Luca Benicchi e le sue “confessioni”

Luca Benicchi, nato nel 1965. Fino al 1992,  prima di mettersi a lavorare “sul serio”, suonava il piano. Adesso, a cinquant’anni, per una serie di congiunture fortuite, ha inciso il suo primo disco. Vediamolo nell’intervista al Blog della Musica

Ciao Luca, come mai un “pubblicitario” decide d’incidere un CD di canzoni? Non sarà mica un’operazione… “pubblicitaria”?
Scrivere e suonare è una passione che coltivo da sempre e che non ho mai abbandonato, almeno nei momenti liberi.
Lo definisco: “esercizio musicale intermittente privato”; una sorta di attività “terapeutica” personale che ho sviluppato a fasi alterne.
Per questo, aver avuto l’occasione di “fermare” i miei pezzi in un CD è stato liberatorio e non l’ho mai fatto prima proprio per il motivo contrario; per distanziare la mia professione e il mio amore per la musica, attività (la musica) che ho coltivato in tutti questi anni di silenzio piacevolmente in modo riservato.

Perché hai deciso di far uscire il tuo primo CD proprio adesso?
Bella domanda. Penso per una serie di congiunture fortuite.
Certamente sono stato incentivato dagli “affetti” e da qualche amico “avventuroso” che conosce bene questa mia passione. Poi, perché a 50 anni mi è piaciuto raccogliere la sfida di rivitalizzare la “mia parte musicale”, rimasta sopita per troppo tempo.

“La prima confessione” è un titolo che sembra promettere rivelazioni, mi vuoi commentare?
Nessuna rivelazione 🙂
Anche se tardiva, la sfida di pubblicare inediti per me è una “prima volta”.  Oltre a questo, il carattere autobiografico di alcune canzoni intercetta bene il senso del titolo.

Qual è il tuo rapporto con la musica? Quando suoni?
A casa ho il pianoforte e con quello “tormento” la mia famiglia e il vicinato.  Oggi, che ho un po’ più di tempo nel week end, anche con una certa continuità 😉

Spazi Sonori Live ha prodotto il disco. Ce ne parli?
Ho incontrato Alessio Barbieri dopo aver ascoltato alcune sue produzioni in cui ho percepito chiaramente un modo di lavorare per me molto interessante.
Un approccio alla registrazione live acustica dove la performance di chi registra è predominante, in cui non si butta via nulla, comprese certe “sporcature”.
Questo per me era centrale. L’obiettivo era incontrare qualcuno che fosse compatibile con il mio modo di vivere le canzoni. Ad Alessio sono piaciuti i pezzi e così abbiamo deciso di realizzare insieme il lavoro.

Ho letto anche della collaborazione con Fabio Marchiori arrangiatore per diversi musicisti affermati, amico e collaboratore in primis di Bobo Rondelli?
Fabio è un bravissimo professionista con un grande talento.
Per noi si è messo a disposizione occupandosi dell’arrangiamento di sei pezzi cercando d’intercettare il mood di cui avevamo parlato. Ha suonato molte delle parti dei brani orchestrati. Sono davvero contento e onorato del suo contributo.

Oltre a lui chi ha suonato nel disco?
Come dicevo in precedenza, questo disco non è certo un “progetto musicale patinato”. Ci sono infatti io che “mi accompagno” con il piano 😉
E sottolineo “mi accompagno”, perché non sono propriamente un “pianista”.
C’è Fabio Marchiori che ha suonato le tastiere, Alessio Barbieri alle chitarre, Elisabetta Casapieri al violoncello ed ha partecipato con un cameo anche il chitarrista Alessandro Florio con il solo di “Sono Toro”.

Veniamo alle canzoni. Io personalmente ho trovato interessante “La bellezza ci salverà”. Ci racconti come è nata?
“La bellezza ci salverà” è una canzone di speranza. La speranza che ognuno possa trovare “il proprio posto nel mondo”,  che tradotto significa sapersi fidare della “propria bellezza interiore”.

Mi parli di “Guardo fuori”? È un pezzo che mi sembra molto sentito, sia nel testo che nell’interpretazione.
Quando ci si confronta con il dolore per una perdita, ci rendiamo conto della precarietà delle nostre vite. Questa è una canzone che ho scritto pensando a tante persone care che non ci sono più. Non poteva essere altrimenti.

Mi hanno incuriosito anche “Faccia da pubblicità” e la traccia di chiusura “La fine del gioco”.
Io amo moltissimo il mio lavoro, è un mestiere stimolante, unico, ma sarei bugiardo a non ammettere che ogni tanto mi capita di vivere situazioni contraddittorie che mi risulta difficile comprendere. Ma il mondo è bello perché vario, proprio come la mia professione. La fine del gioco è una ballad per chiunque abbia vissuto accadimenti che hanno modificato in modo repentino lo scorrere della loro vita, destabilizzandola.
Ma il gioco si sa, non finisce finché si ha la voglia di “giocare”…

E chiudiamo questa intervista con 2 parole su “Automaticamente”.
La canzone è una canzone su chi vive la propria quotidianità in modo succube e immobile.
Su chi non riesce a fare niente per provare a cambiare le cose nonostante viva un’esistenza in cui non si riconosce.
Ma io credo che prenderne coscienza è certamente già il primo passo per cominciare a cambiare qualcosa.

Grazie Luca, a presto.

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