Enrico Di Felice e l’Ensemble Spaziomusica

Enrico Di Felice, flautista concertista vincitore di numerosi concorsi nazionali ed internazionali, è fondatore insieme a Riccardo Leone dell’Ensemble Spaziomusica… Ci racconta qualcosa di sé e dell’Ensemble in questa intervista al Blog della Musica.

Ciao Enrico. Come flautista ti sei esibito in prestigiose sale concertistiche, cosa vuoi raccontarci della tua esperienza come solista?
La mia attività solistica ha vissuto diverse realtà. Negli anni 80, quando ho iniziato la mia attività, posso dire che proporsi in giro era molto più semplice. Bastava affermarsi in qualche concorso importante per ottenere dei contratti e proporre dei programmi senza troppe pretese in termini di originalità e rigore filologico. Oggi riuscire a suonare comporta un grande sforzo a livello di marketing, un po’ come riuscire a vendere un “prodotto” che si deve imporre nonostante una concorrenza validissima e spietata. Oggi, almeno per me, credo che la carta vincente sia l’originalità dei programmi che proponi; il concerto è una narrazione e, come in tutte le storie, in essa vi sono affinità e contrasti, ma il percorso deve avere una sua evidente coerenza. Attualmente mi è difficile pensare un programma che da Tartini arrivi a Prokofieff passando magari da Mozart, queste cose le possono fare solo i grandissimi che possono permettersi di mettere in primo piano se stessi.

Leggendo il tuo curriculum vediamo che per un periodo ti sei occupato della riscoperta del repertorio flautistico settecentesco, ritrovando concerti e sonate per flauto di importanti autori e registrando e pubblicando tali composizioni in prima mondiale. Qual è il tuo rapporto con il grande repertorio?
Quando si parla di grande repertorio del flauto la nostra mente va subito alla musica del Settecento e il lavoro di riscoperta del repertorio flautistico di quel periodo è coinciso con il mio avvicinamento al traversiere e alla prassi esecutiva del XVIII secolo. Iniziare lo studio del traversiere è stata una scelta molto importante e coraggiosa soprattutto perchè ha significato il progressivo, ma momentaneo, allontanamento dal flauto moderno. E’ molto difficile tenere in piedi contemporaneamente lo studio di due strumenti simili solo all’apparenza. Il traversiere ha occupato letteralmente quindici anni della mia attività musicale e in quel periodo ho avuto modo di iniziare la mia collaborazione con l’etichetta discografica Stradivarius che ha pubblicato diversi miei CD molti dei quali dedicati proprio al repertorio da me riscoperto. Cito con orgoglio la prima registrazione assoluta dei concerti di Tommaso Albinoni e di Leonardo Leo, delle “Nouvelles Sonatines” di Georg Philipp Telemann e non posso non ricordare le soddisfazioni avute dalle splendide recensioni riservate al mio CD con le “Fantasie per flauto solo” di Telemann che fanno parte a pieno titolo del grande repertorio del flauto.
Col flauto moderno, che ho ripreso a suonare a pieno regime da ormai sei anni, ho dedicato due lavori discografici: il primo con l’Ensemble Spaziomusica dedicato a John Cage e il secondo dedicato alla musica di Astor Piazzolla con la prima registrazione assoluta dei bellissimi ed impegnativi “Six Tango Studies” nella versione dell’autore per flauto e pianoforte. Il mese scorso, invece, ho registrato un CD dedicato ad una parte del repertorio beethoveniano per flauto. E’ stata un’esperienza molto gratificante, già provata in concerto, su strumenti storici e quindi con un fortepiano (una copia del Walter, lo strumento preferito di Beethoven) e un flauto originale della prima metò del XIX secolo.

Spesso chi si occupa di un certo tipo di repertorio tende a non voler approcciare la musica contemporanea, e sovente gli esecutori di musica contemporanea arrivano ad abbandonare il repertorio storico. Qual è il tuo rapporto con la musica contemporanea?
Uno dei motivi principali che mi hanno portato dopo quindici anni ad allontanarmi dal traversiere è stata la necessità di un contatto più stretto e solido con la cultura dei nostri giorni. Spesso i barocchisti si isolano dal presente, è una considerazione molto personale, e io non potevo rinnegare il mio passato. Nel 1981 ero tra i cinque fondatori del Festival Spaziomusica, una realtà importante che nel giro di pochi anni avrebbe raggiunto dei traguardi importanti tanto da meritarsi nel 1986 il “Premio Abbiati” come miglior iniziativa musicale di quell’anno. Aver avuto la possibilità di entrare in contatto diretto con personalità grandissime della musica contemporanea quali Xenakis, Stockhausen, Nono – solo per citare i più grandi – ha lasciato segni indelebili nella mia formazione e il mio interesse per l’evoluzione della musica non poteva e non potrà mai venire meno.
Non credo di riuscire ad abbandonare il repertorio storico del flauto, vedo piuttosto nella mia attività artistica come un obbligo morale il cercare di proporre sempre all’interno dei propri programmi almeno un pezzo di recente composizione. L’opera vera di divulgazione delle nuove composizioni non avviene nei festival ad esse dedicate ma, piuttosto, giorno per giorno, concerto dopo concerto, portando qualcosa dell’attualità un po’ dovunque, sfruttando proprio il traino del repertorio storico, per arrivare anche ad un pubblico meno avvezzo alla novità.

