LOOMINGS, Everyday Mythology: intervista con Jacopo Costa

Jacopo Costa, percussionista diplomato al Conservatorio di Strasburgo, fondatore dei Loomings, ha la passione per il rock sperimentale. Ce ne parla in questa intervista

Everyday Mythology è l’album di debutto dei Loomings, un tipo di sonorità e di lavoro caro ai seguaci della AltrOck, che sicuramente si ricordano di te per la collaborazione con Yugen. Partiamo proprio da qui: quali sono le differenze tra il gruppo di Francesco Zago e il tuo?
Yugen è in effetti “il gruppo di Francesco Zago”, nel senso che esiste di volta in volta con geometrie diverse a seconda della natura del progetto e delle composizioni di Francesco. Per come la vedo io si tratta di un ensemble di musica contemporanea, sia pure con strumenti elettrici e stilisticamente influenzato anche dal rock, che esegue i brani di un compositore. Nel caso di Loomings invece, anche se sono solo io a comporre le musiche, direi che ci avviciniamo più al metodo di lavoro classico di un gruppo rock: nonostante ci siano stati già dei cambiamenti nella formazione dal 2012, il mio interesse non è di scrivere per determinati strumenti ma per determinati musicisti, di mettere in luce le qualità artistiche di ciascuno oppure di proporre loro delle “sfide” dal punto di vista interpretativo. In questo senso, per noi è importante riuscire a provare regolarmente in modo da andare al di là della semplice esecuzione delle partiture grazie al contributo e alla personalità di ciascuno.

Spulciando tra le varie collocazioni di genere fornite dai gruppi c’è da divertirsi, e mi ha colpito molto la vostra: Highly idiosyncratic music… Ce la spieghi?
In effetti è quasi uno scherzo. Un’altra definizione che ci eravamo dati in concerto era “rock fenomenologico”, dicendo al pubblico: “Credete di non sapere cosa voglia dire, ma se cercate dentro di voi lo scoprirete”. In realtà con definizioni e “uscite” del genere vorremmo sensibilizzare il pubblico circa il valore delle etichette di genere, che spesso diventano più un ostacolo alla libera espressione che altro. Per un concerto che faremo a breve i programmatori ci hanno definiti “indie prog wave”: cosa vuol dire?! Insomma il messaggio è: ascoltate la nostra musica e cercate di capire se vi piace o no e perché piuttosto che preoccuparvi di definirla in un modo o in un altro.

Everyday Mythology è un buon esempio di convivenza tra musica popular, jazz e colta: qual è il territorio comune sul quale tu lavori?
Molto spesso i materiali di partenza appartengono più al vocabolario pop-rock, ma sono combinati secondo delle logiche compositive che spesso si avvicinano alla musica accademica. Quanto al jazz, confesso di essere un dilettante in questo campo, anche se vari critici hanno già accostato Everyday Mythology al jazz: di sicuro certi colori armonici, piuttosto che certe “pronunce strumentali” si avvicinano all’universo jazzistico. Il fatto più importante però è che siamo un gruppo che comprende cantanti liriche, musicisti più vicini al jazz e al funk, mentre io ed Enrico Pedicone abbiamo una formazione di percussionisti classici oltre ad aver studiato la batteria ed essere vicini per passione al mondo della popular: essenzialmente cerco di mettere in valore le qualità di ciascuno.

Dopo aver studiato a Milano, sei da vari anni a Strasburgo, dove hai proseguito gli studi: quanto è stato importante il confronto con una realtà del genere?
E’ stato fondamentale, non credo che avrei intrapreso un’esperienza come quella di Loomings se fossi rimasto in Italia. In effetti, il gruppo è nato dopo che nel 2012 ho avuto la possibilità di organizzare al Conservatorio di Strasburgo un concerto di “rock da camera” con dodici musicisti (su composizioni mie, arrangiamenti di brani di Zappa, Henry Cow, Hatfield and The North, Beatles, King Crimson e anche un brano di Zago): dopo quell’esperienza ho “trattenuto” alcuni elementi per poter costituire una formazione stabile fuori dal conservatorio. Il punto è che qui mi sono sentito stimolato a cercare la mia via espressiva e a proporre qualcosa del genere, cosa che non potrei affatto dire della mia esperienza milanese…

