INTERVISTA | Marco Cantini: la letteratura che si fa musica

Da questa mattina gira il video del nostro ospite e oggi, tra le righe di Blog Della Musica, torna a trovarci Marco Cantini un cantautore vero, di quelli che scrivono ignorando l’estetica effimera dell’apparire

Ecco come scende in campo Marco Cantini, un Artista propriamente detto. Uno che alla musica e all’espressione chiede solamente di esistere senza pensare ai risvolti da social network, selfie, contenuti leggeri per agguantare la massa. E di superficiale in questo disco c’è poco. L’avevamo conosciuto quando ci aveva anticipato questo lavoro (Leggi l’intervista QUI), ma anche e soprattutto per il suo esordio con Siamo noi quelli che aspettavamo. Ed ora eccolo tornare con il disco finito, completo e ricco di tutti dettagli che ha curato con la produzione artistica di Francesco Moneti (Modena City Ramblers) e Claudio Giovagnoli (Funk Off).

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Un lavoro forse più bello e più impegnativo del precedente. Marco Cantini, accompagnato sempre dalla RadiciMusic, pubblica La febbre incendiaria, un lungometraggio cantato di inediti in cui fotografa angoli a lui cari del grandioso romanzo che è La Storia di Elsa Morante. Un disco liberamente tratto dalla letteratura che non copia e che non si rende schiavo e dipendente da essa. Certamente è un disco che da solo crea distanza ed oggettive difficoltà nel codificarlo, soprattutto per tutti coloro che non hanno letto il romanzo. Ma certamente è tra le righe che Cantini sa essere un artista di popolo rilasciando, per chi avesse la briga di prestare attenzione (cosa rara oggi, ce ne rendiamo conto), messaggi sociali e fotografie storiche di assoluta ricchezza. Un bellissimo disco che va ascoltato e non sentito in sottofondo.

Un bellissimo video Un figlio. L’abbiamo fatto girare sulle nostre pagine questa mattina. C’è anche un retrogusto sociale… ce lo racconti?
È un video nel quale è possibile cogliere fiducia e ottimismo, certamente evocativo. Ma non slegato dal testo della canzone. Contro la passività delle masse dinanzi alla barbarie di ogni dittatura, e ogni azzeramento di capacità critica di giudizio.

Elsa Morante: chi è per te?
Una delle menti illuminate del novecento letterario italiano, una scrittrice dal talento straordinario capace di capolavori assoluti: non solo La Storia, ma anche “Menzogna e sortilegio” e “L’isola di Arturo”.

E a narrarla da cantautore, addentrandoti così tanto nella sua opera, chi è diventata per te Elsa Morante?
Per me resta la grande pensatrice, inappartenente per statuto esistenziale, protesa in avanti rispetto al suo tempo. Capace di incontrare anche violente opposizioni: e questo, come diceva Einstein, talvolta è nel destino dei grandi spiriti di fronte alle menti mediocri.

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E questo romanzo? Ha cambiato forma e significato? O comunque, lo hai riscoperto ancora e ancora?
Trovare nuovi spunti e chiavi di lettura capita spesso quando si rileggono grandi opere, anche in fasi molto diverse della nostra esistenza. Perché noi stessi cambiamo, e diversamente ci poniamo dinanzi ad un libro, ad un’opera d’arte o ad un’architettura capace di trasmetterci emozioni. E poi, personalmente, lascio sempre i benefici del dubbio in quello che faccio, leggo o comprendo. Anche per non rischiare di essere strasicuro su qualsivoglia questioni, e rientrare miseramente in quella categoria di stupidi prefigurata da Bertrand Russell.

Anche pensando al precedente lavoro, io direi, che il filo conduttore è questa nostra Italia degli anni in cui l’Italia in qualche modo è stata scritta e costruita. Oggi che Italia vedi divenire attorno?
Vedo un crescente senso di inadeguatezza e disagio. Un paese colmo di miseria umana, e che ormai da tempo è la parodia di se stesso. Vorrei che più persone provassero a deporre almeno in parte i social e ad agitare maggiormente i cervelli.

Lasciamoci con la semplicità e l’ingenuità di Useppe, questo bambino che è un po’ il simbolo della vita e non solo di questo romanzo. Che sia anche il simbolo del narratore? Voglio dire: che sia l’incanto e l’ingenuità la vera chiave per guardare davvero le cose come stanno e poi poterle raccontare?
Certamente Useppe all’interno de La Storia inaugura la celebrazione (al cospetto della rappresentazione) morantiana della vita, della vitalità, dell’innocenza e della gioia di vivere dei poveri di spirito. Ma a ben vedere, sono caratteristiche comuni anche a Nino Mancuso, Davide Segre, e ad altri personaggi che Pasolini definì manieristici, perché considerati irreali ed improbabili. E tutto ciò è condivisibile. Ma il suddetto manierismo non si ritrova in Ida Ramundo, la protagonista del romanzo, dotata della grande profondità propria alle persone viventi: priva di illusioni, piena di terrori, senza riscatto e senza nessuna speranza.

Info: https://www.facebook.com/marco.cantini

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