Joni Mitchell: da poetessa folk a signora del jazz, con lei la musica non ha né confini né etichette

Joni Mitchell appartiene alla schiera dei numerosi musicisti di talento sbocciati in Nordamerica negli anni ‘60/’70 sotto l’egida del folk. Eppure, lei è una dei pochi artisti, se non l’unica, che ha seguito un percorso creativo totale, aprendo il suo folk alla fusion. L’incontro con i grandi nomi del jazz (Mingus, Hancock, Shorter, Pastorius, Metheny) ha poi prodotto degli album capolavoro. In sintesi, tutta la sua carriera testimonia come la musica non abbia né confini né etichette. Joni è considerata una delle grandi capostipiti del cantautorato femminile assieme a Carole King e Laura Nyro

Joni Mitchell è un’artista completa, non solo scrive le musiche delle sue canzoni e ha un’estrema cura nella stesura dei testi, che si ispirano alle esperienze personali e ai temi della natura, ma è anche una raffinata pittrice e grafica, come testimoniato dalle copertine dei suoi album, da lei stessa realizzate. Da icona hippie a signora del jazz, le sue metamorfosi non hanno mai intaccato la sua classe cristallina, baciata dall’arte a 360 gradi.

  1. L’inizio della storia di Joni Mitchell
  2. Il primo contratto discografico
  3. La coppia della West Coast
  4. Il cambiamento
  5. Il periodo jazz
  6. Gli anni recenti
  7. Conclusione
  8. Discografia consigliata

“Sono prima di tutto una pittrice, poi una musicista…” Joni Mitchell

L’inizio della storia di Joni Mitchell

Joni Mitchell, nome d’arte di Roberta Joan Anderson, è nata in Canada, a Fort Macleod, nel 1943, ma è cresciuta a Saskatoon, che lei considera un po’ la sua città natale. A nove anni contrae la poliomielite, che segna profondamente la sua infanzia. Tuttavia, grazie alla sua determinazione e al grande impegno della madre, si riprende nel giro di qualche anno. Intanto, viene attratta dalla pittura per cui dimostra un talento straordinario.

Si avvicina alla musica grazie a un disco didattico di Pete Seeger, grande folksinger statunitense, che insegna a suonare l’ukulele. Fu in quel momento che la giovane Roberta Joan apre il suo cuore alla musica folk. Nel 1964 abbandona il corso universitario di belle arti, perché delusa dal programma di studio, e inizia a esibirsi nei piccoli caffè di Toronto.

“Il rock’n’roll stava attraversando un periodo proprio stupido e melenso. Arrivò il folk e colmò il vuoto” Joni Mitchell

La sua situazione economica non è particolarmente florida in quel periodo, ma diventa ancora più complicata quando nel febbraio 1965 dà alla luce una bambina, nata da una relazione con un ragazzo del college. Durante i mesi della gravidanza si innamora del cantante folk Chuck Mitchell, che le promette di sposarla e di riconoscere la bambina come sua figlia. Tuttavia, dopo il matrimonio Chuck cambia idea e Joni è costretta ad affidare la piccola in adozione. In quello stesso anno, i due si trasferiscono a Detroit, dove iniziano a esibirsi come duo folk. Tuttavia, il matrimonio e il sodalizio artistico durano ben poco e agli inizi del 1967 Joni si trasferisce a New York, cercando di farsi conoscere come autrice e cantante folk.

Joni Mitchel e Leonard Cohen con la chitarra su un pontile

Joni Mitchel e Leonard Cohen al tempo della loro relazione nel 1967. (Getty Images)

Tra il 1967 e il 1968, Leonard Cohen e Joni Mitchell, entrambi canadesi, hanno una storia d’amore, dopo essersi incontrati al Newport Folk Festival. Quella breve relazione sarà di ispirazione per entrambi e aprirà i loro cuori a un’amicizia eterna.

Il primo contratto discografico

In quello stesso anno, ottiene il primo contratto discografico con la Warner Reprise, etichetta alla ricerca di giovani di talento, che in quello stesso anno, oltre a Joni, ingaggia Jimi Hendrix, Randy Newman e Arlo Guthrie. Responsabili dei contratti per la Warner Reprise sono Elliot Robbins, che sarà poi il suo manager fino agli anni ’80, e Neil Young. L’album di esordio, Song to a Seagull (noto semplicemente come Joni Mitchell), esce nel 1968 ed è prodotto da Davit Crosby.

