INTERVISTA | Leonardo De Lorenzo e l’album “On FiVe”: sei pezzi di raffinata bellezza

Leonardo De Lorenzo, batterista, compositore e docente ha pubblicato il disco on fiVe registrato dal vivo in studio con il pubblico. Il nuovo album del batterista campano per Alfa Music sfida il jazz più canonico e rievoca sapori rock e anni ’70. Marco Pollice l’ha intervistato per voi

Prendetevi una pausa e ascoltate attentamente, molto attentamente… c’è bisogno di sapere ascoltare a fondo per capire e riuscire a cadere nella comprensione di questo variegato e maturo lavoro firmato da Leonardo De Lorenzo in On fiVe. Sei pezzi di raffinata bellezza e grande stile! Composizioni articolate, colorate, che scuotono l’ascoltatore dai primi suoni. Lavoro di grande pregio, finezza ed eleganza che si racconta nello svolgersi di questi lunghi e articolati brani. Hope apre il disco con i suoi gradienti armonici, i suoi ostinati ritmici e scomposizioni che diventano le fondamenta su cui poggia un linguaggio articolato, assai moderno che ricorda da vicino i musicisti d’avanguardia americani dal free al Contemporary jazz da McCoy Tiner ad Ahmad Jamal e ricordando il recentemente scomparso Chick Corea.

Diamo il benvenuto su Blog della Musica a Leonardo De Lorenzo. Ti chiedo subito come è stato realizzato e concepito dal punto di vista compositivo “Hope”? Come si riesce a far collimare in questo modo elementi così diversi in modo così fluido e coerente?
Hope è un brano “vecchio” che avevo nel cassetto da qualche anno e che desideravo pubblicare come gli altri brani del cd. Però come mi capita spesso, era solo un tema iniziale, al quale ho dovuto aggiungere sezioni, special ed altri temi. La composizione è un processo lungo, un po’ come la pittura o la scultura. Inizi una creazione, poi la lasci lì a fermentare, magari per anni, poi la riprendi. Ho tantissima musica già scritta ed incompleta. Credo che si completi nel momento in cui premi il tasto “invio” della pubblicazione, e anche in quel caso è sempre rimodellabile.

La coerenza degli elementi di cui mi chiedi è legata sicuramente al momento in cui ho ripreso Hope tra le mani dedicandomi sia alla strutturazione definitiva della forma, sia all’arrangiamento delle voci. Un lavoro lungo e ponderato, un esercizio. La scrittura è esercizio. Va coltivata, analizzata, rivista, corretta. Io non sono un arrangiatore di mestiere, scrivo solo per me stesso, difficilmente potrei farlo per terzi perchè sono “lento”, ho bisogno di lasciar “stagionare” le idee e riprenderle quando “è il momento”. Purtroppo questo momento non lo decido io e se voglio davvero che tutto fluisca nella maniera che desidero, anche se solo intuitivamente, devo attendere. Nel frattempo arrangio altro! Sicuramente non sto fermo!

“Perdersi in un quadro” suona da subito come una Ballad con armonie preziose e mai scontate. A tratti sembra davvero che questi ottimi musicisti dispongano di note ai più sconosciute quasi che il loro vocabolario sonoro uscisse dai dodici semitoni…
“Perdersi in un quadro” è un altro brano datato che avevo già scritto e qualche volta suonato dal vivo, ma in trio e con molte meno sezioni di questa versione che è la definitiva. Fin dall’inizio cercavo un’atmosfera onirica, una sensazione di sospensione, come ritrovarsi in un limbo, in una dimensione inconsueta, introspettiva, riscoprendo in questa condizione qualche piega misteriosa di se stessi, della propria anima, della propria mente. Le armonie sono altamente descrittive di questa sensazione rese ancora più convincenti dai temi, semplici ma incisivi. I musicisti che fin da subito hanno abbracciato questo progetto come fosse il proprio, sono entrati nella musica nel senso più profondo e hanno contribuito i maniera significativa nel costruire il sound di questo repertorio. Credo che tutti siamo stati influenzati dall’atmosfera che il brano suggerisce, enfatizzandone le caratteristiche e devo dire che “Perdersi in un quadro” mi rende molto orgoglioso, come compositore e come musicista.