Hai all’attivo diverse collaborazioni in area colta, con ensemble e orchestre: quanto prende Loomings da queste esperienze e quanto se ne distacca?
Alcune composizioni prendono spunto da idee che mi sono venute frequentando la musica classica, soprattutto contemporanea ma non solo (mi piace molto la polifonia rinascimentale ad esempio e scrivendo per più voci è un riferimento ineludibile). Ad un livello più profondo direi però che c’è un enorme patrimonio di conoscenze nella musica classica legato non tanto al “cosa” ma al “come”, cioè ai fraseggi, alle intenzioni espressive, al senso del tempo e al legame tra ritmo, melodia e armonia: il fatto di compenetrare l’approccio rock con quello classico, a livello di metodologia oltre che di materiali, rappresenta un territorio ancora per lo più inesplorato.

Loomings predilige la scrittura o ci sono anche spazi aperti all’improvvisazione?
Per il momento la scrittura prevale anche perché, almeno per la formazione di Everyday Mythology, l’unico in grado di improvvisare in modo credibile era il nostro bassista Louis Haessler. Ora il gruppo, dopo la partenza di Benoît Rameau, comprende un tastierista, Nils Boyny, che è un ottimo improvvisatore: per il futuro prevedo di includere più momenti non interamente scritti.

Black e Lockjaw sono dei dichiarati omaggi ai Led Zeppelin: quali sono i motivi di questa scelta e con quale approccio hai elaborato il materiale zeppeliniano?
Gli omaggi a Black Dog sono dovuti al fatto che è uno dei miei brani preferiti di sempre, un concentrato di intelligenza, arditezza, economia di mezzi ed energia sonora. Ho scelto alcuni estratti  del brano originale e li ho rielaborati “filtrandoli” in vario modo: nel caso di Black ho utilizzato il motivo ritmico all’inizio delle strofe dei Led Zeppelin come ostinato e, nel finale, le strofe intere come una specie di cantus firmus per costruire una polifonia dissonante.

In Lockjaw invece ho fatto un découpage della frase di chitarra che risponde a Robert Plant e ho poi riassemblato i vari “ritagli” secondo varie procedure. Naturalmente ho anche composto ex novo varie sezioni dei brani, senza riferimenti specifici a Black Dog.

Accanto a te alle percussioni c’è Enrico Pedicone: in base a quale criterio vi siete suddivisi spazi e direzioni?
Essenzialmente vorremmo tutti e due suonare solo la batteria, per cui facciamo dei compromessi per “chi si deve sorbire il vibrafono” di volta in volta. Scherzi a parte, so che un gruppo con due percussionisti “intercambiabili” può sembrare strano: più che avere un altro percussionista nel gruppo per me è importante poter lavorare con Enrico, che è un musicista molto sensibile e dà un contributo essenziale alle nostre scelte artistiche.

Come dottorando in musicologia, ti stai dedicando alla musica sperimentale: ritieni ci siano ancora spazi inesplorati nei quali sperimentare?
Di sicuro. Come accennavo prima sono convinto — ad esempio — che un incontro tra sensibilità popular e classica a livello profondo (che vada al di là di suonare temi classici con la chitarra elettrica o viceversa, per intenderci) sia ancora una sfida da intraprendere. Lo stesso si potrebbe dire di altri repertori. Saper cogliere le peculiarità e le ricchezze delle varie tradizioni e coniugarle rappresenta per me (e per tanti altri musicisti oggi) il vero “esperimento”; peccato che in ciò le istituzioni siano (generalmente parlando) ancora in ritardo.

Loomings è un progetto di gruppo, ma tu hai anche una dimensione solista con Headless: cambia solo il numero delle persone coinvolte?
Heedless è un lavoro ancora molto giovane e che deve prendere ancora una forma precisa; essendo, come Loomings, un progetto sotto la mia direzione artistica, è chiaro che vengono fuori le stesse inclinazioni estetiche. In compenso il fatto di lavorare con altri mezzi e di dover fare “tutto da solo” mi costringe a trovare delle soluzioni che non adotterei in una situazione di gruppo. Forse i due artisti che mi ispirano di più per questo progetto sono da un lato Wyatt, per la sua capacità di essere poetico anche con una grande economia di mezzi, dall’altro Prince, che ho cominciato ad apprezzare di recente e che offre grandi spunti per l’uso dell’elettronica e per le idee di arrangiamento. Mi piace l’idea di orientare almeno parte della mia produzione verso un pop “cesellato”, che si tratti di Heedless o di Loomings.

Info: www.facebook.com/theloomings

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