INTERVISTA | Aldo Granese e le sue “Sirene”

Aldo Granese è un cantautore di origine irpina, classe 1975. Da anni vive a Nola in provincia di Napoli e insegna musica. Tre dischi alle spalle e tantissimi concorsi per emergenti vinti. Il suo ultimo lavoro discografico si intitola Sirene, un concept album che parla della schiavitù che vivono alcune. Blog della Musica l’ha intervistato

Oggi Blog della Musica ospita Aldo Granese: benvenuto! Per chi ancora non ti conosce puoi raccontare, in poche righe, la tua storia?
Sono un cantautore. Ho tre album all’attivo: Per tutti i miei rifiuti, per i vini già bevuti…, il mio primo lavoro discografico, che ha visto la luce nel 2007; L’arpa dai fili di ferro, concept  sul tema dell’Olocausto, pubblicato nel 2012; e Sirene, un altro concept, che affronta il tema della prostituzione, che è uscito ad aprile di quest’anno. Ho pubblicato anche una raccolta di sonetti “La mia corona” nel 2015 e per la fine dell’anno pubblicherò una seconda raccolta di poesie, stavolta di metro differente, “Son rinato come albero”. Amo la scrittura in ogni sua forma e cerco di dedicare tutto il mio tempo libero ad essa. Di lavoro faccio l’insegnante di musica: allevo le nuove leve e mi ci dedico corpo e anima.

I tuoi inizi con la musica come sono stati?
Ho iniziato a studiare musica quasi trent’anni fa, alla metà degli anni ’90 risale la mia prima band e i miei primi approcci alla composizione di canzoni. Verso la fine del decennio, avendo accumulato già un bel po’ di materiale inedito, decisi di mettermi alla prova, registrai in studio alcuni brani e cominciai a spedirli alla redazione di qualche festival dedicato.

Hai partecipato a moltissimi concorsi e Festival, ma da quando, giovanissimo, hai vinto il Cantamartino Festival a Ceregnano (Ro) ad oggi: come è cambiato il tuo approccio con la musica?
Il Cantamartino lo feci nel 2000 se non ricordo male, fu una bellissima esperienza: la prima o la seconda volta che portavo la mia musica oltre i confini della Campania. Grazie al Cantamartino partecipai al Festival Internazionale della Canzone Italiana d’Autore in Svizzera e vinsi anche lì: cominciai allora a pensare che forse avrei dovuto continuare. E così feci, accumulando tantissime esperienze, che il più delle volte hanno dato esiti positivi. Il mio approccio da quei bei tempi è cambiato solo nel senso che adesso sono più autosufficiente: nell’ultimo disco ho fatto quasi tutto da solo, ma questo non è per forza un bene perché ti toglie dal sano confronto con i tuoi simili, ti chiude inesorabilmente in te stesso e nel tuo mondo. Vuoi anche che, oggi come oggi, rispetto a vent’anni fa, c’è poco tempo da dedicare al confronto con gli altri: siamo tutti dietro la tastiera di un computer. Ma per il futuro, personalmente, mi impegnerò ad uscire dal “guscio”.

Quali sono gli artisti che maggiormente influenzano il tuo modo di fare musica?
Credo che nelle mie canzoni si senta molto l’influenza dei grandi cantautori del passato, perché li ho ascoltati e assorbiti in una fase decisiva della mia crescita artistica, ma penso di avere anche altre influenze derivate dai miei ascolti, che sono molto vari.

Ci racconti la genesi di Sirene il tuo terzo disco?
Una sera di circa cinque anni fa, percorrendo in auto (di ritorno da uno spettacolo) una zona degradata della periferia di Napoli nord (area nella quale il “fenomeno” della prostituzione dilaga), concepii il testo di Tango delle sirene e lo trascrissi quasi per intero non appena giunto a casa. Nel mentre stesso che gli creavo l’abito musicale, pensai che sarebbe stato giusto inserirlo in un contesto più ampio, che non si limitasse ad una singola suggestione. Avevo già altro materiale, altri brani composti in precedenza che poi sono confluiti nel disco, ma questa canzone l’ho vista come manifesto dell’insieme. Scrissi poi Le labbra di Lucia e Il pasto delle sirene completando il quadro.

Ora che Sirene è finito hai qualche rimpianto? Qualcosa che potevi fare e non è stato fatto?
No, rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Questo disco, come d’altronde il precedente, ha avuto una gestazione piuttosto lunga e di rifacimenti ce ne sono stati. Poi l’album era già finito a giugno dello scorso anno, per cui ho avuto diversi mesi prima della pubblicazione per essere convinto di cosa andavo a pubblicare.

Quale brano di Sirene è quello che lo rappresenta di più?
Sicuramente Tango delle sirene, senza questo brano il disco non sarebbe esistito.

Andando più nello specifico, i testi dei brani di Sirene a chi si rivolgono? Che cosa ci raccontano?
Come ho già avuto modo di dire in precedenti interviste, Sirene è un disco sulla schiavitù: la schiavitù di donne trattate come “bestiame” da un sistema che sfrutta la loro bellezza e la schiavitù dell’uomo che diventa “burattino” nelle mani di una donna che sfrutta la propria bellezza. Nel disco racconto di creature differenti: di sfruttatrici più o meno consapevoli delle proprie “armi” di seduzione, e di fanciulle cadute nella “rete” dello sfruttamento, destinate a non uscirne se non con la morte.

E le sonorità musicali invece?
Ho voluto per questo disco delle sonorità “vintage” soprattutto per le tastiere (organi, clavinet, synt), ma anche per la timbrica delle batterie e per le chitarre. Ricercavo un sound fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, sicuramente perché è un periodo che mi sta particolarmente a cuore, ma soprattutto perché volevo staccare le storie dal contesto di appartenenza, accentuarne la suggestione onirica, produrre una sorta di “c’era una volta” metropolitano. Comunque quello che è venuto fuori mi convince appieno, anche se probabilmente sarà l’ultima volta che vado in questa direzione.

Il cantautore, secondo Aldo Granese, specie in Italia, ha ancora un futuro?
Ha un futuro se cercherà e saprà sfruttare i nuovi linguaggi e i nuovi sistemi di comunicazione a vantaggio della divulgazione della propria arte. Purtroppo non c’è da parte di chi muove i fili l’intenzione di investire e promuovere il cantautore, che per sua natura e poco avvezzo ad essere imprenditore di se stesso, ma tutto calato nell’aspetto primario del suo lavoro che è quello di “scrivere”.

Per chiudere: di quale messaggio vuoi essere portatore con la tua musica?
Vorrei che la mia musica possa essere sempre il veicolo di messaggi nuovi, ovvero non vorrei sclerotizzarmi in un unico punto di vista sulle cose, perché equivarrebbe ad invecchiare. È vero anche che ognuno dovrebbe avere dei punti fermi nel proprio pensiero che rimangono tali malgrado il passare del tempo, altrimenti si impazzisce. Sarebbe fatta se riuscissi a mantenere una mente che si adatta alla realtà che cambia, e fossi comunque capace di portare nel futuro la “grandezza” (e quindi il “peso”) della tradizione.

Grazie Aldo per aver trascorso un po’ di tempo con Blog della Musica.

Info: https://www.facebook.com/AldoGranesePage/

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