INTERVISTA | Double G si racconta con il suo disco più personale: “Testamento” è un passaggio, non un addio

Double G: con Testamento firma il suo disco più sincero. Dalla strada alla rinascita, senza perdere la voce. Abbiamo parlato con lui del significato profondo di Testamento, del suo rapporto con Palermo, delle sue influenze e di cosa significa oggi fare musica vera, senza maschere. Il risultato? Un’intervista che è molto più di parole: è un passaggio, proprio come il disco.

C’è chi fa dischi per dimostrare qualcosa e chi, come Double G, li scrive per restare fedele a se stesso. Dopo anni di crescita nella scena urban palermitana, l’artista torna con Testamento, un progetto diretto, viscerale, costruito come un viaggio personale e musicale attraverso perdita, identità e rinascita. Sette tracce per raccontare non solo chi è, ma chi è diventato.

In questo disco non c’è ricerca di consenso, ma fame di verità: dal dialetto palermitano su beat drill, alla delicatezza estrema di una ballad al piano, ogni brano è un frammento di vita restituito senza filtri. La penna è affilata, la voce è sincera, lo stile è in continuo mutamento ma sempre riconoscibile. 

Il tuo nuovo disco si intitola Testamento. Che tipo di messaggio volevi lasciare?

Con Testamento volevo lasciare un messaggio chiaro: che ognuno ha il diritto di accettare il proprio passato, anche se è stato difficile, anche se non è stato come avrebbe voluto.

Che il dolore non è una condanna, ma un punto di partenza. Volevo dire che si può ricominciare, che non sei definito da ciò che hai vissuto, ma da ciò che scegli di diventare. Che puoi essere chi vuoi, anche se vieni da un posto che ti ha detto il contrario.

E che per arrivarci, devi prima abbracciare il tuo dolore, guardarlo in faccia, farci pace. Solo così puoi essere veramente libero di esistere per come sei. Testamento non è un addio, è un passaggio. Un invito a lasciar andare ciò che pesa… per iniziare a camminare più leggero.

La tua musica mescola rap, drill, ballad e influenze urban. Come descriveresti il tuo stile a chi ti ascolta per la prima volta?

Lo definirei cangiante, ma sempre vero. Un linguaggio che si adatta al momento, ma senza mai perdere la sua direzione.

Non seguo un genere, seguo ciò che ho da dire. E se cambia la forma, è solo perché cambiano le emozioni che porto dentro.

L’autenticità per me non è una scelta estetica, è proprio la base — nei miei pezzi, ma anche nella mia vita. Non ho mai cercato di sembrare qualcosa che non ero.

Ho sempre scritto con una regola sola: essere sincero, anche quando fa male. Il mio stile è questo: spostarsi senza perdersi. Usare suoni diversi per raccontare la stessa verità, la mia.

Nei brani del disco si parla di amore, perdita, identità, rinascita. C’è un momento della tua vita che ha ispirato particolarmente la scrittura?

Sì, uno dei momenti che mi ha colpito di più è stato dopo lo shooting per la copertina di Testamento. Fino a quel giorno era tutto nella mia testa: idee, sensazioni, visioni.

Ma in quel momento — mentre guardavo quelle immagini prendere forma — ho realizzato che quello che avevamo costruito per mesi stava diventando reale. È stato forte. Emozionante. Quasi uno shock. Mi ha fatto capire che quello che stavo facendo non era solo musica, ma qualcosa che parlava davvero di me.

E proprio lì ho sentito che era arrivato il momento di scrivere senza filtri. Testamento racchiude quel passaggio: dal desiderarlo al viverlo, dal trattenere al lasciar uscire tutto.

E in quel processo ho anche gettato le basi per tutto quello che verrà.

Ascolta il disco Testamento di Double G

In Testamento canti anche in dialetto palermitano. È una scelta culturale, musicale o personale?

Tutte e tre. Ma prima di tutto è una scelta personale. Ho sentito dire che oggi va di moda rappare in dialetto — e magari è pure vero. Ma per me non è mai stata una questione di trend, è una questione di credibilità. Se usi il dialetto solo per sembrare “autentico”, si vede che stai recitando.

