INTERVISTA | Matteo Sau: le storie dietro le finestre

Abbiamo ha incontrato il cantautore cagliaritano Matteo Sau, che ha appena pubblicato l’album Quanto mi costa la felicità su etichetta La Stanza Nascosta Records.

La forza di Matteo Sau, due album all’attivo, collaborazioni illustri con scrittori per la realizzazione di reading- concerto e partecipazioni ad importanti festival locali e progetti di promozione culturale, è la capacità di raccontare storie, di cucirle con schiettezza e poesia in un ordito polifonico, che intreccia immaginazione e realtà.

Quanto mi costa la felicità (senza punto interrogativo), il suo ultimo lavoro appena pubblicato per La Stanza Nascosta Records è più una presa di coscienza che una domanda?

Più che una presa di coscienza è la parola fine alla narrazione del disco. Infatti, la scelta di mettere il titolo senza punto interrogativo nasce dal fatto che la scintilla iniziale che ha dato vita ai brani è la domanda “quanto mi costa la felicità?”. Tutti i personaggi che racconto prima di tutto si sono posti questo interrogativo e poi, chi più chi meno, sono arrivati a capire il prezzo della felicità. Quindi non si tratta di una presa di coscienza personale (io ancora non l’ho capito) ma un modo per dare una chiusura a un percorso musicale e narrativo. Poi, ogni persona che ascolta il disco può decidere come meglio declinare questa frase, con punto interrogativo o meno.

Sau estrae dal suo cilindro una parata autarchica di personaggi, ne disegna per lampi intuitivi e folgorazioni aforismatiche le architetture emotive si legge nella nota stampa di accompagnamento al disco. Questi personaggi sono essenzialmente frutto della sua fantasia o all’immaginazione/rielaborazione si accompagnano elementi biografici e impressioni derivanti da incontri reali?

Impossibile per me pensare che siano solamente frutto di fantasia perché non sarebbe possibile immedesimarmi completamente nella loro vicenda. Dentro ogni personaggio c’è qualcosa di mio o comunque qualche elemento con cui mi sono confrontato nella vita, anche se fosse solamente un incontro o uno sguardo più attento rivolto a situazioni particolari. Inizialmente penso a una storia, all’interno di questa disegno mentalmente chi meglio può interpretarla e poi inserisco qualche elemento personale. Oppure capita che la cosa sia molto più nitida, come nel caso di “Gina”, una persona che ho conosciuto e di cui ho avuto la gioia di raccontare la storia vista dagli occhi della nipote.

Ascolta il disco di Matteo Sau: Quanto mi costa la felicità

In “Qualche giorno dopo la luna” indagava la tematica del tempo, l’ultimo lavoro ruota intorno alla felicità. Ha una sorta di vocazione per i concept album?

Mi piace molto l’idea di avere un filo conduttore per tutto il disco, soprattutto perché mi permette di non dover circoscrivere in un solo brano un tema sul quale ho avviato delle riflessioni. Mi piace la visione di insieme dei personaggi e anche per questo disco li ho immaginati arrivare assieme (come annuncia il tema musicale iniziale), raccontare la loro storia e tutti insieme andare via. Un po’ come facevano le compagnie d’arte agli inizi del secolo: arrivavano nei paesi, si annunciavano, occupavano la piazza e poi andavano via alla ricerca di un altro pubblico al quale presentarsi. Il concept mi permette di avere una storia unica fatta di piccole storie.

È vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata. Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”. Così Claudio Lolli, in “Ho visto anche degli zingari felici”, che ha reinterpretato e incluso nell’album precedente. Lei dentro le finestre sistema persone e racconta le loro vite…è solo un caso?

Mi permetto una piccola digressione relativamente a questo brano e alla mia esperienza con Claudio Lolli. Quando decisi di inserire la cover nel disco ebbi a che fare con lui per questioni legate a liberatorie e burocrazie varie. Mi piace sottolineare la dolcezza e la gentilezza di una persona che si pose con me in maniera molto delicata, senza mai accentuare il fatto che mi stesse facendo una cortesia. Anzi, era molto contento di questa mia scelta e fu davvero gentile. Ci tenevo a sottolineare questo aspetto perché (riferendomi al testo) quella di Lolli è stata per me una finestra giusta. Forse la metafora della finestra permette di avere elementi di immaginazione che si fondano su situazioni reali. Dietro una finestra possiamo sapere convenzionalmente cosa c’è, ma non possiamo sapere con certezza cosa succede e questo restituisce libertà per creare una storia nuova.

