INTERVISTA | Max Trabucco tra Oirtrio e Love Songs

Max Trabucco è un batterista e compositore trevigiano. Laureato in batteria e percussioni jazz, fa parte dell’Oirtrio e di altre formazioni jazzistiche. Ha già all’attivo diversi album discografici, l’ultimo uscito pochi giorni fa è Love Songs. Max Trabucco si racconta nell’intervista di Blog della Musica

Ciao Max Trabucco e benvenuto su Blog della Musica. In poche righe ti puoi presentare ai nostri lettori?
Buongiorno a tutti, mi chiamo Max Trabucco e sono un batterista, percussionista e compositore trevigiano. Ho 29 anni e da circa venti una passione che mi accompagna ovunque: la musica!

I tuoi inizi con la musica come sono stati?
L’amore per il mio strumento, cioè la batteria, è nato quando circa a otto anni mi recai per la prima volta in un negozio di strumenti musicali. Quel giorno ricordo che lo scopo della nostra visita era quello di acquistare uno strumento per mio fratello, ma mentre curiosavo tra le varie corsie, vidi una batteria di seconda mano e da subito me ne innamorai. Dopo qualche tempo riuscii a convincere i miei genitori ad acquistarla e così iniziò il mio percorso.

Quali sono gli artisti che ascolti e magari influenzano le tue scelte musicali?
Diciamo che i miei ascolti sono molto vari e vanno a periodi. Spesso mi capita di ascoltare dischi che sprizzano groove da tutti i pori, come quelli degli Snarky Puppy, allo stesso modo però mi ritrovo ad ascoltare lavori molto scarni e basati su spazi e silenzi come spesso fanno le formazioni pubblicate da ECM. Non ho un genere preferito, diciamo che associo la musica al mio umore. Se dovessi però trovarmi di fronte ad una scelta, direi che ciò che mi influenza di più al momento sono artisti come: Avishai Cohen, Antonio Sanchez, Bill Stewart, Charlie Haden, Bill Frisell.

Nelle formazioni con cui suoni ricorre spesso il suffisso OIR… che significato ha?
Quando nel 2010 iniziai, insieme a mio fratello Marco, la collaborazione con il pianista goriziano Giulio Scaramella, scegliemmo come nome del trio la parola palindroma: Oirtrio. Successivamente iniziammo a rendere questa formazione quasi un laboratorio musicale, avente come centro focale il trio, ma con la possibilità di allargare la formazione aggiungendo vari  musicisti al gruppo. Decidemmo così di mantenere il suffisso “Oir”, ma di variare solo la parte finale del nome. Incidemmo nel 2015 il disco Oirquartett, insieme al vibrafonista padovano Giovanni Perin e due ospiti ai fiati, con i quali vincemmo il prestigioso premio “Chicco Bettinardi”. Successivamente nel 2017 ci recammo in Francia e registrammo presso gli studi “La Fabrique” il disco Oirquintet, lavoro recentemente pubblicato da Abeat records, dove oltre al trio di base si aggiunsero questa volta Rita Bincoletto alla voce e Emanuele Grafitti alla chitarra.

Leggi la biografia per scoprire chi sono gli Oirtrio

Ho visto che hai partecipato a molti importanti festival jazz. Suonare insieme a grandi nomi, confrontarsi con jazzisti che provengono da realtà musicali diverse rispetto a quella italiana… Cosa significa? Quanto valore ha nella continua formazione e ricerca che deve avere un musicista?
Il confronto, se preso in maniera costruttiva, è la scuola più importante di tutte. Per quel che mi riguarda cerco sempre di apprendere il più possibile dalle persone che mi circondano. Ovviamente partecipare a manifestazioni assieme a grossi nomi della scena musicale italiana o estera è una grossissima fortuna. Poter imparare, osservando chi ha più esperienza, o chi proviene da culture musicali diverse dalla propria, è un privilegio che arricchisce notevolmente il proprio bagaglio. La musica è una materia universale e ognuno è in grado di trasmettere un pezzo della propria esperienza.

Making Friends ed E penso a te: sono i tuoi dischi ce ne parli? Quali sono le differenze tra i due?
Hai scelto due dei dischi al quale sono più legato. Nel primo, Making friends ho avuto la grande fortuna di collaborare con il sassofonista tedesco Klaus Gesing, ed ho iniziato un importante collaborazione con l’etichetta discografica Abeat records. In E penso a te mi sono trovato invece catapultato in una realtà quasi surreale; Registrato nel prestigioso studio francese “La Fabrique” da Al Schmitt e Steve Genewick, importantissimo produttore discografico statunitense con alle spalle ben 19 Grammy Awards il primo, ingegnere del suono proveniente dagli studi di Los Angeles “Capitol” il secondo. Pubblicato sempre da Abeat records, E penso a te è un disco che sta andando molto soprattutto nel mercato giapponese. 

