INTERVISTA | Max Fuschetto racconta il suo Sùn Ná

Max Fuschetto è un compositore, oboista e sassofonista campano. Nei giorni scorsi ha visto finalmente la luce il suo nuovo album Sùn Ná (distribuito da Audioglobe), con la partecipazione straordinaria di Andrea Chimenti.

Un disco che ancora una volta, con maggiore profondità del passato, immagina e compie un percorso tra musica colta, pop d’autore, world music, contemporanea ed elettronica.  Ma vediamo più da vicino chi è Max Fuschetto scambiando lui quattro chiacchiere…

Ciao Max, piacere di conoscerti. Vorrei iniziare questa chiacchierata togliendomi subito una curiosità: con chi hai studiato oboe?
Ciao Silvia, sono oboista per caso. Quando mi iscrissi al conservatorio in realtà pensavo di proseguire gli studi di pianoforte ma c’erano pochi posti quell’anno e ripiegai sull’oboe. Fu un po’ una fortuna, questo strumento sconosciuto dal nome inusuale dovette darmi un certo prestigio al mio paese tanto che a tredici anni ebbi il primo ingaggio. Ho studiato con l’attuale corno Inglese del Teatro S. Carlo di Napoli, Giuseppe Benedetto, e a diciott’anni, dopo il diploma, ho fatto vari corsi di perfezionamento come quelli di Fiesole. Dopo un po’ ho però cominciato ad usare l’oboe per improvvisare dal vivo in contesti pop e blues.

Sei passato quindi dalla musica classica ad un tipo di musica molto particolare e ricercato, non facile ad un primo ascolto, ma che sicuramente coinvolge totalmente l’ascoltatore attento. Come ci sei arrivato e quali strade hai percorso…
In realtà è stato il contrario. Ascoltavo canzoni che passavano in radio, in televisione e d’estate in strada. Al cinema poi eravamo immersi in una musica che definirei tridimensionale. Mi colpivano anche alcune sonorità come ad esempio il jazz che usava il flauto o che veniva tradotto con un accento brasiliano. A sedici anni ho eseguito Ma mere L’oje di Ravel con una orchestra giovanile internazionale e ho scoperto Debussy. Di colpo mi si svelava un mondo di grande ricchezza. Bisognava mettersi il sacco in spalla delle proprie esperienze e cominciare a camminare. E l’ho fatto, a modo mio.

Quindi hai unito la musica colta, il pop, la musica africana e…?
Immaginiamo il linguaggio come una vecchia città: un dedalo di stradine e di piazze, di case vecchie e nuove … il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade dritte e regolari e case uniformi”. Questa metafora di Wittgenstein rende l’idea di come elementi musicali differenti possano convivere. Una poetica, un brano, sono la stratificazione di esperienze. Da questo punto di vista non esistono i generi musicali ma solo una immagine dell’arte o della vita che intendiamo rappresentare.

Veniamo ora al tuo nuovo disco che ho avuto modo di ascoltare Sùn Ná. Mi ha subito catturato per la sue sfumature molto suggestive che evocano stati d’animo profondi quasi si fosse dentro ad un sogno da cui non vuoi svegliarti…
La dimensione del sogno è solo metaforica, nel senso che allude ad una realtà caotica, ad un passato e a presenze inafferrabili oppure a cambi di scena inattesi e apparentemente illogici. La musica, che in quanto linguaggio autonomo esprime solo se stessa, può accogliere concetti e forme che provengono da altrove. Il modo in cui irrompe il finale in Secret Shadows, la seconda traccia di Sùn Ná ne è un esempio.

Innanzitutto dimmi il titolo del disco da dove deriva e come sono nati i brani che lo compongono.
Il titolo è l’ultima cosa che è venuta fuori. Avevo usato la parola africana di lingua Yoruba in Oniric States of Mind, un testo che ha dato vita all’omonimo brano del disco. Nel canto Yoruba raccolto dall’etnomusicologo Gerard Kubik le due parole significano dormi ora. Quando nel pronunciarle mi sono accorto che nel mio dialetto significano “sognare”, il fatto che fosse una parola che significava niente e tutto l’ha resa unica candidata al titolo del disco. I brani hanno genesi differenti: Secret Shadows, Paisagem do Rio e Quem Ma Tia (Portami con te) provengono dal passato ma sono stati riscritti con una sensibilità più vicina a quello che sono io ora, gli altri sono stati composti per il disco. Ogni brano ha una sua storia. Ad esempio Si Trendafile, che è l’unico brano la cui melodia è tradizionale, arberesh per l’esattezza, è un “fiore scelto” di quella cultura che ha avvicinato il mondo poetico e lirico e la vocalità originalissima di Antonella Pelilli alla mia poetica musicale. Oppure la riscrittura di Quem Ma tia è stata sollecitata dalla modernità della chitarra di Pasquale Capobianco. In Paisagem do Rio hanno trovato posto i metalli di Nuragas, il brano per campanacci ed elettronica che ho scritto per le Percussioni Ketoniche.

Le musiche sono tutte composte da te? E i testi?
Si, le musiche sono tutte originali e scritte da me tranne la melodia di Si Trendafile che è un tradizionale arberesh. Per i testi c’è stata una osmosi che ha visto Antonella Pelilli impegnata nella scrittura di diverse liriche: Portami con Te, Vibrazioni liquide, In preghiera e Les Roses d’Arbèn. Un mondo poetico, quello di Antonella, evocativo ed elegante. Io ho scritto le liriche da cui si muovono alcune direttrici poetiche del disco come Oniric States of Mind, Il Giardino segreto (il cui primo titolo era Le rose di Arben) e Paisagem do Rio. Un contributo ai testi è stato dato dalla scrittrice Monica Mazzitelli che ha reinterpretato in inglese parte del testo di Oniric States of Mind.

Parlami anche dei musicisti e cantanti con i quali hai collaborato alla riuscita di Sùn Ná, vedo che ci sono nomi importanti tipo Capobianco o Andrea Chimenti, ma sicuramente ve ne sono altri a cui va il merito della realizzazione di questo disco…
Sùn Ná
è stato realizzato grazie alla partecipazione di cantanti e musicisti la cui caratteristica principale è quella dell’ originalità espressiva e stilistica. Dalla voce di Antonella Pelilli a quelle di Andrea Chimenti e Irvin Vairetti che hanno regalato all’album una dimensione espressiva profonda oltre che estremamente caratterizzata. Da un punto di vista strumentale, a partire da Pasquale Capobianco, che si muove con la sua chitarra su un territorio nuovo, e, grazie alla presenza di Silvano Fusco al violoncello, Franco Mauriello al clarinetto, Luca Martingano al corno, Valerio Mola al contrabbasso, Vezio Iorio alla viola, Giuseppe Branca al flauto, Valerio Mola al contrabbasso, Giulio Costanzo vibrafono, marimba e i tamburi a cornice e infine Andrea Paone alle percussioni con Marco Caligiuri, il disco ha potuto muoversi su quei contrasti e quelle sfumature di cui sentivo il bisogno.

Caro Max siamo al termine della nostra intervista e concludo chiedendoti se prossimamente sarà possibile ascoltare dal vivo questo lavoro così interessante.
Dopo la presentazione che ci ha visti a Napoli il 21 Marzo saremo in diverse città italiane: a Benevento il 17 Aprile, a Giulianova, a Fano e Pesaro e di nuovo a Napoli a Maggio e in estate suoneremo in diversi festival della penisola.

Social e Contatti

  • Max Fuschetto: www.maxfuschetto.eu

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