Ira Green: Tutti i colori dell’Ira | Recensione

Copertina del disco di Ira Green, Tutti i colori dell'Ira

Gilberto Ongaro oggi racconta ai lettori di Blog della Musica il nuovo disco della rocker Ira Green dal titolo Tutti i colori dell’Ira. Ecco la sua recensione

“Se nessuno la schiaccia lungo la strada, la lumaca arriva dove vuole”, scriveva Simone Cristicchi nel libretto del suo album “Fabbricante di canzoni”. Anche se il genere musicale di cui parliamo qui è totalmente diverso, questa filosofia della lentezza vale ugualmente. Tutti i colori dell’Ira è il nuovo album di Ira Green, faticosamente finanziato con una campagna di crowdfunding, sostenuta dai suoi fan, che sono fan in carne ed ossa, non bot e follower comprati.

Sì è vero, Ira Green è stata a The Voice, ma come ben sappiamo, quel che passa in televisione non corrisponde per forza a una reale consacrazione nel mondo reale. Così come sappiamo che le classifiche si comprano. Icché ‘un lo sapevate? Non fate i grulli! Invece, gli affezionatissimi di Ira la seguono davvero, senza bisogno che ci sia un certificato che dica loro che “ha successo, quindi la seguo anche io”. E pazienza, se per seguire la strada della libertà, senza compromessi, ci voglia un po’ più di tempo.

Ira Green è una rocker che si dona senza sconti. Esprime principalmente la sua, appunto, ira, che è preponderante e lo ammette in una delle canzoni in inglese (“Maybe I’m just angry with the world / because life runs fast”, da Roses), ma in realtà mostra anche gli altri lati, tutte le sue sfumature. Da qui, il titolo dell’album Tutti i colori dell’Ira. Il nome d’arte, intuisco, è mutuato da Eva Green, l’attrice francese, credo con riferimento al suo ruolo iconico di Ava Lord in Sin City – se sbaglio puoi correggermi!

Ascolta il disco Tutti i colori dell’Ira su Spotify

Ascoltando i testi, soprattutto quelli in italiano, si percepisce un’ironia di fondo; Green scherza sui suoi stessi modi, e sbeffeggia i detrattori. Ma, anche se riprende la classica forma comunicativa “io contro voi”, l’aggressività è smorzata dalla smorfia del sarcasmo. Non per niente, nel disco compare ospite Paolo Grillo, meglio noto nell’Internet come Giovanni All’Heavy, detentore dell’omonima pagina satirica sui cliché dei musicisti frustrati. Ira ne ha per tutti: i finti anticonformisti, dileggiati in “Burattino”, i leoni da tastiera in “Vecchia scuola”, ma soprattutto si toglie i sassolini, lanciando macigni in faccia a chi le ha remato contro, in “I miei tempi”.

Una cosa su cui invece c’è poco da scherzare, è la sua voce: potentissima, graffiante, e ricorda per certi versi quella di Sandra Nasić dei Guano Apes. La musica va nel nu metal, tra groove, parti rappate e breakdown. I momenti di fragilità e di difficoltà emergono nell’infanzia turbata in “Orfani precoci”, e nell’ansiogena “I need help”, dove la protagonista è immobilizzata tanto fisicamente dal gesso, tanto psicologicamente dal “black fire” che la mangia viva. Anche la persona più dura ha bisogno d’aiuto. C’è poi la risposta metal a “Dalla parte del toro” di Caparezza: “La corrida”, dove Ira impersona il toro che incorna il torero: “Olè! / Ti fanno male le mie corna / Olè / Senti il mio osso che ti scarna / E dimmi: hai paura o no? / Dimmi: hai paura o no? / Abbassa il capo dinanzi a me / Sono il toro inarrestabile”.

“A modo mio, mi odio anch’io, non so neanche io perché, un mondo senza regole”, con queste parole si conclude il fiammeggiante album, lasciando aperto un interrogativo. Perché Green canta di odiarsi? Forse perché è una percezione che chiunque di noi può provare, ad un certo punto della propria vita. E lei, con la sua musica, si offre come ancora di salvezza, che dà sfogo a tutto: “I feel I can get you out of this cage / I bet can free you bleeding for rage” (da “Malia”).

Eccovi raccontati tutti i colori di Ira Green.

Non tutti, in realtà: le canzoni sono ben quindici, e senza neanche un riempitivo. Forse è un bene che ci sia voluto tanto: senza la fretta dei folli ritmi del mainstream, Ira si è presa tutto il tempo di fare le cose al meglio, evitando furberie nella scrittura che, dopo un po’, smaschererebbero il fumo senza arrosto. Qui invece di arrosto ce n’è, in abbondanza!

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