Sono ritornati i Marmaja, attivissima folk band di Rovigo, col loro album Bombo. Ce lo racconta Gilberto Ongaro per il Blog della Musica.
La prima canzone di Bombo suscita un mio ricordo infantile. Camminando per la strada che portava alla scuola elementare, dovevo passare accanto ad un monastero di suore. Sarà stato circa il 1993, e ricordo che la parete grigia era imbrattata da una scritta in rosso: “Lavorare meno, lavorare tutti”, e come firma una falce e martello.
Qualche anno dopo l’avrebbero ripulita, ma il concetto mi è rimasto dentro. Il simbolo un po’ meno, ma l’idea che tutti possano partecipare alla vita sociale tramite la propria forza lavoro (quindi anche coi propri contributi), non lasciando indietro nessuno, e che questo possa portare matematicamente ad una diminuzione del carico di lavoro per tutti, è sempre un bel pensiero da perseguire. Fatalità, proprio oggi che scrivo, ho visto il documentario su PizzAut, la pizzeria dove lavorano gli autistici, e questo può essere uno di quei passi “dal basso”, dalle forze imprenditoriali e genitoriali, che si attivano laddove lo Stato è assente. Uno di quei passi che pionieristicamente ci possono avvicinare a quell’utopia, scritta sul muro del monastero.
Ascolta il disco Bombo dei Marmaja
Lavorare meno, lavorare tutti è il titolo della canzone che apre Bombo, nono e nuovo album dei Marmaja, storica formazione folk rock di Rovigo, attiva da fine anni ’80. E ci si può trovare il sound di sempre, con i consolidati musicisti che affiancano la voce graffiata di Maurizio Zannato: Mirco Drago a chitarra, bouzouki e mondol, pianoforte, percussioni e cori, e l’altro polistrumentista Guido Frezzato a chitarre, sax, flauti, viola, violoncello, kazoo e cori, Giovanni La Terza alla fisarmonica, Jacopo Frezzato al basso e Moreno Prearo al cajon, percussioni, xilofono e cori. Inoltre, ci sono altri numerosi ospiti come coristi e percussionisti, e anche due voci di bambini che, nel mezzo del disco, raccontano La storia del Bombo.
Sì perché questo è un concept album, incentrato sul grande insetto lavoratore. Se la canzone che apre l’album ha il ritornello fatto a slogan, questo è un racconto sostenuto da un brano jazz di piano e sax. E il finale si conclude con un intelligente gioco di parole: “Più bombi e meno bombe”.
È curiosa la costruzione armonica di Maddalena, che nella strofa presenta una progressione a salti di quarte. Anche lei un’altra lavoratrice, che “prende il miele e poi coltiva il mare”. Un levare di fisarmonica dal gusto balcanico caratterizza Fòra, un pezzo dalla strofa in italiano e dal ritornello in rodigino, col quale il protagonista si sottrae alla vita fatta di favoritismi e ambizioni di carriera che rubano il proprio tempo. Forse è anche una risposta estetica, pensando alla canzone popolare che non cambia ma resta attuale, nel tempo. Le mode cambiano in fretta, e se cerchi sempre di seguirle, a un certo punto ne resti lo stesso fuori. E allora Zannato canta: “Fòra! Vivo la vita, resto fòra, mi sto con la me zente (…) fòra contesto, sogno e non so desto”! Non si vuole risvegliare, resta nella sua realtà, fatta di gente più semplice e meno calcolatrice.
Eppure le ambizioni sincere esistono, quelle non affaristiche. Come i sogni sportivi raccontati in Come giovani fragili: “Come quando ci siamo costruiti una palla di cartone, per vincere ai mondiali con quelli quel quartiere, contro quelli del rione (…) mi hai detto diventerò un campione, accenderò le stelle, disegnerò il futuro per gli occhi di mia madre, per le voglie di mio padre di vivere su un monte”. La provincia ha il suo fascino perché le sue dinamiche si replicano ovunque.
Accenderò le stelle dice, e il concetto torna in Yambo Sana, il brano più mediterraneo dell’album, dove una donna ricorda la sua libertà come “un ricordo ancestrale”: “È una piccola stella, un gesto gigante, sciogliere il vento, i capelli. Pensò che il mondo potesse capire che la luna ha bisogno di poter uscire”. Forse il racconto può essere un po’ criptico, però un indizio è dato dal titolo: Yambo Sana è un’espressione swahili che significa “cosa molto buona”, e ci sono anche diverse canzoni iraniane che riportano questo titolo. Trovare il titolo in Iran mi ha fatto pensare alla condizione delle donne in quel regime. Ma forse sono fuori strada. Una parte del testo è cantato in una lingua che non so riconoscere, ma fa parte del fascino del brano.
Dopodiché c’è Punto rosso, un elegante brano di soli 57 secondi, una composizione per pianoforte, flauto ed archi, si sente insomma che è gestita da Guido Frezzato. Il brano presenta anche un vociare di bar e rumore di palle da biliardo: in meno di un minuto si evoca un mondo.
E visto che le piccole stelle sono ricorrenti, l’album si chiude con Ma petite étoile, cioè “la mia piccola stella” in francese. Ancora un ritmo in levare rapido, scaldato anche dalla chitarra elettrica, dove le strofe incalzano con un “Dai mai tutto quello che hai, tutto quello che vuoi, tutto quello che sai”, versi dalla forza ritmica che ricorda i Bandabardò.
I Marmaja sono sempre attivi e mai stanchi, a quanto pare! E riportando in evidenza la realtà della coscienza di classe, quella appunto che dovrebbe risollevare la dignità di noi gentaglia (marmaja = gentaglia in veneto), per ritrovarsi unita anziché continuare la guerra dei poveri, la band porta alto lo stendardo del combat folk!
Social e Contatti
- Facebook: https://www.facebook.com/marmajafolkband
- Instagram: https://www.instagram.com/notengocasa/


