INTERVISTA | Francesco Del Prete presenta il disco Divertissement

Pubblicato dall’etichetta Filibusta Records, Divertissement è l’ultimo disco di Francesco Del Prete. Un album ricco di contaminazioni dove swing, rock, prog, balcan, classico e pop si fondono in un percorso trasversale, unico e coerente. Protagonista indiscusso è il violino che grazie all’utilizzo dell’elettronica e delle loop station diventa uno strumento all’avanguardia che riesce a catalizzare perfettamente una moltitudine di linguaggi. Ne parla al Blog della Musica Francesco Del Prete.

Ciao Francesco Francesco del Prete e ben trovato su Blog della Musica. Per cominciare ti va di presentarti e raccontarci il tuo percorso artistico e musicale?

Molto volentieri! Sono un violinista che qualche anno fa, ad un certo punto del suo percorso di studi classici – laureato al Conservatorio Tito Schipa di Lecce – ha cominciato a porsi delle domande, la più importante delle quali era: cosa succederebbe se chiudessi lo spartito musicale e provassi a suonare liberamente, dando sfogo a quel che fluisce naturalmente dalle mani e dalla testa? Gli esperimenti susseguenti, pur nella loro inevitabile ingenuità – poiché le competenze le avrei acquisite successivamente – mi hanno svelato un intero universo di possibilità timbriche e melodiche talmente stimolante da invogliarmi a dedicarmici sul serio attraverso lo studio della musica jazz e l’approfondimento delle possibilità nascoste del mio versatile strumento musicale.

La tua terra d’origine, il Salento, quanto ha influito su di te e sulla tua formazione?

Son piuttosto sicuro che suoni, colori, sapori, usanze di un determinato ambiente contribuiscano a modellare gusti e stili dei vari musicisti, così come le opportunità che una terra offre oppure la carenza delle stesse e la conseguente urgenza che ne deriva; nel mio caso non riesco ad immaginarmi in un altro posto al di fuori del Salento – legato ovviamente a questo nostro specifico periodo storico – un luogo così ricco di tradizioni, di stimoli ma anche di tante contraddizioni: da una parte terra di canti e balli popolari che da qualche anno a questa parte stanno attraversando una nuova stagione di riscoperta grazie, tra le tante cose, alla divisiva “Notte della Taranta”; dall’altra un crocevia di culture “limitrofe”: molto spesso infatti mi sono ritrovato a condividere palco e sala prove con strabilianti musicisti albanesi, del bacino mediterraneo o provenienti dall’Europa dell’Est. È perciò indubbio che tutta questa abbondanza di sollecitazioni abbiano giocato un ruolo fondamentale nella mia formazione di musicista e ascoltatore onnivoro, così curioso da sentire un forte impulso a non dedicarsi solo alla musica classica ma provare a scrivere pagine compositive originali.

Come sei arrivato a suonare il violino in questo modo, come se fosse un’orchestra, e cosa ti affascina maggiormente di questo strumento che utilizzi in maniera atipica?

Quel che mi entusiasma in prima analisi è ritrovarlo attore principale in quasi tutte le culture in giro per il mondo: dalla musica irlandese alla musica Kletzmer, dal country alla musica indiana, dal balcan alla pizzica salentina al tango argentino il violino è da sempre protagonista essenziale di temi ed improvvisazioni strabilianti. A questo aggiungiamo che collegato all’elettronica, a pedaliere multieffetto e loop machine, le sue possibilità timbriche si moltiplicano rivelando risorse che la maggior parte del pubblico non immagina ancora: un territorio vergine da esplorare con entusiasmo, rimasto invariato per me dal primo giorno.

Se dovessi descriverti come artista che parole useresti in breve?

Sinceramente appassionato, questo me lo riconosco; e poi caparbio e resistente – e non potrebbe essere altrimenti in quest’Italia odierna dove si sente spesso dire che con la cultura non si mangia – e che non si ferma alla superficie delle cose, ma curioso di vedere cosa si nasconde dietro forma ed estetica anche strabilianti ma che non sono sufficienti per raccontare il mondo o provare a comprenderlo.

