INTERVISTA | Luca Ferraris e la pressione dei BAR

Il cantautore Luca Ferraris intervistato da Blog della Musica. Originario di Pordenone, vive tra Padova, Oaxaca e Puerto Morelos (Messico), ci racconta come è nato il suo disco La Pressione dei BAR

Ciao Luca Ferraris e benvenuto su Blog della Musica. In poche righe ti puoi presentare ai nostri lettori?
La sintesi non è il mio forte, mi richiede tempo. Neanche l’ordine e la disciplina sono il mio forte. Provando a farla breve: non mi ritengo un grande cantante, neanche un grande pianista, né grande scrittore e neanche grande poeta. Però, se metto assieme tutte queste cose, posso risultare credibile. Mi annoierei a fare solo una cosa, così come mi romperei a essere vincolato ad un luogo soltanto, è per questo che da tre anni vivo tra Messico e Italia, per potermi sentire straniero un po’ dappertutto. Ecco, forse sono solo un viaggiatore, “un passante” (tra l’altro il titolo del mio primo disco del 2008).

Come ti sei avvicinato alla musica? Riesci a ricordare il tuo primo ascolto musicale?
Se mi ritrovo a fare quello che sto facendo, devo ringraziare mio zio Mimmo Corcione, un eclettico creativo e un passionale della musica, polistrumentista molto rockettaro e cuoco straordinario (se cercate il suo nome su youtube, vi stupirete dei suoi followers). È lui che mi ha regalato la mia prima batteria (sono nato come batterista) ed è insieme a lui e a mio fratello che ho incominciato a fare le prime lunghe jam session quando avevo dodici anni. È con loro che ho scoperto la meraviglia della musica e le sue capacità catartiche. Il mio primo ascolto musicale? Al di là degli ascolti passivi e indotti di tutto ciò che ascoltavano i miei genitori (mi ricordo viaggi estivi in macchina con Bennato e Battisti), devo dire che il primo ascolto consapevole, cercato e ripetuto è stato Innuendo dei Queen, la prima musicassetta che credo di aver consumato.

Quali sono gli artisti che ammiri di più e che non mancano mai sulla tua playlist?
Da un po’ di tempo ascolto praticamente soltanto salsa. Adoro la salsa buona, quella che non è nata per fare i balli di gruppo. Amo le produzioni della Fania Records che dagli anni Sessanta ha incominciato a  sfornare talenti musicali caraibici, immigrati pescati dal Bronx di New York, tra questi soprattutto Eddie Palmieri, Willie Colon, Hector Lavoe e Ruben Blades. Poi nella disputa sul cantautore preferito tra Fabrizio De Andrè, Guccini e De Gregori, ovviamente sono un amante di De Andrè. Tra Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, preferisco i Black Sabbath. Tra fagioli, lenticchie e ceci, preferisco i ceci. Tra melanzane, zucchine e peperoni, melanzane senza ombra di dubbio. Il mio disco preferito però è “YS” de “Il balletto di bronzo”, capolavoro del 1972.

La pressione dei Bar: che disco è questo nuovo lavoro di Luca Ferraris?
E’il mio quarto album, completamente autoprodotto, concepito e scritto negli ultimi tre anni, durante i miei continui spostamenti tra Italia e Messico, cosa che si avverte anche nelle sonorità. È una sorta di sintesi degli album precedenti, sia a livello musicale che a livello di scrittura. Un disco più orecchiabile dei precedenti, perché l’esperienza (o forse una maggior dose di altruismo) mi ha portato a sgrezzare ed eliminare alcuni eccessi autoreferenziali che rendevano l’ascolto più difficile.

Ora che La pressione dei Bar è finito sei soddisfatto del risultato finale? Oh c’è qualcosa che potevi fare e non è stato fatto?
Mi sento molto soddisfatto, nulla da dire.

