INTERVISTA | Lorenzo Mazzilli ci racconta di The Giant Undertow

THE GIANT UNDERTOW, ovvero Lorenzo Mazzilli, padovano, ha da poco pubblicato il disco The Weak. In questa intervista ci racconta un po’ di sé e della sua musica…

Oggi abbiamo il piacere di ospitare THE GIANT UNDERTOW, ovvero Lorenzo Mazzilli… ti presenti in poche righe ai nostri lettori?
Ciao Blog della Musica, ciao lettori. Sono Lorenzo, nato e cresciuto nella bassa padovana, e trasferito a Bologna una decina d’anni fa. The Giant Undertow, il mio progetto solista, è nato in sordina nell’autunno 2013 ed è cresciuto a pane, vino e palchi.
Dopo un periodo di incubazione, il disco The Weak è uscito il 2 settembre per In The Bottle Records, Shyrec, Indipendead, Pope V e Death Roots Syndicate.

Ho letto da qualche parte che fai il vino ascoltando Neil Young. È vero? Il vino viene più buono?
Ho passato due stagioni nella cantina sociale del mio paese (Merlara PD). Era un lavoro che all’inizio non amavo, ma che adesso mi capita di rimpiangere: durante i primi giorni di vendemmia lavoravamo di notte, quindi la situazione era molto pittoresca, utile per scrivere e immaginare pezzi nuovi.
Nei pochi momenti di pausa avevo una voglia enorme di suonare, per staccare dalla situazione lavorativa, anche se in cantina era più o meno una festa continua con contadini e colleghi. È stato bello, ma tutta quella condivisione mi ha spinto, assieme ad altre cose, a volermene stare un po’ da solo e a scrivere canzoni senza coinvolgere altri. Lì è nato il progetto solista. In quel periodo ascoltavo Mirrorball di Neil Young, e il pezzo che più mi colpiva era I’m the Ocean. Nel finale Neil continua a ripetere “I’m the ocean, i’m the giant undertow”. Sono andato a vederne il significato, e quell’espressione mi è sembrata calzare a pennello con il mood delle nuove cose che stavo facendo.

The Giant Undertow è il tuo progetto solista, prima di questo cosa facevi?
Quando ho iniziato come The Giant Undertow stavo suonando in due band. Una delle due era abbastanza spinta, sul noise/post-punk con inserti math. Ci chiamavamo Smokidd e picchiavamo forte. Suonavo il basso e ci siamo divertiti parecchio. Purtroppo siamo stati costretti a lasciar perdere per problemi logistici e diversi impegni.
Con i Barranco invece stavamo facendo un bel percorso in ambito alternative folk, col cantato in italiano. Avevamo pubblicato un disco a inizio 2013, Ruvidi, vivi e macellati, ma poi ho dovuto abbandonare, anche qui per questioni pratiche, di tempo e spostamenti.
Di pari passo con le prime idee del progetto solista, ho messo su con due amici, quasi per gioco, il The Johnny Clash Project, ed abbiamo iniziato subito a suonare parecchio sia in Italia che fuori. Stravolgevamo le canzoni dei The Clash nello stile di Johnny Cash, e continuiamo felicemente a farlo.

Contaminazioni e ispirazioni. THE GIANT UNDERTOW ascolta molto la musica di….? a parte Neil Young mentre pigi l’uva 😉
The Giant Undertow ascolta tante cose diverse. Per non annoiare, ti dico solo quello che sta ascoltando in questo periodo. Ad esempio, ora ci sono i Dirty Three in sottofondo, ma in queste settimane sono in lieve fissa per certe cose di Lee Hazlewood e anche di John Fahey. I Timber Timbre fanno spesso capolino tra le mie preferenze, così come King Dude, Mark Lanegan e i Neutral milk hotel. Poi certo punk, garage e psichedelia, così come cose sperimentali vicine alla classica contemporanea. Ascolto disordinatamente musica vecchia, che mi dà qualcosa che non riesco a trovare facilmente nelle produzioni più moderne. Mi viene in mente al volo l’album Wasted di Vernon Wray e le prime cose di Scott Walker. Mi piace molto anche ascoltare dischi di gruppi sconosciuti. Mentre il nuovo di Nick Cave lo ascolterò solo quando avranno smesso di parlarne.