Ora esce invece il tuo nuovo lavoro discografico Love Songs: che disco è questo nuovo lavoro di Max Trabucco, secondo te?
Questo mio nuovo disco è un lavoro che segna la fine di un periodo della mia vita molto lungo e faticoso e l’inizio di quello che sarà il mio futuro. Negli ultimi 10 anni ho lavorato su me stesso, cercando di costruirmi una base sul quale lavorare. Mi sono laureato al conservatorio di Padova e successivamente in quello di Castelfranco, ho ottenuto un master presso la CEMM di Milano avendo l’opportunità di studiare con un gigante della batteria come Roberto Gatto. Tutto questo ha però comportato notevoli sacrifici da parte mia e della mia famiglia. Ho voluto infatti dedicare a loro questo mio secondo album Love Songs. Sono felice di essere arrivato dove sono ora, e sono consapevole che questo è solo l’inizio della mia carriera da musicista. 

Love Songs è uscito in una data molto particolare: 30 aprile, giornata mondiale del jazz. Come mai questa scelta? Un omaggio a tutti i jazzisti e un invito a chi vuole avvicinarsi a questo genere?
Sicuramente il 30 aprile è una data che accomuna tutti i musicisti di jazz. Da pochissimo questo giorno è stato proclamato come “International Jazz Day”, ma il vero motivo per il quale ho scelto questo giorno è perché esattamente il 30 aprile 2016 ho raggiunto il mio primo importante traguardo: la laurea in batteria e percussioni jazz. Dopo quel giorno mi è sembrato tutto più semplice, ho preso sicurezza in me stesso e mi sono messo completamente in gioco.

Se potessi ascoltare un unico brano del vostro nuovo disco, quale dovrei ascoltare? Perché?
Il brano che più rappresenta questo disco a mio parere è Traumerei di Robert Schumann. In questo brano inizialmente si sente una parte composta, scritta per intero; poi ne prende piede una completamente improvvisata. La particolarità di questo brano sta nel fatto che in nessuna delle due sezioni si sente la scansione del tempo, infatti il tutto si basa su l’interplay tra i musicisti. E’ come precorrere un viaggio senza sapere la meta, dove ognuno ha modo di tracciare a proprio modo la rotta.

E le sonorità musicali invece? C’è un suono particolare che ricercate e che volete trasmettere?
In questo progetto cerchiamo di mettere a nudo le nostre emozioni dinanzi all’ascoltatore. L’improvvisazione e l’interplay sono la base di quasi tutte le composizioni. La mia idea è quella di creare un flusso sonoro che viene alimentato in maniera uguale da tutti e tre i musicisti, senza per forza stare a delle partiture troppo rigide e ricche di paletti da rispettare.

Che messaggio vuoi che arrivi alle persone che ascoltano la tua musica?
Come prima cosa sarebbe bello riuscire ad avvicinare il pubblico a questo genere musicale. Mi piacerebbe far immergere l’ascoltatore in una sorta di conversazione, dove la lingua parlata è la musica e dove il messaggio recepito è semplicemente un emozione.

Se potessi collaborare con un musicista, del presente o del passato, chi sceglieresti?
Questa è una domanda difficile. Se potessi collaborare con qualche musicista del passato sicuramente sceglierei Bill Evans. Il suo trio ha rivoluzionato la storia del trio jazz, il suo modo di interpretare gli assoli ha fatto fare degli enormi passi avanti nel campo dell’improvvisazione. Sono sicuro che aver a che fare con una mente così brillante cambierebbe radicalmente il mio modo di suonare. Ma purtroppo mi dovrò accontentare di ascoltarlo. Un musicista del presente che da sempre invece attira la mia attenzione è Stefano Bollani. Sono sicuro che lavorare con lui sarebbe oltre che molto costruttivo anche divertente.

Max, quali sono i tuoi prossimi progetti musicali?
Quest’estate sarò presente in vari festival esteri con un trio particolare formato da Andrea Vettoretti alla chitarra classica e Riviera Lazzeri al violoncello, dove più che batterista mi cimenterò nelle vesti di percussionista. Con loro sono già programmate delle date in Inghilterra, Germania e Spagna. A settembre uscirà invece un lavoro dal titolo Lapsuus, disco registrato con il trio Ar-men dove oltre a me hanno suonato Roberto Gemo alle chitarre e Alessandro Fedrigo al basso acustico.

Grazie Max Trabucco per aver trascorso un po’ del tuo tempo con il Blog della Musica. A presto!
Grazie mille a voi per lo spazio e il tempo che mi avete dedicato. A presto!

Info: https://www.facebook.com/maxtrabuccodrums/

Leave a Reply

undici + 4 =