Di questa composizione mi ha colpito in particolar modo il fraseggio e il comping della batteria che sottolinea frasi e gesti, per poi lasciare ed evitare il discorso musicale principale. In quale modo viene concepita una traccia di questo tipo? Come riesce la batteria a dialogare anche durante il solo del Rhodes in modo così naturale ed efficace senza mai prevaricare o risultare scomoda?
Sai, insegno batteria jazz al conservatorio Nicola Sala di Benevento e come dico sempre ai miei allievi, la cosa più difficile da spiegare e insegnare a fare, costruire, gestire, suonare, è il comping. Perchè? Perchè il comping è esso stesso improvvisazione, essendo si un accompagnamento, ma estemporaneo e dinamico, costituito da variazioni continue che non possono non tener conto delle sollecitazioni di tutti gli altri musicisti che partecipano all’esecuzione di un brano. Il comping è fatto di spunti, proposte, risposte alle proposte altrui e si sviluppa in una dimensione democratica in divenire, in cui il solista deve essere aiutato, messo in evidenza, sostenuto ritmicamente, ma anche stimolato, sollecitato dalle proposte ritmiche della batteria, o da alcuni cambi tonali del contrabbasso. È come se il solista fosse una sorta di relatore che sta spiegando le sue idee in merito ad un tema (tema e forma della struttura musicale) e tutti gli altri lo ascoltano ma interagiscono anche rispondendo o facendo domande alle quali il relatore (il solista) risponderà in tempo reale. Questa è l’improvvisazione. Un momento di caos-organizzato estemporaneo in cui tutti cercano di convergere (percorrendo le battute del brano lungo accordi, accenti, figure ritmiche ecc) creando le proprie linee musicali, anch’esse estemporanee e quindi altamente pericolose, in quanto instabili e inedite. Una nota di troppo o un accento sbagliato possono rovinare il momento, possono inficiare la bellezza di un accordo o di una frase eseguita dal solista o da qualsiasi altro elemento del gruppo. Per questo il comping è secondo me, la problematica più insidiosa nella musica che contiene aree di improvvisazione.

Per quel che riguarda me e il mio approccio all’accompagnamento, ti dico che mai mi piace prevaricare sia nel volume che nel fraseggio ritmico, il solista. Ovviamente poi con l’esperienza si impara a dosare energia, impeto del momento, intuizione e stile, questo sempre per fornire una ritmica pertinente e funzionale, che faccia davvero decollare il brano. Un po’ come fare l’amore. Non è una cosa che si può imparare teoricamente, bisogna farlo e solo la nostra sensibilità e il nostro desiderio di stare bene e godere di quel momento, ci può aiutare nella buona riuscita di un amplesso! E ovviamente ci vuole il partner giusto! Nella musica secondo me, succede la stessa cosa. C’è una cosa che  il chitarrista mio amico-fratello Robertinho De Paula, col quale ho suonato tantissimo, mi dice sempre “mi piace suonare con te perchè quando accompagni mi fai sentire la pressione ritmica e l’intensità del suono come se stessi ad un volume altissimo, ma tutto questo a volume basso”. E io sono orgoglioso di complimenti come questo, perchè è proprio una delle mie caratteristiche: mi piace suonare a volume basso, ma un po’ come se fosse il potenziometro dello stereo abbassato, mentre in realtà la musica sarebbe ad altissimo volume”.

