Kerouac: Ortiche

Kerouac è un giovane cantautore di Padova. Il suo vero nome è Giovanni Zampieri e ha pubblicato il suo debut album intitolato Ortiche con sonorità elettroniche e pop dalle melodie tra lo zuccheroso e l’amaro con messaggi che fanno riflettere… L’album è disponibile dal 16 febbraio 2018

Kerouac Ortiche copertina disco

Kerouac, Ortiche

Giovanni Zampieri, giovane cantautore padovano, esordisce con l’album Ortiche che unisce sonorità elettroniche che fanno pensare ai flow da rapper, eppure egli canta. Ne esce un pop con ambientazione urbana, che rimanda un po’ (lontanamente) alla scelta di Coez. La voce però è spesso riverberata ed effettata con distorsioni che la fanno un po’ avvicinare al tono sofferto di Samuel ancora nei Subsonica (specie in Graffiti).

Questa sorta di pop “sporcato” è coerente con i testi a tratti urticanti, come quello di Angie: “Lascia che arrivi alla sera la malinconia, che ti rapisca, che ti stupri, che ti porti via”.

Tema ricorrente però è un altro, quello antiatomico, fin dal primo pezzo Rifugio dove Kerouac asserisce che gli basta un paio d’ali “per amare le zone industriali nelle fredde notti nucleari”. Conoscendo personalmente Padova, si sente in più episodi che l’ispirazione viene dalla grigia ambientazione patavina.

Anche in Graffiti torna la preoccupazione: “Respiriamo propaganda nucleare, applaudiamo all’ultima esecuzione”. C’è una chiara posizione politica, che emerge in Divise: “Ci avete cresciuto lontani dai parchi di cemento costruiti con l’odio e le ruspe (…) avete tolto le panchine dal centro / non siamo noi quelli chiusi fuori, siete voi bloccati dentro”. Con la canzone Kerouac prende le parti di chi ruba le bici, come metaforicamente a dire di riprendersi quello che il governo ci ha tolto, i palazzi ed il futuro. La paura domina il cittadino borghese verso tutti i diversi, ma l’autore conclude con una domanda: “Se siamo davvero noi quelli ostili, perché non provate ad abbassare i fucili?”

Nell’album ci sono due personaggi, questo che osserva la realtà e la ragazza dai capelli viola che incontra, per l’appunto Angie. C’è una canzone dal suo punto di vista, Maredentro, piena di immagini forti e provocatorie. Metropoli descrive una situazione distopica, con “carri armati nella metropoli pronti per guerre mai dichiarate”, che arrivano insieme a una sensazione di solitudine universale e di ipocrisia che blocca la canzone di netto: “Voi fareste santa anche la censura, pur di non”.

Tornando all’amore, la relazione tra il protagonista e Angie diventa contemporaneamente un rifugio sicuro da questo mondo minaccioso, e anche una prigione, poiché il rapporto diventa quasi una dipendenza, e in Antartide emergono i sentimenti contrastanti: “Il mondo da una palafitta sembra un posto migliore (…) so che l’amore è morte finché sei tu che mi scegli perché hai l’Antartide negli occhi, e poi non sorridi mai”. Il brano si collega al successivo Alberi, dove gli alberi piangono, metafora tra l’ecologista e il prendersi cura di sé: “Cura anche le radici, non solo le foglie / cura sempre tutto quello che dici, non solo le voglie”.

Chiude l’album la dolceamara Capolinea, un pensiero alla storia terminata, con un treno in sottofondo (altro elemento imprescindibile per evocare il sentore urbano di Padova, la sua stazione). L’amato non vuole abbandonare il ricordo della palafitta, pensa che “La paura di lasciarsi qui da noi si chiama amore”, e resta così, ingabbiato nella sua memoria, mentre il treno prosegue il suo tragitto.

Il progetto di Kerouac, pur presentandosi chiaramente come un pop dalle melodie tra lo zuccheroso e l’amaro, contiene dei messaggi tutt’altro che scontati, che confezionati in questa maniera possono raggiungere giovani orecchie magari non ancora abituate a certe riflessioni, e questo non può che essere positivo.

A cura di Gilberto Ongaro

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