I testi dei brani di La pressione dei Bar a chi si rivolgono e che cosa ci raccontano? Se potessi ascoltare un unico brano del tuo nuovo disco, quale dovrei ascoltare? Perché?
Ogni canzone di questo album ha un protagonista, un carattere, una maschera o una macchietta con la propria stramba ossessione. I testi sono ironici, assurdi, folli e a tratti grotteschi. È un calderone di contraddizioni, di tensioni che spesso richiamano ad una idea che viene subito smentita. Si passa da tematiche quasi comiche ad argomenti tragici e drammatici. La tensione emotiva è ovunque, disseminata tra un brano e l’altro con momenti dimessi e riflessivi pronti ad essere sfatati dall’ironia e dal sorriso. Di questa parte più narrativa del disco consiglierei di ascoltare L’erotomane, brano arrangiato e suonato insieme ad un trio formidabile: i Friedrich Micio. Poi, per essere più banale e scontato e per far capire tutta questa tensione da dove sia partita e che senso abbia, ha forse senso ascoltare l’unica canzone totalmente autobiografica, quella che spiega la mia “fuga” in Messico e quella che dà il titolo al disco, La pressione dei Bar, appunto. Un brano in prima persona che scorre rapido come un flusso di coscienza. Ho vissuto a Padova per molti anni e li’ mi è capitato di restare un periodo di tempo, ovviamente in inverno, con la caldaia rotta e coi termosifoni spenti. É stato un inferno. Il problema era legato ai bar della caldaia che non raggiungevano la giusta “misura” lasciando la casa nel gelo assoluto. Quel periodo l’ho passato di più nei bar del centro a prendere caldo che non a casa mia. Lì, tra una lamentela e l’altra, mi chiedevo che senso avesse restare in un posto così freddo per le due lire che guadagnavo col mio lavoro. In più le bollette del gas in inverno erano salatissime e oltre a quelle c’erano le spese del bere da sostenere nei bar. Quindi i risvegli mattutini erano tremendi, sia per il freddo patito durante la notte, sia per l’eccessivo caldo artificiale ingerito in qualche locale. Insomma, era tutta colpa dei bar. Non poteva che nascere una canzone che parlava di andarsene.

E le sonorità musicali invece? Dal punto di vista musicale come lo descriveresti il tuo disco?
Così come i testi dipingono personaggi completamente diversi tra loro, inseriti in una coralità caratteriale anarchica e contraddittoria, anche la musica segue questa linea. I brani sono abbastanza diversi tra loro: si passa da un brano che può sembrare balcanico (L’amore ai tempi del Colella), ad un semi-pop acustico potenzialmente valido per il mainstream (Teresa). Da una cumbia latina (Saverio) a uno swing da pianobar (Albano ed Eva). Da una canzone da camera (L’erotomane) ad un brano acido e incattivito quasi freejazz (Mostri). Da un valzer cupo (Rosa dei veneti) ad una ottimista ballata (Puerto Morelos). Credo sia molto variegato musicalmente. Complice di questa varietà e’ anche la presenza di musicisti bravissimi che vengono da esperienze diverse e che sono anche arrangiatori dei brani.

Qual è il messaggio che speri colgano gli ascoltatori di La pressione dei Bar?
Che non voglio dare nessun messaggio. Vorrei solo attivare delle riflessioni e insinuare dei dubbi. Sono un accanito pirandelliano che considera tutto inclassificabile e relativo. Forse vorrei solo ridessero, anche quando i testi sono drammatici, perché ridere è la cosa che ci salva.

Se potessi collaborare con un musicista, del presente o del passato, chi sceglieresti?
Chiederei a Fabrizio De Andrè di fare una canzone assieme. Poi, dato che sono molto legato all’aspetto visivo del disco, cosi’ come ho affidato i miei dischi alla pittura, prima di mio padre Massimo (Viaggi senza ritornello, mio secondo disco) e poi, per quest’ultimo, del grande pittore di Brooklyn Jeff Tocci, affiderei la veste del disco a Caravaggio e approfitterei per andare con lui e De Andrè a fare il giro delle peggiori bettole di Italia, ma senza far risse.

Per chiudere una domanda classica: i tuoi progetti per il futuro?
Dato che sono in Italia, tornare in Messico per fare nuove produzioni. Se ora mi trovassi in Messico, avrei risposto il contrario. Ho già in mente come lavorare al prossimo disco.

Info: https://www.facebook.com/ferrarisband/

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