Leonardo De Lorenzo in studio

Leonardo De Lorenzo in studio

Come viene organizzato il discorso ritmico-timbrico proposto di volta in volta con questa sorprendente audacia?
Anni e anni di pratica, dischi registrati, concerti e prove. Tutto questo contribuisce a creare la propria personalità ritmica e melodica, in funzione del proprio stile del proprio modo di suonare che a sua volta deve fondersi con lo stile degli altri musicisti, sempre in maniera estemporanea, anche se, a grandi linee, ci si può creare un canovaccio mentale sul quale muoversi, stabilendo cosa e come suonare in determinati punti di una composizione. Io sento molto l’influenza di me stesso come compositore e arrangiatore della mia musica quando poi vado ad eseguirla con la batteria. Pensa che quando scrivo un brano, non sempre ho già l’idea ritmica (in termini di arrangiamento batteristico) definita. Spesso ho solo un’idea di base ed è stesso la musica che in divenire, durante il processo di composizione e arrangiamento, mi suggerisce grosso modo cosa fare. In genere non scrivo le parti di batteria per me stesso. Preferisco suonare leggendo la parte di pianoforte ed eventualmente segnarmi alcune suggestioni e idee da tenere a mente. Per il resto, una volta che ho capito che tipo di groove suonare e in che modalità, cerco di svilupparne tutte le possibilità, approfondendone il fraseggio, improvvisando su quello stile fino a quando suono con sufficiente naturalezza, creando poliritmie, modulazioni metriche, senza pensare, ma solo lasciando fluire il fraseggio del mio drumming. Un processo lungo e spesso frustrante, perchè non ci si arriva subito e ci vuole molta pazienza.

In “Wild mind” immediatamente fa breccia la complessità dell’arrangiamento e della ricerca sonora che avvicinano questo pezzo a certi esempi cari al jazz rock e al progressive italiano dei primi anni 70. Mi incuriosisce molto il modo di intendere e a volte forzare il linguaggio idiomatico degli strumenti. In qual modo siete riusciti come quintetto a creare queste parti così abilmente intrecciate in una forma di contrappunto jazzistico? Quanto peso alla scrittura in questo senso?
“Wild mind” è un brano che amo particolarmente e che ho già registrato in un altro cd in versione trio e in versione sestetto col compianto Aldo bassi, ospite alla tromba e il mio fratellone Giovanni Imparato alle percussioni.  “Wild mind” è uno dei tanti omaggi che ho fatto all’Africa della quale adoro la musica tradizionale ma anche le tante connessioni e fusioni, quel sincretismo musicale che dallo schiavismo ad oggi ha portato alla musica Afrocubana, la jazz e la cultura Afroamericana. In “wild mind” c’è tutta la mia sintesi in merito ed ho anche una versione già pronta e allungata per nonetto (il pezzo è una sorta di suite che dura 25 minuti senza assoli, con gli assoli arriveremo sicuramente a 40). Feci questo ulteriore arrangiamento per partecipare ad un concorso (che non ho vinto) consapevole che avrei, nel peggiore dei casi, preparato un repertorio da poter registrare al più presto con questo organico.