Parlaci dell’album che hai pubblicato: The Weak
The Weak è un album che mi sta dando soddisfazioni, ma che mi ha fatto sudare molto. Inizialmente vedevo solo i lati positivi del poter essere l’unico ad avere voce in capitolo. Poi mi sono reso conto che se non hai una controparte, come può essere un altro membro della band o un produttore, fai fatica a fare le scelte più importanti. Potenzialmente le possibilità sono infinite e, senza qualcuno che ti dica ‘io la vedo così’, non sei obbligato a crearti una visione da portare avanti a pugni stretti per il bene del disco. Ed è facile perdersi. La ‘debolezza’ del titolo dell’album sta anche qui, nell’essere in qualche modo spaesati nel momento in cui la tua espressione più autentica dovrebbe uscire.
Nel lavoro è stato importante l’apporto di Matteo Dall’Aglio, il tecnico che ha seguito le registrazioni, nonché mio cugino e da decenni compagno di gioie e dolori musicali.
Tecnicamente parlando, ho suonato quasi tutti gli strumenti, a parte le batterie e alcune chitarre elettriche, suonate da Emanuele Zaniboni e Francesco Mazzi, i due amici che mi accompagnano nei live elettrici fin dall’inizio del progetto. Anche Matteo ha suonato alcune percussioni, mentre Roberta Palazzini e Mario Zambrini hanno arricchito i pezzi con cori, fiati e fisarmoniche.

Scrivi: “otto storie raccontate a metà”… perché a metà?
Si, le storie degli otto brani del disco sono raccontate solo a metà, perché l’altra metà la devi mettere tu, oppure la devi cercare scavando. Quando ascolto qualcosa mi piace goderne, ma senza che tutto mi sia chiaro. Anche per questo preferisco sentir cantare in lingua straniera, oppure, nel cantato in italiano, un certo grado di cripticismo. La canzone chiara e limpida che mi dice tutto al primo ascolto mi annoia. Quindi cerco di fare in modo che il primo contatto con i miei pezzi, per un ipotetico ascoltatore, sia con l’insieme, col suono, con le sensazioni. Spesso mi capita di cambiare i testi, rendendoli magari astrusi, semplicemente perché il suono giusto in quel momento per me è più importante del significato. Un significato che mi piace sia aperto e dipendente dalla percezione istintiva di ciascuno.
I testi del disco parlano di me, e di cose e persone che mi sono vicine. Ma il modo in cui ho narrato le storie mi sembra, a posteriori, molto simile alle avventure che ti capitano nei sogni: una serie di fatti che ti ispirano, ti confondono, e poi non capisci più dove ti hanno portato.

Se io dovessi ascoltare un’unica traccia di queste otto, quale dovrei ascoltare? Perché?
Forse Lone, la prima traccia. È stata la prima che ho composto come The Giant Undertow, ancora ai tempi della cantina sociale. C’è la calma, c’è il malessere, c’è l’enfasi  e il crescendo finale. Tutti elementi che fanno capolino spesso nelle mie canzoni. Matteo, registrando il disco e alla mia richiesta di consigliarmi quale potrebbe essere stato il singolo, rispose così: “Beh Lor… questa no, questa invece potrebbe essere… questa sai che forse si?! Ma Lone… Lone… Lor, Lone È The Giant Undertow”.

Prima di lasciarci, raccontaci quali sono i prossimi progetti e come possiamo seguirti.
Il 21 ottobre inizio per un tour europeo di due settimane in solo. Suonerò in Svizzera, Francia, Belgio, Olanda, Germania e Austria. Non vedo l’ora! Poi il weekend del 20 novembre avrò la fortuna di trascorrere tre giorni con Miles Cooper Seaton degli Akron Family (band che amo da tempo) e altri musicisti per un progetto di residenza artistica finalizzata a una performance live al Nero Factory di Bologna. Ci sarà da divertirsi.
Per rimanere aggiornati su queste ed altre cose basta seguire la mia pagina facebook.
Sul mio bandcamp si può ascoltare il disco in streaming e acquistare sia cd che vinile: https://thegiantundertow1.bandcamp.com/album/the-weak
Canale youtube: https://www.youtube.com/channel/UCtzEgINkp0B4mx3P2DbDk6Q. Per info varie thegiantundertow@gmail.com, mentre per concerti isabellaindipendead@gmail.com.

Grazie Lorenzo Mazzilli, ovvero THE GIANT UNDERTOW per essere stato con noi.
Grazie mille a voi e a presto!

Info: https://www.facebook.com/thegiantundertow/

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