Eyes Be Quiet: il silenzio, il vuoto e tutto quello che resta dentro “Una stanza vuota”

Con Una stanza vuota, gli Eyes Be Quiet costruiscono un album che trasforma la solitudine in un paesaggio emotivo vivo, mutevole e profondamente condivisibile. Li abbiamo intervistati

Il disco Una stanza vuota degli Eyes Be Quiet nasce da esperienze intime e autobiografiche, ma trova la forza di parlare anche a chi ascolta attraverso immagini semplici e potentissime: una stanza, un letto, delle coperte fredde, una luce che entra dalla finestra. Tra esplosioni sonore e momenti sospesi, la band sviluppa un linguaggio che unisce fragilità e tensione, influenze internazionali e identità personale. In questa intervista gli Eyes Be Quiet raccontano il significato del vuoto, il percorso che li ha portati a definire il proprio suono e il modo in cui Una stanza vuota è diventato non solo un disco, ma uno spazio emotivo da abitare.

L’album Una stanza vuota parte dal concetto di spazio fisico diventato metafora emotiva: qual è la prima immagine o sensazione che vi ha fatto capire che quella stanza, e non un altro luogo, doveva essere il centro di questo progetto?

Probabilmente è stata durante la scrittura di “Coperte”, la canzone di chiusura.
Si parla di uno stato di profonda solitudine dal quale non si riesce a tirarsi fuori da soli e dell’attesa, mentre al tempo stesso si spera che qualcuno venga ad aiutarci.
Questa emozione è vissuta nel proprio letto, nella propria stanza, quando nessuno ci guarda. In quell’occasione l’immagine è apparsa per la prima volta, per poi ritornare in maniera a volte più nascosta anche in tutti gli altri brani.

Il vostro sound fonde atmosfere ambient-alternative, sussurri e voci urlate, creando un paesaggio sonoro molto dinamico: come avete lavorato per bilanciare queste tensioni — delicatezza e forza — nel processo di scrittura e produzione?

Queste tensioni nascono dalle dinamiche che sono già presenti nel songwriting, che amplifichiamo e valorizziamo poi con l’arrangiamento del brano, cercando di rendere ogni elemento della produzione il più espressivo possibile.

Ascolta il disco Una stanza vuota degli Eyes Be Quiet

Le influenze che citate spaziano da Radiohead a Bon Iver e oltre: in che modo queste diverse ispirazioni si riflettono nella struttura delle vostre canzoni e nella scelta degli arrangiamenti?

Quando iniziamo a lavorare a un brano abbiamo quasi sempre un approccio esplorativo ed è raro partire da reference precise.
Le nostre influenze emergono più in una fase di produzione, ma anche in quel caso, più che avere un indirizzo preciso, lasciamo che tutto quello che abbiamo ascoltato ci influenzi in una maniera naturale, quasi a livello subconscio.

Nelle vostre canzoni spesso emerge un dialogo tra solitudine e speranza: quanto della narrazione emotiva di Una stanza vuota è autobiografica e quanto invece nasce da osservazioni più generali sulla vita?

Sono tutti racconti autobiografici, su quello che è stato vissuto, soprattutto in un ambito relazionale, e su quello che rimane.
Dal dialogo di queste due parti sono nate spontaneamente delle riflessioni, per scavare nelle emozioni, studiarle ed elaborarle, nella speranza di farci pace. Cosa che a volte è successa e altre volte no.

Il titolo stesso suggerisce un vuoto che è al tempo stesso uno spazio di potenziale: come vi siete rapportati all’idea di “vuoto” durante la fase creativa e in che modo ha influenzato la resa sonora dell’album?

Il vuoto è stato un po’ quell’elemento che è diventato da nemico ad amico.
Nella fase di elaborazione era una sensazione talmente forte e schiacciante che spesso non permetteva neanche di funzionare.
Mentre nella resa sonora è il nostro più grande alleato: il vuoto nella musica ci piace molto e lo sentiamo nostro, perché crea una fortissima tensione emotiva e ti obbliga a sentire e ascoltare quello che viene detto, sia quando lo scrivi sia quando lo ascolti.

Dopo l’EP di debutto avete sviluppato un full-length di sei/sette tracce: cosa pensate sia cambiato nel vostro approccio compositivo rispetto ai primi lavori?

Approcciandoci alla produzione di un album avevamo l’intenzione di trovare un suono preciso ed identitario per avere un lavoro coeso, ma dando comunque ad ogni brano all’interno del disco un’identità precisa.
Questa è stata la sfida principale e la differenza più importante rispetto al nostro primo EP, dove abbiamo lavorato ad ogni brano come ad un viaggio a sé stante.

Per chi ascolta per la prima volta gli Eyes Be Quiet, c’è una traccia dell’album che sentite rappresenti meglio la vostra identità artistica e perché?

Siamo molto affezionati a tutti i brani dell’album, ma se dovessimo sceglierne uno probabilmente diremmo “Per farti dormire”: apre il disco e non è un caso, rappresenta l’inizio del viaggio e ne racchiude in qualche modo l’essenza.

Social e Contatti

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