Il successo, sia di critica che di pubblico, arriva con le esibizioni al Troubadour di Los Angeles, alla Royal Festival Hall di Londra e al Miami Pop Festival. Si cominciano a sentire le sue canzoni alla radio e a leggere il suo nome sulle riviste. Nel 1969, la Reprise Records pubblica il secondo album, Clouds, che le frutterà anche un Grammy Award, nel quale Joni canta le canzoni precedentemente scritte per altri, su tutte il capolavoro Both Sides Now. Il concerto che segue alla Carnegie Hall ne sancisce definitivamente il successo.

Joni Mitchel con la chitarra

Joni Mitchel in uno shooting fotografico Fonte: Jack Robinson

La coppia della West Coast

Le storie d’amore tra gli artisti hanno un fascino particolare, anche un po’ morboso da parte del pubblico, ma senza cattiveria, semplicemente perché piace vedere e idealizzare l’amore. In quel periodo, Joni Mitchell e Graham Nash erano una delle coppie più famose della West Coast Music. Lui faceva parte dello storico gruppo Crosby, Stills, Nash & Young, mentre lei aveva già tre album di successo alle spalle.

Si erano conosciuti grazie a David Crosby e insieme si erano trasferiti a Laurel Canyon, quartiere nella zona delle Hollywood Hills di Los Angeles che raccoglieva la comunità delle rock-star di cui Joni ormai faceva parte. Lì, avevano acquistato una piccola casa, divenuta poi mitica grazie a Graham Nash. La leggenda racconta che una mattina, Joni e Graham passeggiano sul Ventura Boulevard, lei vede un vaso per i fiori in una vetrina e lui vuole che lo prenda. A casa, Joni mette dei fiori nel vaso, mentre Graham accende il fuoco nel caminetto. Quella dolce scena casalinga ispira Graham, che nel giro di un’ora scrive una delle sue ballad più belle, Our House. Joni poi ricambierà con Willy, contenuta nell’album Ladies of the canyon del 1970.

Tuttavia, la storia d’amore era destinata a concludersi e se Nash ci ha lasciato solo il quadretto idilliaco di Our House, la Mitchell ha descritto con toni cupi la fine della storia nel tuo quarto album, Blue, uscito nel giugno 1971. Prospettive diverse espresse in momenti diversi.

Joni decide allora di lasciare Laurel Canyon e di tornare in Canada, chiudendo così un capitolo importante della sua vita e dicendo addio alla cultura hippie.

“…poco dopo tutto iniziò a cambiare. C’erano meno aggettivi nella mia poesia. Meno arzigogoli nella mia pittura. In un certo senso tutto diventava più coraggioso e solido” Joni Mitchell

Joni e Graham Nash nel 1969

Joni Mitchel e Graham Nash nel 1969. Fonte: Getty Images

Il cambiamento

Nel 1971 esce il suo quarto album, Blue. L’idealismo lascia spazio ad una visione più ampia e realistica dell’amore e della politica. In pratica, i sogni della controcultura hippie sono naufragati. Da quel momento decide di cambiare e abbandonare la veste di icona hippie che tanto piace al pubblico, per mostrare solo le proprie emozioni. La gente comprende e Blue. diventa un grande successo di critica e di pubblico.

“In quel periodo della mia vita non avevo difese personali, dunque difficilmente troverete una nota di falsità in quell’album” Joni Mitchell

Il quinto album, For the Roses, esce nel 1972 e porta una ulteriore novità al suo stile, perché ai tipici suoni folk si aggiungono gli arrangiamenti orchestrali, dando un tocco pop alle sue canzoni. Si può dire che con questo album si chiude quella che potrebbe essere definita la fase rock della sua carriera.

Ma l’album che maggiormente la avvicina alle sonorità pop è Court and Spark del 1974, basti pensare che il singolo estratto, Help Me, raggiunge la Top 10, mentre l’album raggiunge la seconda posizione nella Billboard Chart e vi rimane per quattro settimane.

Tuttavia, il sesto album di inediti, The Hissing of Summer Lawns, viene accolto senza entusiasmo. Alcune recensioni sono del tutto negative e molti dei suoi fan non amano quel lavoro. Forse perché l’album varia fra troppi generi, senza sposarne veramente nessuno, muovendosi tra il folk e il jazz, il blues e il pop. Il risultato è che l’album vende pochissime copie.

