l’Italia.

Gli Stati Uniti sono da sempre una nazione meticcia, il luogo principale dell’incontro fra diverse culture: anglosassone, ispanica, afroamericana, asiatica e nativa. L’incontro – scontro fra i valori dei diversi gruppi etnici, ha fatto emergere le discriminazioni da parte della classe dominante, gli operatori delle istituzioni a maggioranza bianca, contro le minoranze. Nel caso delle scuole, il corpo docenti è ancora in prevalenza bianco e appartenente alla classe media. Per questo, pur nelle migliori intenzioni degli insegnanti, spesso accade che il programma scolastico dell’educazione musicale rifletta la cultura eurocentrica, o perlomeno il punto di vista del docente WASP.

Anche dopo le lotte per i diritti civili degli anni ’60. Si privilegia la musica accademica, e la musica scritta, lo studio a spartito della tradizione classica. La problematica è questa: a cosa serve, socialmente parlando, per gli allievi multicolore delle classi americane nelle scuole pubbliche, studiare questa musica? E’ ovvio, in un contesto transculturale, ognuno può far sua una cultura, anche se non gli appartiene in origine. Ma quando una sola cultura viene imposta, calata dall’alto delle cattedre, la sua percezione è decisamente diversa.

Giustizia sociale a educazione musicale: primi tentativi

Negli anni, sono state gradualmente introdotte le musiche delle altre etnie, come quelle afroamericane a partire dagli anni ’70. Ma erano ancora episodi d’eccezione, che paradossalmente rinforzavano il carattere minoritario della considerazione di quel tipo di musica. Negli anni ’80 poi, gli insegnanti si sono interessati ai risultati dell’etnomusicologia, inserendo musiche extraoccidentali nei programmi scolastici. Ancora si è trattato di episodi “turistici”, curiosità che rafforzano negli studenti la convinzione che l’altro da sé non abbia un sistema musicale degno d’essere legittimato. Ma è stato comunque un passo avanti.

Negli anni ’90, si è iniziato a chiedere agli allievi di indagare sulla musica delle proprie origini familiari. Questo favoriva il dialogo fra culture diverse, portate a scuola dagli allievi rappresentanti. Ma anche questo approccio, cosiddetto “interculturale”, mostrava le sue lacune.

Interculturalità

Prendiamo in mano l’idealismo dell’interculturalità, cioè dell’interazione fra diverse culture originarie, volto a costruire un’unica identità ibrida: si è rivelato un fallimento. Perché? Perché era un processo artificiale, forzato. Nel nome del libero mercato, si richiedeva alle diverse realtà culturali di fondersi, e nello specifico musicale, questo processo sociale ha portato alla nascita della world music. Che però si tratta di un calderone, che contiene qualsiasi materiale sonoro etnico, spesso messo in loop su basi elettroniche in pieno stile occidentale. Simbolicamente, era il trionfo del modello economico americano su tutte le culture altre, che lo asservivano.

Dopo l’11 settembre 2001, è diventato evidente che questo approccio è stato deteriore. I quartieri di New York sono ghettizzati, ogni gruppo etnico resta chiuso in sé. Il dialogo è evitato e visto con sospetto.

Multiculturalità

Diverso concetto è quello della multiculturalità. Questa non è un processo artificioso. Si tratta di un dato di fatto: è la convivenza fra diverse culture che coabitano in uno spazio circoscritto. Possibilmente convivenza pacifica e nel rispetto reciproco, ma non per forza ci si mescola. Ed è decisamente il modello più realistico e giusto, da applicare (con fatica) anche nell’educazione musicale, per forgiare nuove generazioni che sappiano vivere in armonia sia nelle loro comunità, che nel dialogo con le altre.

Ma anche applicare questo approccio come modello fisso, ha una contraddizione latente in sé: significa dare per scontato che le minoranze costituiscano per forza un problema da risolvere, e non un’opportunità di crescita.

Per chi è l’educazione musicale multiculturale?

In una classe media, prende forma la simulazione di una società, con le sue minoranze e i suoi individui più forti.  La tentazione, spesso fallace, è quella di prendere gli allievi stranieri, e insegnare solo per loro la propria cultura, in “lezioni speciali”. Questo aumenta il rischio di etichettatura ed emarginazione, perché gli altri italiani possono vedere questa attenzione maggiore allo straniero come un “favoritismo”. Oppure, altro pericolo, quello da parte degli insegnanti di far diventare gli stranieri piccoli ambasciatori delle proprie culture.

Il rischio di questo è duplice: ad esempio, i ragazzi di provenienza africana, spesso in realtà non ascoltano la musica folkloristica, ma quella commerciale del loro Paese d’origine, che spesso è un’ibridazione con gli stilemi del pop occidentale. Dunque, non porterebbero testimonianze sonore significative della loro specificità (anche se tutte le culture oggi presentano elementi ibridi, di transculturalità). In secondo luogo, il rischio maggiore è che gli altri allievi, quelli del Paese ospitante, rifiutino e si scontrino con la sua diversità, e diventino ostili.