Per quello che concerne i rimandi al jazz rock, posso vederci alcuni “colori” del Perigeo, gruppo che mi piaceva molto quando ero ragazzo. La tua domanda su come si possa intendere e forzare il linguaggio idiomatico degli strumenti mi piace e la trovo interessantissima, perchè non si parla molto di questo. Ti risponderò parlando del mio strumento principale che è la batteria. La batteria o drum set, è uno strumento giovanissimo (circa 110 anni) per come la conosciamo e consideriamo oggi. Un insieme di tamburi e piatti che ormai è definito e codificabile in termini strutturali. Uno strumento riconoscibile dunque. Ma all’inizio non era così. Nei primi anni del “900 quando si delineavano i prodromi musicali di quello che sarebbe diventato il jazz, esistevano il tamburo, la grancassa e i piatti. Più qualche percussione di origine Africana come le campane in metallo, di varie dimensioni, le clave, e qualche oggetto “rumoristico”. Siccome grancassa e tamburo erano di provenienza europea (e anche qui ci sarebbe da scrivere un trattato perchè il tamburo, quello che chiamiamo rullante, avrebbe origini Arabe) e venivano usati nella banda e nelle orchestre di musica classica, allo stesso modo nelle prime marching band, erano suonati da due distinti musicisti. Solo dopo diverso tempo, qualcuno ebbe l’idea di mettere insieme i due strumenti principali, sistemando la grancassa a terra in posizione verticale e appoggiando il rullante su un supporto, arricchendo questo primo rudimentale set con qualche strumentino, tipo appunto le campane, i woodblock e suonando la cassa calciandola, perchè ancora non esisteva il pedale, da qui il nome “kick drum” ancora oggi in uso. Poi l’aggiunta dei tom cinesi e dei piatti turchi o anche quelli cinesi, ne arricchirono le possibilità espressive. Nascevano le prime “traps”. Per il drum set, si sarebbe aspettato ancora qualche decennio. Come vedi la batteria oltre ad essere uno strumento multietnico, è anche uno strumento a se, moderno che racchiude diverse caratteristiche che lo tengono al di fuori di qualsiasi tradizione musicale popolare antica. Per questo è difficile replicare sonorità ataviche con la batteria. È difficile rendere credibile un ritmo tradizionale Africano, Afrocubano, Brasiliano, tanto per intenderci, perchè la batteria è diversa, sia nella sonorità che nell’approccio esecutivo. È uno strumento secondo me, altamente invasivo e bisogna conoscere bene l’essenza della musica che si vuol portare nella batteria e la batteria stessa per riuscire a creare un giusto equilibrio tra suono, stile e pronuncia.

Per quel che riguarda il contrappunto nelle mie composizioni, è il lavoro al quale dedico più tempo quando scrivo. Tra l’altro trovo sa più difficile scrivere per quintetto che per orchestra perchè con meno voci cerco di creare gli stessi effetti di intreccio delle parti, sia melodicamente che armonicamente. Nel caso di on fiVe la scrittura è stata determinante, perchè anche se ci sono tanti spazi dedicati all’improvvisazione, questo è stato un lavoro di grande scrittura e ne sono molto soddisfatto. Nel preparare questo repertorio ho pensato anche al futuro e alcuni di questi brani, come già per “wild mind” verranno arrangiati per nonetto.

Come si garantisce questa continua e costante coerenza di scrittura nonostante nelle articolazioni e le frasi rimanga così poco di tonale o immediatamente riconoscibile?
Credo che la coerenza nella scrittura sia semplicemente una condizione data dal tempo e dal periodo in cui ci è dedicati alla scrittura stessa di un repertorio. Quando preparo la musica per un nuovo cd, quindi una raccolta di brani, a prescindere dalla possibile diversità delle varie composizioni, ho una sorta di mood generale in testa che si riversa su tutte quelle composizioni. In quei periodi cerco di ascoltare poca musica e anche quando non suono la batteria e non mi metto al pianoforte, penso ala musica che è in corso d’opera. Nella mia mente canticchio i temi, li ripasso, ne invento di nuovi che immancabilmente e scientemente dimenticherò, penso ai ritmi, alle atmosfere. Tutto questo mi tiene in costante connessione con quello che sto facendo, anche quando per qualche giorno non scrivo e non suono ma sono sempre li, con la testa, col pensiero. Secondo me è questa condizione a far si che la musica suoni come un flusso unico e omogeneo ma al contempo variegato. Diversi amici musicisti mi dicono spesso questa frase “si sente che l’hai scritto tu!” complimentandosi con me per questa riconoscibilità ed io ne sono felice perchè vuol dire che ho trovato una mia strada comunicativa e caratteristica.

Grazie Leonardo de Lorenzo per aver trascorso un po’ di tempo con Blog della Musica.

Ascolta il disco On FiVe di Leonardo De Lorenzo su Spotify

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