INTERVISTA | I Shot a Man: DUES, l’album da sfogliare

DUES è il nuovo album degli I Shot a Man, uscito a fine febbraio 2024, concepito tra i blues urbani del nostro secolo, trascinato per le rive del Mississippi fino alle paludi della Louisiana. Una raccolta, un disco antologico, l’amore per le figlie e i figli del blues, per le sue radici e per le sue declinazioni più moderne. Ecco la nostra intervista agli I Shot a Man

A stendere il tappeto rosso al nuovo lavoro degli I Shot a Man sono stati i due singoli “Arnold Wolf” e “Billboards”, prima e ultima traccia del disco. “Arnold Wolf”, un brano intriso di chitarre elettriche e suoni saturi, a sottolineare la ricerca di un sound moderno e diretto, e “Billboards”, una ballata notturna dai toni caldi e vellutati, tinta di soul anni ‘70. Quello che c’è nel mezzo è DUES, un album da sfogliare, una raccolta di foto, storie di persone diverse vissute in luoghi e momenti diversi. Come se ogni brano fosse un piccolo film, alla ricerca di un nuovo blues, come se fosse sempre stato lì, come se nascesse oggi.

Dues è il secondo album degli I Shot a Man e ha richiesto un intero anno di gestazione. Come riassumereste questi mesi di lavorazione?

È stato un bellissimo autogol. Quando decidi di prenderti così tanto tempo per lavorare a un album, significa tenere tutte le possibilità aperte. È uno splendido inferno l’avere la possibilità di lavorare sui suoni, sulle parti, sugli strumenti, sugli arrangiamenti, tornare indietro, sbagliare, risbagliare, ripensare, ecc. Tanto che ad un certo punto quello che conta davvero è essere in grado di fare un passo indietro e trovare la lucidità per osservare l’insieme senza farsi ubriacare dalle possibilità.

Quali sono le principali differenze tra “Dues” è il vostro primo disco “Gunbender”?

“Gunbender” è stato il nostro primo album. Raccoglieva gli anni di formazione, di studio e approfondimento del blues, dei suoi antenati e dei suoi figli. I brani si erano depositati dopo che il polverone si era calmato, e li abbiamo fissati in quel momento, nel modo più semplice e diretto possibile. “Gunbender” è stato inciso in cinque giorni, in presa diretta. Chitarre elettriche e acustiche, batteria, voce, tutto insieme. Zero post-produzione, tutta pancia. Un disco punk, praticamente. “Dues” è un album che è nato piano piano, nell’arco di circa un anno. I brani erano più maturi, i testi più profondi, curati, e ci siamo presi il tempo per lasciare che trovassero la loro forma. Questo ci ha dato la possibilità di trovare soluzioni e idee per noi innovative che sarebbero rimaste sepolte se avessimo corso troppo.

Ascolta il disco DUES degli I Shot a Man

Nel 2022 vi siete esibiti a Memphis. Ci parlate di questa esperienza? In che modo vi ha arricchiti dal punto di vista musicale e non?

Il viaggio a Memphis è stato come prendere una sberla a mano aperta da un pugile. Era la prima edizione dell’International Blues Challenge dopo la pandemia, ed era stata rimandata diverse volte. Il festival si sarebbe dovuto svolgere a gennaio, avevamo già i biglietti aerei, le valigie pronte, ma per l’ennesima volta è stato posticipato. La notizia è arrivata dieci minuti dopo la mezzanotte di Capodanno. Se non è blues questo…

Siamo partiti quindi con quattro mesi di ritardo, quando a Manu era appena nato il secondo figlio, e a Domenico avevano negato il visto per una stupidaggine burocratica, il giorno prima di partire. Siamo partiti in due su tre, senza avere la minima idea di che cosa avremmo fatto. Abbiamo suonato in due, improvvisando letteralmente dalla prima all’ultima nota. Ma dal punto di vista musicale, negli Stati Uniti tutto è possibile: c’è sempre qualcuno pronto ad ascoltare, qualcuno attento, qualcuno che ti sostiene se sbagli. Dopo Memphis ci siamo immersi nel Sud. Le cittadine del Mississippi, dove tutto è cominciato, le paludi della Louisiana, New Orleans… Abbiamo percorso più di tremila miglia e non ce ne siamo accorti.

“Suonare blues significa che da qualche parte qualcosa è andato storto, che c’è qualche conto in sospeso con la vita”. Vi va di ampliare il discorso? Che cosa significa per voi fare blues?

Non è facile parlare di blues se si è nati in Italia negli anni ‘80. Non lavoriamo nei campi di cotone, non siamo (ancora) degli hobo, dei vagabondi cantastorie. Non viviamo la segregazione razziale. Ma la musica blues ha influenzato tutte – tutte! – le musiche del Novecento e del Duemila. Noi l’abbiamo scoperta da grandi, andando a ritroso fino a ritrovare le radici delle centinaia di dischi su cui siamo cresciuti. A proposito della poetica blues, per noi significa soprattutto un modo di intendere il dolore. Noi europei abbiamo la tendenza a crogiolarci nella malinconia, ad accoglierla, farne una bandiera, in alcuni casi. La musica blues ha un movimento opposto, quasi una funzione: far passare quella malinconia, scacciare i blues, i diavoli blu. La nostra generazione disillusa vive una vita inseguendo agi che abbiamo appreso dai nostri genitori, e che non avremo mai. Ci è stato promesso che ad un certo punto la salita sarebbe finita, avremmo raggiunto un altopiano e goduto dei frutti dei nostri sacrifici, del nostro lavoro. E invece viviamo una vita di sforzi vani, guardiamo i nostri figli senza la sicurezza di potergli assicurare un futuro, ci guardiamo allo specchio, mentre le barbe imbiancano, senza sapere ancora qual è il nostro posto.

Come descrivereste la scena blues del 2024?

In questi anni il blues sta vivendo un momento di grande fervore. Musicisti da tutto il mondo stanno riportando ai giorni nostri modi e stili delle origini, contaminandoli di esperienze, suoni e generi diversi. La discontinuità dei musicisti moderni di blues con l’approccio dei nostri maestri, sta nell’aver acquisito grazie a loro un enorme repertorio, uno spirito critico e creativo, ma un diverso modo di intendere il rispetto verso i grandi del blues. Non più emulazione filologica, per cogliere invece il messaggio dirompente, la tendenza alla contaminazione.

Parliamo di strumentazione: a cosa non potrebbero mai rinunciare gli I Shot a Man?

Lo slide! Il collo di bottiglia, insomma. Quel suono sulle corde, le possibilità di capovolgere il suono di una chitarra e inventare nuovi virtuosismi. Non possiamo rinunciare alle valvole degli amplificatori, alle nostre chitarre, che messe tutte insieme hanno più di centocinquant’anni di età.

Come continuerà il vostro anno musicale?

Sabato 9 Marzo si è tenuto il concerto di presentazione di “Dues”. È stata una serata pazzesca, e ci ha fatto ricordare improvvisamente quanto ci mancava il palco. Per i prossimi mesi le nostre energie saranno orientate ai live. Ma abbiamo qualche nuova idea e qualche collaborazione nel cassetto.

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