Dopo il PopArticolare del 2023, ritornano i Mobili Trignani con il nuovo album Webinar. Ce lo racconta Gilberto Ongaro
Li avevamo lasciati col loro “pop rock ruffiano” (da loro stessi definito così). I Mobili Trignani sono tornati con il disco Webinar, sempre con testi scritti con un’ironia divertita, stavolta leggermente più affilata (non sempre), e il classico suono pop rock “parrocchiale” (detto senza nessuna intenzione denigratoria, anzi, spiegherò alla fine il perché della sua efficacia).
Uscito per Music Force, Webinar parte con una serie di improbabili annunci pubblicitari, introduzione che ci porta alla titletrack, un allegro reggae che racconta di chi si arrabatta a vivere in un sistema di tutti contro tutti, nello specifico di fuffa contro fuffa: “Insegnava nei corsi per non farsi fregar da chi vendeva corsi, concorsi e webinar”. Risate amare per questo spaccato iperrealistico. Un altro racconto realista arriverà come penultimo nella lista: “Triage”, che descrive un riconoscibile quadretto al Pronto Soccorso.
“Razza” è il pericoloso titolo di un’altra allegra canzone che smaschera il nostro desiderio indotto di vacanze in posti esotici, come espressione del nostro privilegio da primo mondo: “Colonie estive per (…) giacche in cravatta o tailleur, per gente assopita se cambia la vita son cavoli amari e son cazzi”.
Ascolta il disco Webinar
“Comete” con un giochino di parole entra in una dimensione più intima e quotidiana: “Le amicizie, le primizie, ricorda sempre di dire grazie. Amore ti chiedo un favore, oggi a pranzo abbiamo altre persone. Io sono come te, ho una certa propensione a far luce dove c’è poca illuminazione. Io sono come te, noi siamo comete”.
Una divertente marcetta rialza l’invettiva, stavolta rivolta alle “Cover”: “Più si va avanti e più saranno le tue cover, tutti i tributi a divinità minori, roba di Vasco, di Brondi o di Vivaldi (…) Eppure a noi ci piacciono le cover (…) viviamo in queste cover, in queste vite, non le nostre, sulle note d’altre orchestre”. Su questo filo comico si passa a “TIM”, su una sfiga stradale dove non c’è campo: “TIM, non oso immaginare quello che vuol dire forare in galleria, come se non bastasse, nemmeno un SOS o fare la magia.”
“Mi perdo in giro” chiude questo trittico di canzoni spiritose, poi per fortuna si cambia intenzione con “Fragile”, un delicato 6/8 dal sapore folk, trainato da una melodia di chitarra e tastiera dal suono staccato, che rende il clima bucolico, mentre si riflette sull’innalzamento delle difese, dopo un nuovo dolore: “E dopo aver visto l’ennesimo squalo intento a nutrirsi con i tuoi sogni, fai bene a chiederti quando hai subaffittato il tuo cuore ai ragni (…). Lo so, l’esperienza ci induce a dubitare di tutto ciò che si muove. Ma alle nuvole almeno, alle nuvole, concedi che vadano altrove”. Uno dei brani più convincenti e calorosi.
Una leggera malinconia continua in “Pasolini”. La canzone descrive uno sguardo fuori dal proprio angolo di mondo, per capire la realtà, per tornare poi ad apprezzare proprio il proprio posto: “Se avessi rinunciato alla tentazione di vedere cosa c’è fuori dal mio paese, a briscola e tressette ora sarei un campione, con le fauci del pensiero un po’ più chiuse (…) qui le lucciole resistono, mio caro Pasolini. E sarà una gran terapia la periferia”. Il tema del ritorno è affrontato anche dal poeta Carmine Valentino Mossesso, nella sua raccolta “La terza geografia”, e così compare come ospite in chiusura al brano, recitando i propri versi.
“Acqua alla gola” torna a cantare con invettiva (e un po’ di moralismo): “Facile dire che va tutto bene, (…) che l’acqua torna sempre al mare. Ma dillo a chi viveva con l’acqua alla gola, anche senza un’alluvione, ai cari di chi muore per un male infame”. Dopo “Uatelilive” del disco passato, ritorna parzialmente il dialetto con “Nin mi dice core (Quesse è)”, mentre l’album si conclude con “2 senza te”, con un gioco di parole da Riccardo Zanotti: “Io ti guardo e sembri non capire che non c’è un due senza te”.
Questo disco evidenzia i punti di forza e le aree di miglioramento del precedente: quest’ironia, a volte forzata, funziona nelle canzoni più realistiche (come “Webinar” e “Triage”), meno quando si cerca una leggerezza insostenibile nei sentimenti, in pezzi come “Comete” e “Mi perdo in giro”, che dovrebbero sottendere una malinconia e invece la banalizzano. Quando il duo decide di mettere da parte i sorrisini, ecco che esce una sensibilità, quella di “Fragile” e “Pasolini”, che secondo me va approfondita. Va bene l’umiltà e non darsi delle arie, ma se i Mobili Trignani si prendessero un po’ più sul serio, potrebbero sorprendersi e sorprenderci.
Ecco il perché del suono “parrocchiale” come suggerimento di direzione funzionale alla loro poetica (che i produttori oggi schifano, in favore di iperproduzioni di plastica, invece a me manca questo calore anni ’00). La periferia, con più brani in dialetto, secondo me la riescono a descrivere e rappresentare senza correre il rischio di apparire retorici, come un politico che arriva dal centro a straparlare delle “tradizioni, delle carni di casa nostra” ecc. Risultano sinceri e credibili. Per ora va bene così, con quelle acute osservazioni sugli inutili corsi di formazione, che a mio ricordo nessuno aveva ancora musicato con questa precisione, così come lo sguardo sulle “colonie estive”.
Insomma, credeteci davvero nelle vostre critiche, non autosabotatevi e lasciate i giochini di parole a Zanotti!
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