Qual è la situazione della musica contemporanea in Europa, oggi, e qual è il suo ruolo?
L’Europa, secondo me, ha perso il suo ruolo centrale nella diffusione della produzione musicale contemporanea. E’ un fenomeno legato alla globalizzazione, il ruolo dei social media ha accorciato le distanze tra i continenti e i compositori europei hanno perso terreno un po’ per spocchia, ma, soprattutto, perchè mi pare vi sia una grande difficoltà ad andare oltre un’eredità importante, ma terribilmente scomoda. Ho in mente figure quali quella di Pierre Boulez, giusto per fare un esempio, che condiziona non poco un compositore che si pone di fronte alla pagina bianca. In altre zone del mondo, penso soprattutto all’America Latina, ci sono meno remore a dare spazio alla fantasia e i risultati sono assai interessanti… ma queste forse sono delle considerazioni molto legate al mio gusto. In ogni caso la mia sensazione è che per i compositori europei, ancora oggi, la necessità (o l’obbligo) di dare una struttura solida al proprio lavoro finisca per causare un black-out della creatività.

E proprio di musica contemporanea si occupa l’Ensemble Spaziomusica da te fondato. Ce ne vuoi parlare? Chi sono i componenti e quali sono stati i vostri traguardi?
L’Ensemble Spaziomusica ha superato la soglia dei trent’anni e credo che questo sia già un bel segno di un amore forte per la musica di oggi. Certo in tutto questo tempo ci sono stati vari avvicendamenti all’interno del gruppo, ma io e Riccardo Leone, seppur con qualche pausa (soprattutto mia) siamo ancora qui con la voglia di scoprire e dire qualcosa di nuovo.
L’Ensemble nel corso dei suoi tanti anni di vita ha partecipato ad importanti festival e tra questi mi piace ricordare Nuova Consonanza di Roma (1986), Festival Contrechamps di Ginevra (1990), Ferienkurse Darmstadt (1992), Ars Mobilis 95 di Parigi (1995), Festival S.I.M.C di Tirana (1995), Festival “Encuentros” 96 di Buenos Aires (1996), Temporada 96 di Montevideo (1996), Festival L.I.M di Madrid (1997). In tempi più recenti siamo stati ospiti del Festival Cinque Giornate di Milano (2012 e 2013), il Festival GERMI di Roma (2011) e quest’anno siamo stati ospiti del Forum Wallis in Svizzera. Ai primi di ottobre io e Riccardo Leone invece saremo di nuovo in Argentina e Uruguay per alcuni concerti in duo con una performance intitolata “150 anni di musica italiana”. Il programma ovviamente contiene molto repertorio storico, ma al suo interno suoneremo anche brani di Goffredo Petrassi e un brano in prima esecuzione assoluta, Cosmogonia, composto quest’anno per noi da Francesco Maggio.

Qual è stato il vostro percorso che vi ha portati su grandi palchi in tutto il mondo e che consigli daresti ad un Ensemble che, come voi, si pone l’obiettivo di divulgare la musica ad ampio raggio?
E’ sempre difficile dare dei consigli, personalmente non ho scelto di occuparmi di musica contemporanea, direi piuttosto che, all’inizio della mia carriera, è stata la musica contemporanea (o meglio chi la scriveva) a chiedermi di occuparmi di lei e l’incontro per me è stata una rivelazione.
Credo che sia di fondamentale importanza il contatto diretto con il compositore di cui devi eseguire un brano; la scrittura musicale ha preso strade non sempre facili e molto spesso ci troviamo di fronte a segni grafici fuori da ogni standard. In questi casi diventa difficile dare la giusta interpretazione a ciò che dobbiamo suonare e solo il compositore può spiegare con esattezza quale era il suo pensiero.
Accostarsi al repertorio contemporaneo richiede soprattutto una fortissima curiosità per i nuovi linguaggi, nessun pregiudizio e la voglia di trovare in qualsiasi partitura qualcosa da dire … ma queste sono considerazioni che valgono per la musica di qualsiasi epoca.

Grazie Enrico del tempo che ci hai dedicato.

a cura di Nicola Rigato

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