FBZ: poesia d’amore e di guerra e di vita

Amore Guerra il nuovo disco di Fabrizio Tundo FBZ, un concentrato di ispirazione in cui musica S’i’ fosse foco di Cecco Angiolieri. Eccovi l’intervista al nostro Blog

La fantasia che lega Fabrizio Tundo alla forma canzone a volte non ha facili confini e, per quei pochi che si intravedono, non c’è troppo rispetto e voglia di rispettarli. Il nuovo disco è Amore Guerra, è un bel concentrato di ispirazione che lo porta – tanto per cominciare a gustare un antipasto niente male – ad un primo brano in cui FBZ musica una poesia di Cecco Angiolieri. Mica male!!! Il video di lancio che vi abbiamo mostrato oggi sulle pagine di Blog Della Musica, S’i’ fosse foco
Ma lungo la track list che segue di inediti c’è il medioevo, c’è la filastrocca, ci sono i castelli e i cavalieri…c’è il mondo indie, c’è l’attualità, ci sono canzoni d’amore e canzoni uscite dalla sabbia del west all’italiana…ci sono canzoni surreali. FBZ pubblica questo Amore Guerra e noi di Blog Della Musica non ce lo lasciamo scappare!

Partiamo dal titolo: che c’è scritto dietro le righe di queste due parole?
Sembrano antipodi ma se ci pensi bene “Amore” e “Guerra” sono due facce della stessa medaglia; da qui, tra l’altro, si spiega l’assenza della congiunzione tra i due sostantivi nel titolo del mio album.
Nei film e nei romanzi siamo abituati ad immedesimarci nel personaggio positivo che è solo positivo che lotta contro il personaggio cattivo che è totalmente cattivo. Nella realtà esistono le sfumature. Ognuno di noi ha i suoi due lati in convivenza: chiunque ha avuto un pensiero cattivo, poi magari, corretto dal proprio lato buono. Ma ciò che più mi interessava ricordare era l’amore e la solidarietà tra i popoli in tempi di guerra. I potenti della terra sbottano e promettono ricchezza per tutti mentre la dura realtà rispecchia la sofferenza dei più deboli. Sono i tempi di guerra che fanno da sfondo spesso alle migliori storie d’amore e di amicizia. In film come “il Pianista” di Polawski, “Suite Francese” di Saul Dibb, “Tutti a Casa” di Comencini o “Arrivederci Ragazzi” di Louis Malle questo concetto è ben raccontato. Quindi cinque canzoni che raccontano d’amore e cinque che raccontano o hanno come sfondo la guerra. Tra questi due gruppi fa quasi da spartiacque “S’ì Fosse Foco”, la celebre lirica di Cecco Angiolieri da me messa in musica.

Cosa lega a se un brano letterario come “S’i’ fosse foco” a brani come “Odio il purè”?
Angiolieri era in grande conflitto con i genitori, il padre era un ricco banchiere, probabilmente perchè gli negavano il denaro per i suoi divertimenti: vino, donne e dadi.
Nel sonetto il poeta è volutamente esagerato quando augura la morte a entrambi e si può percepire il suo vero spirito, quello ironico e burlone, nel finale. “Odio il Purè” racconta in chiave quasi grottesca il rapporto tra figlio e madre – che non capisce il figlio e continua a proporgli un piatto di contorno a lui non gradito – e la prosecuzione di tale rapporto nel futuro con la moglie. Spesso una persona insegue la madre nella scelta della moglie, nel bene ma soprattutto nel male. Questa è una cosa che mi fa sorridere, degna di una seduta dall’analista.

Ma soprattuto perché Cecco Angiolieri? E poi perchè proprio quel brano?
È una questione di conflitti, e a mio parere Angiolieri era il principe dei conflitti interiori, sempre diviso tra rivoluzione ed ebrezza disillusa, tra odio ed amore. Quel brano in particolare, durante il liceo, lo lesse in classe con voce impetuosa il mio vecchio professore di lettere e fu subito amore tra noi adolescenti e il poeta contemporaneo di Dante. Si immagini un gruppo di adolescenti costretto a leggere e studiare i classici del duecento e trecento quando a un certo punto compare questa figura che sembra uscita da un film d’azione hollywoodiano e contemporaneamente da un film di Woody Allen. Rimane.

Nel video la maschera bianca: cioè un po’ come dire di poter essere tutti e nessuno?
Si, sintetizza la voglia di essere molte cose e sottolinea il vuoto della solitudine.

Da più parti si parla di “follia” inteso come fantasia, estro artistico e inventiva. Da cosa nasce la voglia di contaminare in questo modo la musica d’autore?
La storia ci insegna che più il tempo passa e più gli stili e i generi si contaminano inevitabilmente. Credi davvero che la musica barocca o il rock siano generi puri? Tutto è frutto di contaminazioni, anche le razze. Quel che voglio dire è che l’istinto di contaminare – unire più frammenti provenienti da diverse culture e modi di pensare la stessa disciplina – sia naturale per un artista. Guai se così non fosse. Non mi sentirai mai dire: ecco oggi voglio scrivere un pezzo tipicamente rock o altro. Scrivo e basta. La follia è necessaria per poter concludere qualcosa. Oggi più che mai è rivoluzionario avere fantasia, estro e inventiva, considerando il grande pericolo di omologazione in cui la nostra non più tanto lucida società rischia di cadere. Nel mio primo album c’è un brano, “Cervello bevuto” che parla proprio di questo e nell’ultimo sono diverse le canzoni che battono su questo tema: tra tutte “Schizofrenia”; di più folle di una folla di persone in piazza Venezia che smania per vedere il duce non mi viene in mente niente. Parlo ovviamente di follia tangibile sotto gli occhi di tutti.

Da buon salentino che cosa hai messo di tradizionale nella produzione di questo album?
C’è un brano, “Giuda”, in cui canto le strofe in dialetto salentino, ad essere più precisi di Melissano, il mio paese natale; da Lecce a Leuca il dialetto cambia un bel pò. Il mio dialetto l’ho usato spesso nei primi due album e credo che continuerò ad usarlo ancora se necessiterà.

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