INTERVISTA | iBerlino: un viaggio psichedelico in un uomo

Ascoltare questo disco è un’esperienza che può lasciare dei segni o lasciare indifferenti. Non penso ci sia una via di mezzo. Il progetto iBerlino del duo formato da Mirko Di Francescantonio e Fabio Pulcini pubblica questo Hai mai mangiato un uomo? in cui si spolverano sonorità british decisamente psichedeliche. Forme anche di personalissimo KrautRock e non a caso forse il nome. Dipinti sospesi, spazi aperti, nebbia e probabilmente tanta provincia industrializzata. Le featuring vocali di Susanna Regazzi poi tingono il pennello in un rosso seduzione niente male. Un disco che non ha forme conosciute. Elettronica e potere visionario. In lingua italiana. Ecco l’intervista su Blog della Musica…

Quanti vi avranno chiesto del titolo? Beh anche noi, ci dispiace. Ma convenite con noi che avete scelto un titolo assai importante e ambizioso?
Sì, credo sia molto forte. Molto fraintendibile anche. E molto violenta come domanda e come impatto. La vera domanda che si nasconde dietro il titolo è “Hai veramente pensato a quella cosa assurda?” dove la cosa assurda cambia da persona a persona.
Non a caso il tema del disco è un brainstorming notturno; alcune canzoni sono state scritte volutamente di getto. La regola era: dì tutto quello che ti passa per la testa, anche se non è bella, ma sii profondamente sincero. Il titolo del disco comunque è uno dei versi della canzone “Come andar di notte” che è un buon sunto di tutto l’album, come atmosfere e tematiche.

Ma anche il nome di questo progetto è assai interessante: una Berlino del futuro? Una Berlino interattiva? Una Berlino personale?
Una Berlino passata che ha influenzato una Berlino personale: gli eventi storici e culturali di quella città – avevamo 9 anni quando è stato abbattuto il muro, lo stesso muro che leggevamo nei nostri libri di scuola in cui ci stavamo formando, uno shock – hanno creato una Berlino iconica, una Berlino idealizzata, una Berlino in cui…quando abbiamo deciso il nome della band non eravamo mai stati, ma che vedevamo dai film di Wenders, che ascoltavamo nelle canzoni, che leggevamo nei libri. Una capitale della nostra generazione 1980 e del nostro immaginario. Fab è stato a Berlino qualche anno fa, infine: mi ha detto che sì, era tutto come avevamo avvertito dentro di noi. Un film che rappresenta bene la potenza di questo richiamo credo sia “B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989” di Klaus Maeck, Jörg A. Hoppe e Heiko Lange, visto qualche anno fa. Ve lo consiglio, seppur difficile da reperire, troverete delle chicche amatoriali con dei personaggi che conoscete tutti, non da poco. Il brano “Non si può vietare in un deserto” mi richiama quell’approccio alla vita: sei solo nel cambiamento, sei in un deserto disordinato come fosse lo sgabuzzino dell’umanità.

E poi perchè Berlino?
Perché ce l’abbiamo in testa. Perché ha dei bei colori, delle belle forme. Perché se fossi appena nato nel 1980 in Europa, prima ancora di cantare “New York New York” direi la parola “Berlino”. “Senti il cielo come me” è un brano che come sonorità parte dalla Bolognina, il nostro quartiere, e arriva come una dichiarazione d’amore sotto forma di onda radio a Berlino. Se avessimo avuto i soldi sarebbe stato bello girare il video un po’ in Bolognina un po’ a Berlino. Del resto, abbiamo sempre immaginato.

Letteratura: punti di contatto con la parola scritta ce ne sono? I testi sono spesso visionari e ricchi di immagini…
La sera per rilassarmi disegno spesso. A volte mi capita di illustrare per alcuni lavori e anche per alcuni musicisti. Ammetto quindi che a volte quando devo esprimere dei testi chiudo gli occhi e li riapro in qualche altro luogo, nella mia testa. Questo per dirti che se sembrano visionari come stanno scrivendo alcuni è perché ho delle immagini in testa per… deformazione. Cerco di descriverle non potendo disegnarle con l’audio. O quasi. Credo che Paolo Conte faccia lo stesso e non sarebbe difficile immaginarlo ascoltando i suoi testi: quelli sì che sono visionari. Adoro quei suoi versi “dipinti” come quelli di Blue Haway: “Sì, tu parlavi difficile / come fa l’Europa quando piove / e si rintana a dipingere / le isole del sogno / io non sapevo risponderti /perché ascoltavo la pioggia”. Magnifico.
Mio padre è un suo gran fan e io ho preso questa cosa forse da lui. Ecco, mio padre è presente in “La partenza”, quel brano è nato da una nostra chiacchierata. Mio fratello invece ha scritto il testo di “Neve” che non era nata per essere una canzone. Mia madre ascolta, seppur viviamo a chilometri di distanza: le canzoni che scrivo sono il mio diario e tramite esse lei sa cosa sta accadendo a suo figlio. C’è della mia famiglia. Per il resto, non ricordo cosa ho letto nel periodo antecedente a quello di composizione. Ricordo che sicuramente Paul Auster nel disco precedente influenzò in maniera indispensabile il brano “Macchie sul tuo volto”, che è un concetto espresso in un suo libro. Amo molto lui, probabilmente è finito in qualche altro brano.

Elettronica al servizio della parola o il contrario? Ho proprio l’idea che sia un poggiare le sensazioni sulla musica scritta quasi indipendentemente…
Direi contrario: parte la musica, chiudo gli occhi, ripesco dei ricordi che quella musica mi sta invocando o delle sensazioni, cerco di riportarli a galla. I testi quindi vengono molto spesso dopo la musica perché vi prendono spunto come emotività.
Unica eccezione per “Neve”; mio fratello si presentò con questo testo che voleva musicare per un filmato, quindi solo in questo caso abbiamo dovuto creare un tappeto sonoro per un testo nato indipendentemente dalla musica.

Chiudendo: una musica fuori dai canoni come la vostra come sposa i cliché di comunicazione di oggi che sono assai rigidi alla tradizione pop?
Non li sposa: è l’amante. Quello con cui marineresti “la Scuola” di pensiero. Ricordi quando a inizio anni 90 passavano alcune canzoni sdolcinate in radio mentre stava scoppiando la Guerra del Golfo? Immagina: tensione mondiale e paura nella gente di una imminente nuova guerra mondiale e in radio cosa davano come colonna sonora? Michael Bolton che rema in un fiume, come se niente fosse. Subito dopo arrivò il grunge e la rabbia della gente riuscì a trovare una valvola di sfogo. Ora io ti chiedo: in questo periodo storico molto particolare del nostro pianeta e della nostra nazione, secondo te il pop italiano quanto è utile? A distrarsi, senz’altro. Ad essere leggeri. Ma a volte temo che a lungo andare abbiamo abusato della leggerezza, basta guardare quello che sta accadendo: una situazione disastrosa ci sta scivolando di mano, e sai perché? Perché pensiamo ad altro, perché a noi piace essere “leggeri”, o dovrei dire alleggeriti. Basta con le stronzate. Questo disco ha un messaggio pesante: hai mai pensato di doverti trovare a colpire un uomo? Di ucciderlo… di… mangiarlo a livello morale o altro. Sta accadendo nelle nostre piazze, in questi giorni.

Info: https://www.facebook.com/iberlinoofficialpage/

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