Joni Mitchel e James Taylor in studio

Joni Mitchel e James Taylor in studio. Fonte: Jim McCrary/Redferns

Il periodo jazz

Battendo i piccoli jazz clubs e grazie agli L.A. Express di Tom Scott, che avevano dato una svolta al suo tessuto sonoro, Joni attraversa una fase rigeneratrice. Gli arrangiamenti di Tom Scott innalzano la sua musica a nuovi livelli espressivi.

In questo nuovo contesto creativo, Joni registra l’album Hejira nell’estate 1976, ma il suono che ottiene non la soddisfa. In quel periodo, un amico le presenta un giovane bassista, Jaco Pastorius, e sentendolo suonare Joni capisce di aver trovato quello che cercava. Il basso di Jaco viene allora aggiunto su quattro delle nove tracce di Hejira. L’album mette nuovamente d’accordo critica e pubblico e raggiunge la tredicesima posizione della Billboard Chart e diventa disco d’oro.

Nel 1977 è la volta di Don Juan’s Reckless Daughter, lavoro assolutamente sperimentale, con improvvisazioni jazz e ritmi tribali. Grazie a questo lavoro, Joni viene contattata dal grande jazzista Charlie Mingus, che vuole la sua collaborazione per l’opera ispirata ai Quattro Quartetti di T.S. Eliot. Joni avrebbe dovuto cantare alternandosi al narratore della storia. Lei dapprima accetta, poi, dopo aver letto l’opera, desiste. Mingus allora compone per lei sei melodie originali, chiedendole di scrivere i testi e di cantarle.

Il dipinto dedicato da Joni a Carlie Mingus, intitolato Charlie Down In Mexico

Il dipinto dedicato da Joni Mitchel a Carlie Mingus, intitolato Charlie Down In Mexico

Joni accetta e si reca da Mingus a New York. Il musicista era costretto da tempo su una sedia a rotelle, perché affetto da Sclerosi laterale amiotrofica, e insieme trascorrono molto tempo a discutere del progetto comune. Nel gennaio 1979, Mingus muore prima che l’album sia completato, anche se aveva già sentito e approvato tutti i testi scritti da Joni eccetto quello per God Must Be a Boogie Man. Joni decide di completare l’opera da sola e sceglie una band comprendente Herbie Hancock alle tastiere, Wayne Shorter al sassofono, Don Alias alle percussioni, Peter Erskine alla batteria e Jaco Pastorius al basso. In giugno viene pubblicato l’album, intitolato semplicemente Mingus. In estate entrano nella band Michael Brecker, Pat Metheny e Lyle Mays, e inizia il tour di supporto all’album, da cui sarà tratto un live storico, dal titolo Shadows and Light.

Joni Mitchel e Pat Metheny in concerto

Joni Mitchel e Pat Metheny in concerto. Fonte: WordPress.com

Gli anni recenti

Nel 1991 pubblica un nuovo album con la Geffen, Night Ride Home. Il lavoro viene accolto entusiasticamente da parte di tutti. I critici musicali lo considerano il suo miglior album dagli anni settanta. Il pubblico lo manda in vetta alle classifiche. Il ritorno alle atmosfere soft e intimistiche, con voce e chitarra in primo piano, conquistano tutti. Evidentemente, mancava la Joni dei tempi della west cost.

Negli anni successivi l’artista inizia ad allontanarsi gradatamente dalla musica, forse perché priva di stimoli nuovi o semplicemente attratta da altre passioni.

Nel 1998 pubblica l’album Taming the Tiger, che significa Domare la tigre e rilascia questa dichiarazione: “La tigre è lo show business, la tigre la puoi cavalcare quando sei all’apice del successo, anche se è difficile da catturare. Ma forse il momento migliore per osservarla e comprenderla è quando te la ritrovi al tuo fianco perché non si preoccupa più di te. Questa è la tesi di Sophia Loren che io mi sento di condividere in pieno”.

