Fabrizio De Andrè e il Cantico dei Drogati

In questo articolo vi proponiamo una rilettura del Cantico dei Drogati, dall’album Tutti morimmo a stento di Fabrizio De Andrè del 1968…

Il 2015 è stato il 75° anniversario della nascita di Fabrizio De André. Nel 1968 pubblicava l’album Tutti morimmo a stento dove una delle canzoni più significative era il Cantico dei Drogati. In questi giorni le cronache sono dominate dalle assurde morti di ragazzi di 17-18 anni non sarebbe male andare a rileggere il testo di quella canzone dove accanto al dolore c’è anche la condanna esplicita della droga e soprattutto dei suoi effetti.

Ho licenziato Dio, ho gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore.

Fabrizio De André non può essere certo considerato un moralista, né un predicatore. Ha provato su di sé gli effetti dell’alcol e della dipendenza e quindi parla per esperienza vissuta. Ecco la droga è questo, la disperazione, “un sordo lamento” e soprattutto la fuga dalle responsabilità e dalla realtà. La canzone si conclude con una richiesta d’aiuto:

Tu che mi ascolti, insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria.

Ecco il problema è appunto qui. Viviamo in una società che oscilla tra la proibizione, l’ipocrisia, la rigidità da una parte e il permissivismo e l’eccessiva empatia dall’altra. Non c’è dubbio che il drogato sia un malato, una persona che deve essere curata, ma questa cura non può essere semplicemente esaudire in maniera controllata il desiderio di drogarsi.

Oggi i Sert al di là dell’impegno personale di tantissimi operatori non sono divenuti altro che un punto di prelievo della droga. Molti tossicodipendenti vanno a prendersi la dose settimanale di metadone che poi rivendono per comprarsi droghe più pesanti. Così come gli analfabeti sono l’ammissione del fallimento della scuola, così i drogati sono l’ammissione della sconfitta della società. Questa piaga si combatte quindi ridando dignità e valore alle persone e al mondo c’è un’unica cosa che dà dignità e valore ed è il lavoro. Chiudiamo quindi le carceri inutili e facciamo tante case lavoro. Diamo incentivi a chi vuole assumere ex tossicodipendenti ma soprattutto ridiamo valore alle relazioni interpersonali. Marx diceva: i filosofi finora hanno interpretato il mondo, ora però si tratta di cambiarlo”.

Parafrasando questa affermazione si può dire lo stesso degli operatori sanitari e degli psicologi. Non si tratta di comprendere o interpretare la droga ma di cambiare la situazione. Per questo sarebbe necessario un vasto programma di riqualificazione del personale e un coinvolgimento di tutti i mondi educativi (scuola, chiesa, associazioni ricreative e culturali) per una campagna “ideologica” che combatta il motivo che sta alla base del ricorso alla droga. L’uomo vale per quello che è in grado di esprimere con le sue forze, non vale nulla se bara e se per affermarsi ricorre a trucchi. Per una società che ha esaltato la furbizia e il mito del successo a qualunque costo, si tratta di un cambio epocale. Se però non saremo in grado di trasmettere questi valori e soprattutto non saremo in grado di dare l’esempio non stupiamoci se qualcuno riuscirà a convincere i nostri ragazzi che la felicità è racchiusa in una pastiglia di extasi.

Fabrizio De Andrè bollava con parole terribili questa ipocrisia e ricordava in particolare a banchieri, pizzicagnoli e notai coi ventri obesi e le mani sudate coi cuori a forma di salvadanai: “poiché all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro: sappiate che la morte vi sorveglia gioir nei prati o fra i muri di calce, come crescere il gran guarda il villano finché non sia maturo per la falce” (da Recitativo).

Cantico dei Drogati

Ho licenziato Dio, gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore.
Le parole che dico non han più forma né accento si trasformano i suoni in un sordo lamento.
Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Chi mi riparlerà di domani luminosi dove i muti canteranno e taceranno i noiosi
quando riascolterò il vento tra le foglie sussurrare i silenzi che la sera raccoglie.
Io che non vedo più che folletti di vetro che mi spiano davanti che mi ridono dietro.
Come potrò dire la mia madre che ho paura?

Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere per i giorni già usati per queste ed altre sere.
E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore.
E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo?
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota.
Mi citeran di monito a chi crede sia bello giocherellare a palla con il proprio cervello.
Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?

Tu che m’ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria.

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