Multiculturalismo come risposta al razzismo

L'etnomusicologa Serena Facci

Serena Facci, Etnomusicologa

Il razzismo nasce a scuola, e il docente ha la responsabilità di farlo morire, e sviluppare un senso di giustizia sociale tra i banchi. L’approccio multiculturale evita questo: si rendono disponibili tutte le conoscenze a tutti gli studenti, in maniera egualitaria. Non è una cosa affatto semplice, ma è la strada più efficace: è necessario immergere tutti gli studenti in quante più possibili prospettive culturali diverse, in punti di vista non propri, adottare gli stili altrui, per capirne le prerogative e le motivazioni alla base delle scelte diverse.

Si insegna così l’empatia, a mettersi nei panni dell’altro. Queste riflessioni sono sviluppate partendo dal saggio Multiculturalismo nell’educazione musicale di Serena Facci. Certo, un’istruzione pubblica deve perseguire obiettivi dettati dal Ministero ed essere espressione della Nazione in cui si trova. E uno degli aspetti culturali più delicati da affrontare, è quello del dialogo interreligioso. La musica è quella zona franca, che grazie ai suoi codici di comunicazione più condivisibili dei dogmi di fede, crea ponti impensabili.

In Italia

Ormai dovrebbe essere chiaro, che anche l’Italia si avvia ad essere definitivamente un Paese globalizzato e multiculturale, checché ne dica qualcuno. Le immigrazioni di massa hanno accelerato questo processo storico. Le diffidenze e le paure sono normali, perché frutto di una percezione limitata (non c’è mai stato bisogno di ampliarla prima), che genera paure e una visione psicologica distorta della realtà.

Anche nelle classi italiane, ci sono sempre più bambini e ragazzi di origine straniera, e spesso di seconda generazione, italiani a tutti gli effetti, ma con genitori immigrati. Tenendo a mente questo, si capisce perché sarebbe controproducente portare esempi “turistici” di musica etnica legati alle provenienze straniere di tali allievi. Già sugli stranieri si proiettano tutti i mali, l’illegalità, il disordine e recentemente pure le epidemie, pur sbagliando spesso le latitudini di riferimento.

Ma per quanto riguarda l’educazione musicale in tutto questo, c’è un altro aspetto più importante e più rivoluzionario da considerare, che supera lunghi sermoni utopistici: l’introduzione dell’oralità musicale a scuola.

Tradizione orale

pagina dal Metodo Zoltán Kodály

Un esempio tratto dal Metodo Zoltán Kodály

Zoltán Kodály, compositore ed etnomusicologo ungherese, nei suoi anni si avvicinò all’educazione musicale e sviluppò dei principi per coinvolgere gli allievi in modo non convenzionale, superando la sola lettura a spartito. Oggi i suoi insegnamenti sono ripresi e vengono denominati “metodo Kodály”.

Chi segue questo metodo, prima di arrivare ad insegnare la lettura delle note, ambienta i bambini nei rapporti sonori, senza teoria alcuna. Spesso con la creazione di coreografie, di movimenti che fanno interiorizzare la percezione musicale. Questo per far prendere familiarità con il linguaggio sonoro primitivo, con la suggestione ancestrale che scaturisce dall’esplorare la propria voce. Tutti questi discorsi, vi suonano vicini a quelli ascoltati durante una lezione di educazione musicale alle medie? Improbabile.

La scrittura musicale, essenzialmente esiste in tre aree: Occidente, Giappone e India. Tre quarti del mondo insegna e suona musica a orecchio, e impara per imitazione del maestro. Perché noi ci ostiniamo ad escludere l’oralità musicale dalla scuola? Imparando la musica da spartito, si impara per stratificazione di tante fasi: prima si studiano solo le durate delle note, poi solo le altezze, poi solo le posizioni delle mani, poi solo l’intensità eccetera. Con l’imitazione, tutto questo si apprende in un solo colpo d’occhio, lasciando più spazio all’allenamento pratico.

Gli strumenti universali

Poiché siamo consapevoli che la maggioranza degli allievi non continuerà professionalmente nella musica una volta finita la scuola, perché precludere a tutti quel piacere immenso che l’arte dei suoni permette, nello scoprire se stessi, e il proprio corpo? Perché è questo che consente l’apprendimento orale: conoscere meglio la propria voce, dove risiedono i più intimi codici dell’identità.

Scoprire le proprie capacità manuali con gli strumenti. E, suonando anche semplici ritmi insieme, migliora il senso di cooperazione in classe, per la maggior parte delle allieve e degli allievi. Più che i flauti, voce e percussioni (Iegnetti, tamburi, cimbali) sono quanto di più universale esista, quanto più ci lega in quanto umani, in senso antropologico.

In tutto il mondo, qualcuno percuote una superficie con senso ritmico, e modula la voce per comunicare in maniera espressiva e non necessariamente narrativa. In conclusione, vale la pena di aumentare le ore di pratica musicale nella scuola pubblica, per questi scopi: lavorando a livello emotivo, si possono ottenere più risultati di vicinanza umana, di empatia, rispetto ad altri programmi multiculturali sempre passibili di fraintendimenti.

di Gilberto Ongaro

Riferimenti e bibliografia

  • Che cos’è la musica? di Serena Facci;
  • Multiculturalismo nell’educazione musicale di Serena Facci;
  • Oxford Handbook of Social Justice in Music Education di Cathy Benedict, Patrick Schmidt, Gary Spruce, Paul Woodford
  • Aemetra: http://www.aemetra-valeriosanfo.it/Kodaly.html

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