Nel 2000 pubblica Both Sides Now, di cui parliamo più avanti. A solo un mese dalla pubblicazione dell’album Joni rivela l’intenzione di abbandonare la musica: “Voglio concentrarmi sulla pittura: ultimamente sento che non ho più molto tempo, e mentre ho assecondato le mie ambizioni musicali in modo soddisfacente, per la pittura ho ancora molto da esplorare”. Ma nel 2002 esce il doppio album Travelogue, che ripercorre la strada del precedente lavoro. Nel 2007, infine, dà alla luce Shine, diciannovesimo e ultimo album di inediti.

Joni vestita di rosso con cappello nero in occasione della festa organizzata per i suoi 75 anni.

Joni Mitchel in occasione della festa organizzata per i suoi 75 anni. Fonte: Getty Images

Conclusione

Joni Mitchell è un’artista complessa e completa, non facile da comprendere, ma di cui è assolutamente indispensabile ascoltare i testi con attenzione. Lei ha detto di essersi conquistata il ruolo di first lady del panorama musicale internazionale “scrivendo con il proprio sangue”, mettendo a nudo se stessa e le proprie contraddizioni, fino al punto di rischiare la propria popolarità. Avrebbe potuto adagiarsi sul ruolo di icona hippie e di musa della west coast, diventando una di quelle vecchie glorie che vivono del riflesso di ciò che fu, ma lei ha voluto dare spazio alla sua creatività e al desiderio di scoprire e sperimentare nuove strade espressive.

Joni Mitchell è un’artista totale e la sua discografia sta a testimoniarlo. La sua grande personalità ha conquistato musicisti folk, rock, pop e jazz, così come il suo fascino ha ammaliato molti cuori, ma per noi resterà soprattutto e per sempre la poetessa della west coast.

Discografia consigliata per Joni Mitchell

Hejira, Asylum, 1976

Il titolo dell’album è un riferimento al trasferimento di Maometto dalla Mecca a Medina e allude alla fine di una relazione. Il disco è ricco di metafore di viaggio e parla dell’inconciliabilità tra l’amore e la libertà. L’apporto di musicisti come Jaco Pastorius e Larry Carlton è determinante per lo sviluppo del tappeto ritmico, divenuto importante nel nuovo corso di Joni. Hejira è un disco splendido, che esprime la genialità architettonica di un’artista in continua evoluzione che non si ferma mai ad ammirare il proprio illustre passato. Tra le canzoni, segnalo Blue Motel Room, Coyote e Furry Sings The Blues, con l’armonica di Neil Young.

Joni Mitchel in copertina dell’album Hejira

La copertina dell’album Hejira

Both Sides Now, Reprise Records, 2000

Il disco è un concept album che rivisita classici del jazz (su tutti Stormy Weather), avvalendosi dell’orchestra sinfonica e dell’apporto di grandi talenti quali Wayne Shorter, Herbie Hancock e Peter Erskine. Nell’album trovano spazio anche due stupende composizioni della Mitchell: Both Sides Now e A Case of You, che nella nuova veste orchestrale assumono un fascino eterno. Gli arrangiamenti e la conduzione dell’orchestra sono di Vince Mendoza. Questa versione di Both Sides Now venne utilizzato come elemento della trama di una delle storie di Love Actually – L’amore davvero, film del 2003. La copertina dell’album è un autoritratto.

Copertina dell’album Both Sides Now

La copertina dell’album Both Sides Now

Discografia completa di Joni Mitchell

Album in studio

  • 1968 – Song to a Seagull
  • 1969 – Clouds
  • 1970 – Ladies of the Canyon
  • 1971 – Blue
  • 1972 – For the Roses
  • 1974 – Court and Spark
  • 1975 – The Hissing of Summer Lawns
  • 1976 – Hejira
  • 1977 – Don Juan’s Reckless Daughter
  • 1979 – Mingus
  • 1982 – Wild Things Run Fast
  • 1985 – Dog Eat Dog
  • 1988 – Chalk Mark in a Rainstorm
  • 1991 – Night Ride Home
  • 1994 – Turbulent Indigo
  • 1998 – Taming the Tiger
  • 2000 – Both Sides Now
  • 2002 – Travelogue
  • 2007 – Shine

Live

  • 1975 – Miles of Aisles
  • 1980 – Shadows and Light

Fonti

  • Il Dizionario del Pop-Rock 2014 di Enzo Gentile e Alberto Tonti, Zanichelli
  • Both Sides Now – Joni Mitchell in Her Own Words, curato da Malka Marom
  • Il Rock, De Agostini
  • Wikipedia
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