INTERVISTA | Marco De Annuntiis: il cult bohémien dell’epoca bit

Quello che c’è dietro Jukebox All’Idroscalo: un concentrato di canzoni fuori schema, prive di un gusto pop e anzi prive di quella passiva accondiscendenza agli stilemi di un cantautore main stream. Blog della Musica ha intervistato Marco De Annuntiis

E sono tanti ad averglielo detto… ed è un invito impegnato e intelligente, che è l’intelligenza quella che si richiede per codificare al meglio la canzone di Marco De Annuntiis, recentemente balzato alle cronache anche per l’ideazione del film “Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari” presentato anche alla recente mostra del cinema di Venezia. Le profezie della bit generation forse sono state sconfitte ma ci sono ancora artisti che sposano quel certo tipo di immaginario, fatto di oggetti, di modus vivendi, di scena artistica e di coraggio nell’osare. E in questo cd pubblicato dalla Interbeat Records di Roma (o nella versione LP pubblicata da Cinedelic), c’è tanto coraggio, utile ai più per confrontarsi con la loro omologata parvenza di gusto. Canzoni d’autore nel più nobile (anzi direi aristocratico, come lui appare) significato del termine.

Come di consueto mandiamo sempre in onda il video ufficiale sulla nostra home page. Profondamente anni ’70 in ogni cosa… o quasi. Perché sei tanto legato a quel momento storico?
Credo che sia facile idealizzare un’epoca in cui non si era ancora nati, tanto per cominciare proprio a partire musica di quegli anni.
Semplicemente uso ciò che ho, ciò che conosco, come reazione a un mondo che non mi somiglia e non mi piace. Anche portare la giacca e darsi del lei oggi non è più di moda, ma qualcuno ci tiene ancora; musicalmente ho un patrimonio che so usare, basato sulla formula chitarra organo e batteria: è un linguaggio basico con cui si può dire tutto quello che si vuole, o almeno fino adesso ci sono riuscito.

E di base andremo a pensare subito all’America di Kerouac più che all’Italia di Pasolini. Tu in che direzione vai?
Non conosco abbastanza bene l’America, ma l’Italia di Pasolini è sicuramente finita ed è stata sostituita da un senso permanente di morte e disagio. Io vado per la mia strada, non per snobismo ma per sopravvivenza: non so qual è la direzione, qualunque sia sarà sempre il più lontano possibile dai tatuaggi sulla faccia, dalle sigarette elettroniche, dai cocktail annacquati in bicchieri di plastica.

Dai gialli di Dario Argento alle intimità di Sherlock Holmes. Da Faber ai Byrds. Davvero in questo vinile ci troviamo di tutto… e ovviamente non potevi che uscire in vinile…
Una volta il ’900 veniva definito “il secolo breve”, credo invece che si stia rivelando tanto lungo che forse non è ancora finito. Il ritorno al vinile è una spia di questo bisogno di autenticità, di ritorno alle vecchie certezze. D’altro canto insieme alle Polaroid e alle Converse sono tornati anche l’eroina, il razzismo, il bigottismo, tante cose che credevamo di aver seppellito nel secolo scorso: anche per questo credo sia più necessario che mai fare un passo indietro da cui ripartire.

Questo tuo modo di cantare sicuramente non passa inosservato. Cosa rappresenta e come lo hai raggiunto? Oppure è una tua naturale impostazione?
Credo sia importante avere un proprio codice vocale, soprattutto in un paese come questo in cui la gente sente solo le voci e ignora gli strumenti. Ma è importante anche essere autentici. La mia voce è particolare e molti la trovano sgradevole, ma in compenso ai pochi a cui piace piace molto.

Parafrasandoti in molti concetti: bevendo si torna normali?
Viviamo in un’epoca strana: l’alcool è più socialmente sdoganato che mai, ma contemporaneamente non era mai stato così amministrativamente punito. Credo che la maggior parte della gente beva per i motivi sbagliati. “Tornare normali” significa bere per tollerare chi ti sta intorno, non è una cosa che ti dà un alibi se di base sei uno stronzo e nemmeno ti rende creativo se di base non lo sei già.

All’ultima mostra di Venezia è andato di scena anche il film documentario sull’ultimo film di Claudio Caligari… visto che tutto parte da te, ci racconti com’è nato questo progetto?
Di solito il compositore delle musiche è l’ultimo ad essere convocato nel processo produttivo di un film, dopo il montatore, in fase di post-produzione avanzata. In questo caso invece aver ideato il progetto mi ha permesso di seguirne la crescita in tutte le fasi, e voglio ringraziare di nuovo i registi Fausto Trombetta e Simone Isola per aver sempre continuato a volermi a bordo insieme a loro. Riguardo l’ideazione, a me interessava soprattutto il rapporto fra Caligari e Ostia, fra questo algido intellettuale piemontese e questo Delta di un fiume che, come quello del Mississipi, è una terra di abusi e a sua volta abusata. La narrazione di Caligari è una narrazione poetica, quasi religiosa nel senso romano della pietas, che non ha nulla a che vedere con tutto lo storytelling fatto su Ostia negli ultimi 10 anni, sia a livello di fiction che non.

Guarda il video di Shavette di Marco De Annuntiis

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