Ma se è la lingua in cui pensi, in cui vivi, allora non stai fingendo. Stai solo raccontando te stesso nel modo più diretto possibile. Io non ho dovuto forzare niente: il dialetto fa parte di me. È il mio suono, la mia identità. E poi diciamolo: Testamento è anche un’americanata assurda ahah.

C’è Palermo, c’è il sangue, ma c’è anche il fuoco della drill, la visione cinematografica, l’ambizione vera. E quella cosa lì non te la inventi. O ce l’hai, o no.

Sei cresciuto artisticamente a Palermo, ma stai iniziando a far parlare di te anche a livello nazionale. Come vivi questo passaggio?

Ti direi che non ho ancora preso piena consapevolezza. Forse perché sono uno che vola basso, che preferisce lavorare piuttosto che festeggiare.

Sono molto esigente con me stesso e con chi lavora con me. Chi mi conosce lo sa: ci tengo troppo a migliorarmi ogni giorno, a portare contenuti di qualità, veri, curati, che abbiano peso. Non mi sento arrivato per niente, anzi. Ho ancora tanto da imparare.

Ma una cosa ce l’ho: la fame. Una fame che non si studia, non si compra, ci nasci così.

È quella che mi spinge a non mollare, anche quando è tutto in salita. Con Testamento ho fatto il primo vero passo per uscire fuori, per farmi ascoltare con la voce giusta.

Ora non resta che continuare a spingere, senza paura, senza scorciatoie.

C’è un artista – italiano o internazionale – con cui Double G sogna di collaborare un giorno?

Internazionalmente, sicuramente Sheff G. È uno di quegli artisti che mi ha segnato musicalmente: è versatile, credibile, pieno di personalità. Può farti una ballad acustica che ti spezza, e poi girare un banger drill da far tremare i vetri.

È uno di quelli a cui mi ispiro, anche per come riesce a tenere coerenza cambiando stile. In Italia ci sono tre artisti che rispetto profondamente: Marracash, Johnny Marsiglia e Nayt. Ognuno di loro ha una penna fortissima, un’identità precisa, e soprattutto un modo personale di raccontarsi.

Collaborare con qualcuno di loro, un giorno, sarebbe una bella prova di crescita, anche per me. Per ora resto concentrato sul mio percorso, ma se un domani accadesse… sappiate che Testamento era solo l’inizio.

Se dovessi far ascoltare una sola canzone del disco a chi non ti conosce, quale sceglieresti e perché?

Sceglierei Hangover. È il brano più nudo che abbia mai scritto. Nessun filtro, nessuna maschera, solo voce e verità.

Non c’è produzione pesante dietro, non c’è la voglia di impressionare — c’è solo il bisogno di raccontare qualcosa che mi ha segnato profondamente.

Hangover parla di una perdita reale, di un amico che non c’è più, e di tutto quello che ti resta addosso quando qualcuno che ami se ne va. Scriverlo è stato difficile. Pubblicarlo ancora di più.

Ma era necessario. Per me, per chi ha vissuto qualcosa di simile, per chi pensa che certe cose non si possono dire. Se vuoi capire davvero chi è Double G, devi partire da lì. Perché Hangover non cerca di piacere, cerca solo di dire la verità. E Testamento, in fondo, è tutto qui: non fare rumore, ma lasciare il segno.

So che la domanda arriva per ultima, ma ti andrebbe di dire qualcosa di te, Double G? Di raccontarci chi sei artisticamente? Di come hai iniziato a fare musica?

Ho iniziato a fare musica perché dentro di me c’era un’urgenza. Non era un gioco, non era una moda. Era qualcosa che avevo bisogno di fare. Sognavo di diventare la persona che sto cercando di essere oggi: qualcuno che riesce a raccontarsi davvero attraverso la musica, a ispirare chi ascolta, a smuovere qualcosa anche solo con una frase messa al punto giusto.

All’inizio non ci credeva nessuno. Anzi, spesso mi ridevano dietro. Ma io lo sapevo che non stavo fingendo. Che questa roba era mia, e che prima o poi qualcuno l’avrebbe sentita per quello che era: vera. Testamento è la prova che non serve partire “già pronto”. Serve partire.

Con quello che hai, con quello che sei. E se ci metti la fame, il coraggio e la verità… qualcosa si muove. Io ho iniziato così. E non ho intenzione di fermarmi.

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