Morningstar è il nuovo album di Alex Cortez, un progetto che segna il ritorno di un artista capace di fondere introspezione e concretezza, scrittura e sensibilità. Dopo oltre dieci anni di silenzio discografico, il rapper e autore trevigiano torna con un lavoro che nasce dal bisogno di esprimersi e guarire, di trasformare il dolore in luce, la perdita in arte. Abbiamo parlato con lui di come è nata la passione per la musica, del legame con le proprie radici, del valore terapeutico della scrittura e del messaggio universale che Morningstar porta con sé: la possibilità di ritrovarsi, anche dopo aver smarrito la strada.
Dentro Morningstar di Alex Cortez convivono ricordi, riflessioni e una ricerca profonda sull’essere umano, sulla sua fragilità e sulla capacità di accettare sé stessi anche nelle contraddizioni. Cortez costruisce un percorso autentico, guidato da un sound boom bap elegante, impreziosito da influenze soul e jazz, ma soprattutto da un’attenzione sincera per la parola e per il racconto.
Alex, benvenuto su Blog della Musica: come nasce la tua passione per la musica e quando hai capito che sarebbe stata parte della tua vita?
Credo che la creatività sia una parte importante del mio DNA anche se a volte non vorrei. Essere creativi è spesso visto come un qualcosa di bello ma inutile, di divertente ma poco attinente alla concretezza della realtà. Tuttavia, sono così e la musica, così come la capacità di scrivere e di disegnare sono parti di me che accetto e cerco di assecondare da sempre. Mio nonno scriveva filastrocche e poesie, nel paesino in cui viveva gli commissionavano racconti in rima, poesie celebrative. Lui voleva fare il comico ma a quei tempi era inaccettabile. Credo di aver ereditato la sua vena creativa ma al contrario di lui ho potuto esprimerla liberamente. Quando nel 199 ho registrato la prima strofa, in uno scantinato (che chiamavamo “Antro”) con gli amici è stato subito amore e anche se a volte ho provato ad allontanare questa pulsione è sempre tornata. Penso che la scrittura sia per me una necessità per me, ancor prima di essere una passione.
Dopo oltre dieci anni lontano dallo studio, cosa ti ha dato la spinta per tornare con Morningstar?
Ho sempre continuato a scrivere, mi serve per sfogarmi e per liberare la testa dai pensieri che ho. Dopo la perdita di un mio caro amico, di un “fratello” ho sofferto molto e solo negli ultimi anni ho deciso di intraprendere un percorso con una psicologa per superare questo lutto. È stata proprio lei a spingermi a scrivere un pezzo per tirare una linea, per potermi sfogare lasciando andare i miei dubbi, la mia sofferenza e così è stato. Questo pezzo mi ha dato una grande spinta, l’energia inaspettata anche grazie a persone che lo hanno apprezzato nonostante la delicatezza dell’argomento. In cuor mio ho pensato che il mio amico, da lassù, avrebbe apprezzato e ho cercato di creare un lavoro che potesse rendere felice anche lui. Glielo dedico.
Il titolo è evocativo e richiama la figura di Lucifero come “portatore di luce”. Cosa significa per te?
Significa tante cose. Ho pensato a questo nome perché le persone conoscono una storia in cui Lucifero è il male, la tenebra. Ho voluto usare Morningstar in modo provocatorio. Penso che non ci sia sempre un male assoluto ed un bene assoluto, tra loro agli antipodi, ma esistano una serie di sfumature che dobbiamo ascoltare e capire senza giudicare. Mi ha fatto sorridere guardare la serie “Lucifer”, il protagonista in un certo senso mi ha ispirato nelle sue contraddizioni. Avrebbe dovuto essere il principe degli inferi, il guardiano dell’inferno… eppure possedeva una buffa ma forte umanità. Il senso di Morningstar è questo: c’è luce anche dove tutti pensano esista solo il buio e il male.
Ascolta il disco di Alex Cortez
Quali sono stati i momenti più difficili del tuo percorso e come la musica ti ha aiutato a superarli?
Sicuramente come ti raccontavo in precedenza mi ha dato una grossa mano ad accettare la perdita di un amico, giunta inaspettatamente e non per ragioni naturali. Inizialmente mi sono dato colpe, ho cercato di dare spiegazioni e trovare perché, ho passato momenti di down totale. Poi mi sono fatto aiutare ed è stato fondamentale e grazie al potere della scrittura e della musica ho potuto gettare il cuore oltre l’ostacolo, liberandomi e lasciando un ricordo per sempre di quello che quella persona è stata per me ma anche per tutti noi, i suoi amici, spero anche la sua famiglia. Sono passati circa 10 anni dai miei ultimi lavori ed il motivo è stato proprio questo, ho sofferto e quasi rigettato la musica, quella musica che avevo iniziato ad amare proprio con Gio, il mio amico, che ora ancor di più è sempre con me!