Il tuo approccio alla musica è sicuramente originale e forse anche anticonvenzionale, visto che il violino richiama spesso un suono classico. Come sei arrivato a suonare in questo modo?

La parola-macedonia che ho scelto per indicare i miei progetti in solo, ViolinÒrchestra, definisce tecniche e procedure che utilizzo ormai da anni: un’intera orchestra realizzata con un solo violino grazie all’utilizzo di uno strumento elettroacustico a 5 corde e ad apparecchiature elettroniche come loop station e pedaliere multieffetto, con la realizzazione di campionamenti e sovraincisioni di pattern ritmici, armonici e melodici solo con archetto e violino. Il percorso per guadagnare confidenza, consapevolezza e competenze al riguardo è stato lungo; tutto è cominciato un po’ per gioco e un po’ per necessità durante i primi anni di studio della musica jazz: avevo bisogno di un accompagnamento armonico su cui sviluppare le mie idee melodiche improvvisative dato che il violino è notoriamente monodico; ma non mi sono arreso e pian piano ho sviluppato delle combinazioni armonico-ritmiche piuttosto coinvolgenti sviscerando le risorse nascoste dello strumento ad arco. Il confronto e conforto del pubblico hanno fatto il resto ed oggi mi ritrovo a presentare il mio quarto disco per “violino solo”.

Ascolta il disco di Francesco del Prete

“Divertissement” è il tuo ultimo disco ed è sicuramente ricco di contaminazioni musicali e difficile da catalogare. Quanto è importante per te la libertà artistica di poter spaziare in questo modo?

Nel concetto stesso di arte in generale è insito il principio di libertà sottesa, altrimenti ne crollano il senso, il significato, l’obiettivo. Indipendenza e autonomia quindi come conditio sine qua non con cui dovrebbe lavorare un artista per poter produrre opere di valore che possano dare risposte nuove ed alternative alla realtà, oppure al contrario porre delle domande scomode per indurre alla riflessione in modo da alzare un pochino l’asticella della consapevolezza umana. Cesar A. Cruz in un suo poema recita: “Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable“. La maggior parte della musica oggi invece è prodotta per accompagnare e abbellire qualcos’altro, rilassare, rassicurare, accontentare, narcotizzare, cercando di mantenere uno status quo che porti un ritorno economico a pochi. Ovviamente la libertà comporta anche una buona dose di responsabilità; e non tutti sono disposti a prendersele.

Suonare da solo ti dà maggiore libertà di sperimentare su suoni, stili e colori?

Suonare solo mi ha permesso di raggiungere tale consapevolezza: il violino è uno strumento che grazie alle sue caratteristiche strutturali peculiari (corde da pizzicare oppure da sfregare con l’archetto il quale all’occorrenza diventa anche una bacchetta percussiva, con una cassa armonica in legno da colpire eventualmente per realizzare incastri ritmici) e agli impieghi più disparati tra il melodico, l’armonico ed il ritmico-percussivo (questo realizzato attraverso la chop technique), abbia ancora tanto di nuovo, inedito e straordinario da dire e da aggiungere alla letteratura violinistica degli ultimi secoli già abbondantemente documentata: strumento vivo e modernissimo capace di farsi prisma di vetro, lente speciale attraverso cui leggere e interpretare i tempi in cui viviamo: e tutta questa libertà è impagabile.

Hai in mente già qualcosa di nuovo di cui ci vuoi parlare?

Sto già lavorando a nuovi spunti musicali, elaborati in seguito a stimoli freschi che mi raggiungono costantemente. È un bel periodo pieno di ispirazioni costanti e voglia di creare; le idee in realtà sono tante, attendo di avere maggiore consapevolezza del materiale in esame per poi entrare in studio e dare una forma compiuta a tutte queste sollecitazioni: l’obiettivo è quello di trasformare in note tutto ciò.

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