KAPE: Cliché | Recensione

KAPE, alias Alessandro Sicardi ha pubblicato sabato11 gennaio su tutte le piattaforme digitali Cliché il suo primo lavoro solista distribuito da La Stanza Nascosta Records. Disponibile anche un libro che racconta “la storia dell’album”, canzone per canzone

Copertina del disco di KAPE: Cliché

KAPE, Cliché

E’ uscito l’11 gennaio su tutti i maggiori digital-stores Cliché, primo lavoro solista del compositore e polistrumentista KAPE, alias Alessandro Sicardi.

L’album, anticipato dal singolo Monday Party, già in rotazione radiofonica, è distribuito dall’etichetta La Stanza Nascosta Records del musicista Salvatore Papotto.

Disponibile anche un libro che racconta, nelle parole di Sicardi, “la storia dell’album”, canzone per canzone.

Si va dal groove funk di Tell me the truth, che sfocia in un ritornello arioso, alle atmosfere rarefatte della folk-song Black Coffee, passando per la quasi title-track Cliché danceabstract concettuale dell’intero album- la malinconica ballad Red, il motown di Girl, you know, il rhythm and blues di Screaming out ed il funk di After the moonrise e I want to be, fino ad arrivare alla disco-dance di Monday party, che si tinge di influenze retrowave/syntwave, e al saliscendi sonoro dell’ipercromatica I Got to believe.

Kape ci consegna con Cliché un album complesso, in bilico tra vena immaginifica e ruminazioni esistenziali, prese di coscienza obbligate e creazione fantastica, aprendo, attraverso l’impiego di nonsense verbali e distopie ritmiche, falle smisurate nel terreno stereotipato del mainstream.

Track by track Cliché – KAPE

TELL ME THE TRUTH. A volte la verità è necessaria per uscire dal limbo delle parole non dette, dei sentimenti non espressi; anche se può distruggere una relazione, costringere due persone a ricominciare da zero e a rinunciare alle proprie certezze.

“Tell me the truth” descrive proprio quel limbo in cui si attende, tra ansia e speranza, la verità, qualunque essa sia. In un certo senso, musicalmente questa canzone è grintosa ma allo stesso tempo romantica.

Nata dal riff che regge la strofa, il groove funk sfocia in un ritornello molto arioso, espressione proprio della speranza che la verità sia quella desiderata.

BLACK COFFEE. Non sapere da dove si proviene né dove si sta andando: è questa la situazione iniziale del protagonista di “Black coffee”. Non ha bagagli con sé perché non possiede nulla, e il suo viaggio non ha una meta.

Dovrebbe abbandonarsi alla disperazione o pensare a questa situazione come l’opportunità di una nuova vita? È più propenso alla prima reazione, perché è difficile diventare qualcun altro se non sai nemmeno chi eri nel passato…

Il brano strizza l’occhio al sound folk di band come gli America, con la chitarra acustica in primo piano e il rhodes che rende l’atmosfera più rarefatta, nebulosa.

CLICHÉ DANCE. Quasi una title track, riassume una sorta di filosofia che utilizzo nella stesura delle liriche. Il testo parte proprio esponendo alcuni cliché di generi musicali mainstream come la dance, la disco, l’hip hop: “muovi il culo”, “fatti prendere dal viaggio”, cose di questo tipo.

L’evoluzione è però praticamente nonsense, con rime e giochi di parole che diventano più importanti del significato.

Certamente un brano disco dance con influenze anni ’70, batteria serratissima, synth pastoso e chitarra lievemente grunge, uno “special” con archi… insomma, cliché ma non troppo.

RED. Il rosso è collegato a sensazioni forti come la passione, la rabbia. Il protagonista della canzone lo associa però a situazioni malinconiche, legate ad una storia che ha vissuto in passato: le rose che lei gettava via ogni volta, l’alba in cui se n’è andata…

Così come è rosso il vino in cui, nel presente, annega i suoi ricordi, e il sangue nuovo di cui avrebbe bisogno per ricominciare da capo. È senza dubbio una ballad con influenze soul e RnB.

GIRL, YOU KNOW. La ragazza è bella, e ne è consapevole; inutile fingere di non esserne colpiti ogni volta. Per sedurla occorre inventarsi qualcosa… usare la magia, oppure più semplicemente mostrarle il mondo con occhi diversi.

Brano molto motown, con un giro di basso che è già una melodia e un andazzo funk coinvolgente.

AFTER THE MOONRISE. La canzone più autobiografica e ironica dell’album. La pigrizia del protagonista (fisica più che mentale) viene messa a nudo: ma le energie creative ed emotive messe in gioco nella vita di un artista sono tutt’altro che trascurabili…

Paracula o no, è una difesa legittima. Funk, con un interlude musicalmente un po’ StevieWonderiano.

SCREAMING OUT. Quando non ti rimane altro che gridare contro te stesso, la situazione è grave. Lei era quella giusta? Forse, ma fa talmente male non averla più che non sopporti nulla e nessuno, te compreso, perché senza di lei sei diverso. E non ti piaci.

È una ballad rhythm and blues quasi all’antica, perciò mixata in mono, ma con una sorta di  stortezza ritmica cercata e un solo di rhodes che la fa da padrone.

I WANT TO BE. Anche qui, come in “Cliché dance”, i giochi di parole sono i protagonisti della strofa. Questa canzone è semplicemente un inno alla creatività, ai voli pindarici, ai desideri anche senza senso, purché la mente sia libera di spaziare e di andare dove vuole.

Se “After the moonrise” è funk, “I want to be” lo è doppiamente. Il riff della strofa è in pratica più importante del cantato, la batteria quasi impone di ballare e l’hammond salta e si sgola felicemente insieme alla voce.

MONDAY PARTY. Un uomo è prigioniero della sua vita mondana. Esce tutte le sere, in un certo senso sembra costretto a uscire. Feste anni ’80, anni ’60, a tema… ogni notte va a cercare qualcosa di diverso, anche se il retrogusto di fondo è quello di una routine.

Solo la domenica è indeciso se uscire o no. Forse perché è un vampiro…

Il brano, vista la tematica festaiola, è naturalmente dance.

Strizza l’occhio da un lato agli anni ’70, con chitarra e batteria disco-funk, e dall’altro agli anni ’80, con il synth analogico che apporta una sonorità da film thriller.

I GOT TO BELIEVE. Siamo forse diventati troppo “civilizzati”, e spesso ignoriamo la natura. Ma quando la primavera si manifesta in tutta la sua bellezza, il respiro che emana ricorda la speranza di un amore. Si ha bisogno di credere, in una nuova vita.

Musicalmente, il ritmo è scandito principalmente dalla tastiere, con la batteria che quasi “suona” la melodia, seguendola. Un quadro colorato e con molti saliscendi dinamici.

Ascolta il disco di KAPE su Spotify

Social e Contatti

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