INTERVISTA | GASTON: suoni metropolitani, “Cartoline” di nostalgia

Quando il Rap e quel sottile gusto glam si fonde con la nostalgia che ha un poco i colori autunnali, quasi invernali anche… quando il suono si fonde con altre culture e non solo quella strettamente metropolitana… quando in realtà, nell’immaginario diffuso, i colori sono accesi, quasi come quelli di un pop adolescenziale. Cartoline è il primo lavoro personale di GASTON, artista che ci restituisce davvero qualcosa di prezioso, delicato si ma decisamente metropolitano, decisamente urban, decisamente figlio di metriche che mi piace definire “sociali” più che musicali. Cartoline è un disco che pare ignorare il tempo e le mode che stiamo vivendo…

Ciao GASTON, iniziamo sempre partendo dai nomi che si danno alle cose. E “Cartoline” ci sembra assai evocativo per quanto allo stesso tempo somiglia assai poco al suono di questo Ep. Cosa ne pensi?
Prima di essere il titolo dell’Ep, Cartoline è il titolo di una canzone che poi ha dato il nome all’intero progetto, che non è un concept album. Nonostante questo, è stato naturale per me raggruppare questi brani e assegnare questo nome all’insieme creato. Il tema del viaggio è presente e costante, non come un “nomadismo”, ma come ricerca spasmodica del “sentirsi a casa”. Una ricerca spesso ciclica (perpetuata “nei soliti posti”) e metaforica.

E poi questo video che gira da oggi sulle nostre pagine. Un brano evocativo, di tante facce diverse. Un video altrettanto cinematografico. C’è tutto dentro… dicci la tua…
Il video è semplice e articolato insieme. Gli espedienti tecnici (il drone, il piano sequenza) assumono un significato anche narrativo e i pochi elementi di cui si compone (l’auto, il rincorrersi dei protagonisti, la comparsa, la fuga in barca) trasmettono insieme sintesi e completezza se accostati a quello che è il testo di Viale Del Tramonto. Sono molto contento del risultato e per questo devo solo ringraziare Federico Durante, Andrea Mangia (di A spasso col drone) e Gabriele Vitale per l’apporto artistico; Gloria, Federico e Leonardo per la disponibilità e la “presabbene”.

Metropoli e urbanizzazione in questo suono ricco di nostalgia, nebbia e scenari di quartieri. Perché questa scelta?
Non è una scelta. Per fare un po’ di autocritica (che fa sempre bene) direi che il mio primo limite nella scrittura è non sapere dove voglio andare a parare. Anche perché so che un tema, una meta pre-scelti stimolano la creatività e fanno venire fuori cose molto più interessanti e definite/definibili. Non è che non lo faccia mai. Qui ad esempio è successo con Cartoline (la titletrack), e si vede. Avevo in mente un soggetto cinematografico neanche tanto originale, un uomo che abbandona la propria vita, cambia identità e manda cartoline da chissà dove alle persone care. Secondo me il fatto di aver scelto a monte il “tema” è evidente già nella scansione del testo: il ritornello ad esempio ha un effetto riassuntivo rispetto a quello che accade nelle strofe. Per il resto direi che è più uno svago poggiare la penna sul foglio, le dita sulla tastiera e vedere cosa preme per uscire, in quale forma, da dove viene. Fa l’effetto di un’autoanalisi.

E secondo te dai quartieri arriverà presto la rivoluzione o si tornerà a considerare le province come centro nevralgico della scena musicale?
Non credo ci siano schemi (passati, presenti e a venire). Conosco artisti che per ovvi motivi scelgono di vivere nei grandi “centri” e quindi nei “quartieri” (se è quello che intendi) e persone che creano in tranquillità nel proprio angolo di mondo. Artisti che amano fare pubbliche relazioni e ritrovarsi coi colleghi qua e là per la città e artisti che si deprimono a contatto con questi “centri nevralgici” (diciamo così). Forse il segreto è testare, fare ogni esperienza possibile e non fossilizzarsi. Dipende tanto da come te la vivi tu in quel momento e da cosa ti sta accadendo intorno.

Se tu avessi una macchina del tempo? Che epoca musicale vorresti cavalcare?
Ti rispondo d’istinto senza pensarci perché troverei dei buoni motivi per vivere un po’ tutte le epoche. Anni 70 a Bologna per svariati motivi. Ma soprattutto mi piace fantasticare che sarei stato amico di Dalla e Guccini, “i tre moschettieri” (questa si che è presunzione, bella e buona). Possibilmente con un amico fragile di Genova, in una scena mondiale in subbuglio. Preso dall’università e dai comitati di giorno e dalle canzoni di sera, da Vito: l’angoscia e po’ di vino.
Un po’ scontata ma davvero sincera come fantasia. Riemergo subito dal sogno.

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