La canzone (se c’è) che ha cambiato la vita a Matteo Sau?

Non mi viene in mente una canzone che mi ha cambiato la vita, me ne vengono in mente tantissime che me l’hanno fatta vivere in maniera più emozionante. C’è, però, una canzone alla quale sono particolarmente affezionato, soprattutto per un ricordo della mia prima infanzia ed è Buonanotte fiorellino di Francesco De Gregori. Ricordo che passavo ore ad ascoltarla su un giradischi di uno zio (che aveva la sindrome di down) al quale ero molto attaccato e che è stato il mio compagno di giochi. Ascoltavo questa canzone tante volte di seguito e lui con pazienza e forse anche un po’ di indulgenza, rimetteva la puntina sul solco iniziale ogni volta che finiva. Ecco questa canzone ha per me un valore affettivo enorme, insieme ovviamente a tante altre, perché poi dall’ascolto sono passato all’esecuzione in concerti improvvisati in cameretta con mio zio a impersonare il primo (e spesso unico) spettatore. Poi, col tempo ho percepito la bellezza del testo e ricordo ancora quando ho realizzato l’emozione di “per sognarti devo averti vicino e vicino non è ancora abbastanza”. In questa frase c’è un bel pezzo di mia adolescenza.

Un cantautore secondo lei sottovalutato?

Il primo nome che mi viene in mente è Ivan Graziani. Un’artista che ha lasciato una grande eredità musicale e che forse non ha avuto il tributo che avrebbe meritato. Sicuramente ce ne saranno altri e penso anche a tanti cantautori e tante cantautrici che conosco e che meriterebbero ben altra considerazione.

Ne “La stanza di Michelangelo” è riuscito ad attingere al suo lato femminile. Il processo di scrittura dello spettacolo è stato emotivamente molto intenso?

Questo è uno spettacolo al quale sono particolarmente affezionato. Prima di tutto per le compagne di viaggio con cui l’ho condiviso che sono tre grandi professioniste ma soprattutto tre persone splendide. Lia Careddu, Valentina Puddu e Ivana Busu hanno contribuito a rendere questo spettacolo un viaggio fatto di delicatezza, determinazione e tanto tanto affetto. Con una miscela così sul palco si è creata una magia che rare volte ho provato. Il processo di scrittura è stato intenso perché volevo emergesse un mio lato femminile o comunque un processo di immedesimazione che non è tanto un salto di genere quanto un salto di contesto in cui i due generi si ritrovano a vivere spesso con differenze e ingiustizie. Nonostante io abbia scelto di raccontare sei donne forti che nella loro vita hanno avuto il coraggio e la fortuna di poter scegliere, ho dovuto comunque confrontarmi con le sofferenze e le difficoltà. Da questo punto di vista è stato molto particolare e devo dire anche molto arricchente.

Altrettanto inteso è stato il momento in cui ho coinvolto loro tre in questo viaggio perché avevo la curiosità di sapere se fossi riuscito a restituire queste storie senza essere stucchevole, offensivo o scontato. Aver avuto da subito il loro sostegno mi ha permesso di affrontare il resto con maggiore consapevolezza e, poi, vedere loro tre all’opera mi ha aperto gli occhi sulla bellezza che certe collaborazioni possono restituire. Non smetterò mai di ringraziarle per aver creduto in questa mia idea.

Quanto mi costa la felicità vede l’apporto, negli arrangiamenti, del musicista e produttore Salvatore Papotto. Come avete lavorato, in concreto?

L’incontro (casuale) con Salvatore e con La Stanza Nascosta Records, è una di quegli eventi che viene facile inserire nelle “cose belle che mi sono capitate”. È nato prima un rapporto umano scaturito da uno scambio su come entrambi vivevamo la musica e il mondo che le ruota attorno. Poi abbiamo lavorato con grande rispetto dei ruoli, non rinunciando a proporre le proprie idee o perplessità, ma poi anche fidandoci l’uno dell’altro perché entrambi sappiamo che il lavoro di squadra è meglio della solitudine. Salvatore ha modificato gli arrangiamenti di alcuni brani rendendoli “giusti”, altri li ha solo ritoccati perché ha messo davanti l’efficacia del brano rispetto al peso del suo ruolo. In concreto è stata una collaborazione di cui vado orgoglioso.

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