Il disco affronta temi molto intimi ma anche universali. Pensi che chiunque possa ritrovarsi nelle tue parole?
Questa è una domanda difficile. Ti direi di no. Penso di parlare ad una nicchia, non cerco di scrivere testi “liquidi” ed adattabili a tutti. Non lo dico per fare il polemico o quello diverso a tutti i costi ma solo per sottolineare che provo a scrivere molto di me, i miei ragionamenti, le mie riflessioni, il modo in cui racconto delle storie più o meno personali sono tutti elementi a mio avviso molto cuciti su di me e non su una maggioranza di persone. Certo, in ogni testo puoi scavare e fare tue cose che ascolti. Ad esempio, un pezzo come “Lacrime, sorrisi e rughe” parla del quartiere in cui sono cresciuto in 3 diversi momenti della mia vita, lo racconto con i miei occhi. Ovviamente chi non sa di cosa parlo potrà immedesimarsi in me e immaginare la sua storia. Mi piace pensare di dare degli spunti, non necessariamente uno specchio in cui ritrovarsi.
Dal punto di vista sonoro, hai scelto un sound legato al boom bap con influenze soul e jazz. Quanto contano per te le radici musicali?
Contano tutto, sono cresciuto con certi riferimenti musicali di un certo tipo. Forse è difficile da credere ma 2 fra i miei artisti preferiti sono Sam Cooke e Ray Charles. Il primo anche per gli argomenti a volte scomodi, politici. Il secondo per la capacità di intrattenere e per il genio musicale. Poi fin da bambino a casa mi facevano vedere sitcom e serie tv con protagonisti afroamericani: I Robinson, Arnold, I Jefferson, 8 sotto un tetto… anche lì devo dire che ho assorbito un certo imprinting, visuale ma anche musicale perché la musica era spesso presente. Mi piace tutta la musica e adoro ascoltare tutto ma le mie radici sono da cercare sicuramente in quel filone Jazz, soul.
Nel disco ci sono collaborazioni importanti. Come scegli con chi lavorare e cosa ti interessa in un featuring?
Molto semplicemente. Se mi piace la persona, se è vicina a me come ideali, valori: allora mi piace anche come artista e poterlo/a avere come ospite per me è sempre un onore. Non credo molto alle collaborazioni fatte per fare stream anche se sono che ormai è la norma. Se un artista che mi piace ha pochi followers o pochi stream non m’interessa, per me esiste quello che mi piace e quello che non mi piace. Penso sia il bello (o il brutto) di rimanere degli underdog che vivono nel sottobosco underground. In ogni caso nel 90% dei casi le collaborazioni che faccio sono con amici/amiche e il 10% che rimane, poi diventa amico/a. Il bello di fare musica insieme dovrebbe essere anche questo.
Qual è il brano che meglio rappresenta il senso complessivo dell’album?
Sicuramente l’intro: “Morningstar: l’uomo al centro”. Spiego molto dell’album e di me nelle 2 strofe ma soprattutto ho fatto questo esperimento che non saprei definire alla fine del pezzo, come lo delfinerei? Una specie di Spoken words? Non son nemmeno io ma ho voluto scrivere un testo finale non in rima e interpretarlo, un modo per spiegare ancora meglio chi sono e il perché di questo disco. Penso sia strano nella musica di oggi una cosa del genere però aiuta molto nel capire il senso di questo lavoro e fa conoscere anche me, profondamente.
Oggi la musica si consuma velocemente, spesso attraverso playlist. Tu invece proponi un lavoro pensato come un viaggio: come speri che venga ascoltato?
Esattamente come dici: un viaggio. Mi piace pensare a un viaggio in macchina, come quando eri bambino. L’eccitazione iniziale, poi ti divertivi magari a volte ti annoiavi, cercavi di trovare qualcosa di interessante negli spazi che stavi vivendo, ti chiedevi quanto mancasse alla meta, t’incantavi a guardare fuori dal finestrino. Questo vorrei. I viaggi te li ricordi sempre, magari non tutto ma c’è sempre qualcosa che resta e a me piacerebbe moltissimo poter lasciare qualche ricordo a chi ascolta il mio disco.
Guardando al futuro, quali sono i tuoi progetti e i tuoi desideri dopo Morningstar?
Sto scrivendo già, di nuovo. Tuttavia, non so dire se quello che faccio diventerà oppure no un progetto organico nuovo. Quello che di sicuro sogno ora è creare un momento live credibile ma soprattutto adatto a quello che faccio a livello contenutistico e musicale. Ci sto lavorando, ci sto pensando e spero di arrivare alla soluzione che sogno a breve, rimettermi in gioco anche dal vivo potrebbe essere sicuramente sfidante e la cosa mi attrae. Vedremo, non voglio mettermi paletti in nessun senso.
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