INTERVISTA | Indietro non ci torno… il presente e il futuro di Gianfranco Riccelli

Indietro non ci torno, di Gianfranco Riccelli, disco con due inediti: Le mie scale di Claudio Lolli e Nato Ieri di Pierangelo Bertoli. Eccovi l’intervista…

Curiosa la copertina del disco di Gianfranco Riccelli in cui la parola “torno” viene scritto da destra verso sinistra. Poi lo lasciamo suonare e d’improvviso mi trovo circondato dalla magia e dalla voce di Pierangelo Bertoli. Certamente non è lui ma le liriche, il mood, il prezioso timbro… ogni cosa sembra ricordarlo. Poi mi addentro tra le note di stampa e ritrovo Alberto Bertoli (il figlio) e scopro che il brano Nato Ieri è un testo inedito di Pierangelo Bertoli che in questa occasione Riccelli mette in musica. E non finisce qui: perchè sempre sua è la musica del brano “Le mie scale” ma il testo è un inedito di Claudio Lolli. Direi che basta questo per inquadrare a pieno il mondo stilistico di Gianfranco Riccelli e di questo nuovo lavoro dal titolo Indietro non ci torno che, viste le citazioni colte del passato a cui attinge a piene mani, direi essere appena incoerente. Tuttavia a tutto questo universo di bellezza e di letteratura musicale va aggiunto sicuramente tantissimo gusto per il mestiere di cantautore. L’intervista per gli amici di Blog Della Musica:

Dalle tradizioni popolari l’impegno letterario. Gianfranco Riccelli che cantautore sta diventando o vuole diventare?
Gianfranco Riccelli
vuole rimanere quello che è: un musicante pieno di passione per la musica d’autore e per la musica popolare (quella vera). Se avessi voluto diventare altro avrei accettato allettanti proposte pervenutemi nel corso degli anni. Vorrei rimanere un musicante che – come diceva qualcun altro – non ha nessuna certezza ma che spera di regalare qualche emozione.
D’altra parte solo così mi diverto… non riuscirei (non ne sono capace) a musicare un testo privo di significato. Anche nei miei testi vengono a galla le mie letture: la letteratura russa ‘in primis’, i francesi, la letteratura sudamericana…

Una timbrica di voce che ti colloca molto da vicino nella canzone di Pierangelo Bertoli. È stata anche una tua direzione artistica, un tuo modo di essere cantautore?
Non è il primo che mi fa questa domanda. Alcune volte mi accostano a Vecchioni, altre a (appunto) Bertoli, altre ad altri cantautori nostrani. Non è stata una direzione artistica… è la mia voce. Molte volte (forse) cambia tono ed ecco l’accostamento ai più. Adesso che ci penso potrà dipendere dal registrare la mattina presto o la sera o, addirittura, la notte… e dal numero di sigarette fumate.

Cos’hai rubato dal passato e cosa invece sta inseguendo nel futuro?
Dal passato ho sicuramente rubato tanto alla musica popolare del Sud Italia e, particolarmente, alla musica della mia regione la Calabria. Non perché sia la migliore o la più evocativa ma perché – naturalmente – è quella che conosco di più e quella con la quale sono cresciuto. Non mi riferisco, logicamente, al classico 6/8 (tarantelle, pizziche, ecc) che imperversa nelle serate estive ma alla musica popolare nel senso più pieno e classico del termine. Ai canti sociali, alle canzoni nate dall’esigenza di urlare le proprie condizioni e, perché no, anche alle canzoni d’amore.
Uto Ughi, in una recente intervista, ha asserito che la musica popolare ha la stessa dignità della musica classica. Ne sono sempre stato convinto.

Questo disco nella scena digitale di oggi. Come pensi arrivi alla gente qualcosa che sa di un gusto ormai “antico” per quanto pregiato?
L’antico è un concetto che non mi appartiene. Scrivo canzoni così perché così so scriverle! Non saprei arrangiare o scrivere musica pop. D’altra parte non mi interessa nemmeno. Probabilmente il disco non arriverà…ma non è questo il problema. La cosa che mi preoccupa (musicalmente parlando) è che vedo tante trasmissioni spazzatura (parlo dei vari Talent e delle varie kermesse canore) che disabituano i giovani all’ascolto. La massificazione della cultura, ormai, è a livelli inaccettabili. Il discorso sarebbe lungo… spero solo che – a parte il mio disco (e lo dico con assoluta sincerità) – arrivi alle orecchie dei giovani anche qualcosa con un gusto ormai “antico”. Spero che a qualcuno comincino a spuntare le orecchie… (cit.)

Parafrasando il titolo del disco e facendo appello alla tua grande esperienza di anni: pensi che tornare indietro significhi non andare avanti?
Assolutamente no. Tornare indietro può anche significare non perdere di vista quello che siamo stati. Tornare indietro significa anche non dimenticare gli innumerevoli mutamenti culturali che ci sono stati in Italia ed in Europa. Tornare indietro, forse, significa guardare con occhi più attenti il futuro.

Musicalmente… linee guida di un disco così elegante? Chi e che cosa volevi rappresentare musicalmente e culturalmente parlando?
Grazie per l’elegante. Mi hanno detto di tutto… tranne che elegante. Ma mi piace il termine e forse (ripeto… forse) è pregnante della situazione che volevo rappresentare. Un disco privo di orpelli musicali dove ogni strumento è calibrato all’altro complementare e dove il testo diventa un telo che copre tutto. Mi scuso per quest’immagine ‘pittorica’… ma è quello che volevo rappresentare. Volevo fare ‘pulizia’ dentro di me ed eliminare quello che non serviva senza aggiungere o togliere; solo amalgamare. E, probabilmente, è questa l’immagine più rappresentativa del disco. Una univocità di destinazione… quella dell’ascolto, della fruibilità, del piacere e dell’emozione.

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