Il blues: la “musica del Diavolo” e altri miti

Pochi generi popolari godono di un credito pari a quello del blues rurale: attorno ai bluesmen del Sud degli States ruotano mille leggende, fatte di donne, alcol, patti col demonio e, come conseguenza, l’attribuzione di musica del Diavolo, aneddoti curiosi e stupefacenti capacità, ognuna capace di dar vita a un corpo mitico ampio e stratificato.

Robert Johnson è probabilmente il bluesman rurale più famoso: le sue 29 tracce (registrate fra il 1936 e il ’37), la sua biografia (zeppa di incontri al cimitero, virtù amatorie improbabili, figli illegittimi e amanti sparse per il Delta), e la sua morte (misteriosa e mai chiarita) ben rappresentano quel complesso di credenze, miti, temi ricorrenti e leggende di cui è zeppo il repertorio delle canzoni blues, e di cui i suoi appassionati sono così affascinati. Iniziamo l’indagine da quello che, senza dubbio, è il mito più tenace, oscuro e intrigante: di essere la musica del Diavolo.

  1. Il Diavolo all’incrocio fra Demonio e Santità
  2. Il Patto Infernale
  3. Il sesso e l’Hokum
  4. Il viaggio e il treno
  5. L’alcool e le droghe
  6. Il carcere
  7. Povertà e malattie
  8. To have the blues
  9. Conclusione

Il Diavolo all’incrocio fra Demonio e Santità

Per capire come un genere musicale, che non ha in sé di diabolico più di quanto l’abbiano l’hillbilly o la polka, si sia meritato l’appellativo di musica del Diavolo, dobbiamo guardare i bluesmen – e la loro musica – con occhi diversi… Quelli degli schiavisti e di molti bianchi del Sud di fine Ottocento.

Per i pii censori angloamericani dell’epoca, lo schiavo è, in fin dei conti, un essere privo di anima; i riti africani, una repellente blasfemia; e la loro colonna sonora, una diabolica cacofonia di ritmi scatenati, urla e disordine. Gli strumenti – percussioni soprattutto – sono proibiti.

I canti di lavoro sono faticosamente tollerati, in quanto di ausilio alla produzione: ma, appena uno schiavo mostra abilità strumentali di qualche tipo, è ricondotto al decoroso ruolo di musicista di corte. L’innodia sacra (lo Spiritual) gode invece di maggior libertà: l’adesione dello schiavo al culto protestante e alla sua tradizione vocale non dà particolari fastidi, ed è comoda per tutti.

L’ostracismo riservato ai motivi profani è assorbito immediatamente – per inconscia deferenza – dagli schiavi più timorosi e devoti. Il frammentato corpo sociale afroamericano si carica così di un’altra frattura culturale: quella fra i canti del culto, decorosi e leciti, e la musica quotidiana, proibita ed empia.

Questo iato, vissuto in schiavitù in misura contenuta, esplode dopo la Liberazione, con la comparsa dei primi songster. Il musicista itinerante è un uomo che, per definizione, non ha una posizione sociale stabile, e che passa da una donna all’altra, da una baracca a un carcere, dall’alcool alla droga… Qualcuno da evitare: proprio come la musica che canta, affollata di sesso, diavoli, tribolazioni e “blues” che stanno alle calcagna. Agli antipodi siede l’uomo di chiesa: regolarmente sposato, onesto e morigerato, e che pensa solo a lodare il Signore.

Torna inconsciamente alla memoria la figura del cantore itinerante africano, il griot, e la sua posizione sociale eccentrica, anomala, sospesa fra rispetto e timore: come il bluesman, insomma. Ci si ricorda anche delle leggende, di quei patti magici attraverso cui impadronirsi delle abilità musicali: ma le “ombre”, gli spiriti, sono rimasti in Africa…

Qui non c’è spazio per creature come loro, misteriose, infide ma anche un po’ maldestre: ma solo per la personificazione estrema del male, il grande nemico del Dio dei padroni, Satana.

La musica del Diavolo: il Patto Infernale

Il passo è compiuto. In vasti settori della comunità afroamericana il bluesman diventa un personaggio borderline, veicolo di messaggi maliziosi e malcostume, e un agente del male sotto mentite spoglie; e il blues, la musica dell’immoralità, della licenziosità, dell’erotismo, dell’alcool e dei juke joint. Le leggende sul “patto col Diavolo”, a questo punto, son fin troppo facili da interpretare.

Ascoltiamo il racconto di Tommy Johnson, importante bluesman del Delta: “Se vuoi imparare a comporre canzoni per conto tuo, prendi la chitarra e vattene dove una strada ne incrocia un’altra, dove c’è un crocicchio. Arriva lì giusto un po’ prima di mezzanotte. Prendi la chitarra, siediti e suona un pezzo… Devi andarci da solo, sederti e suonare. Un enorme uomo nero arriverà e prenderà la chitarra, e l’accorderà. Suonerà un pezzo e ti renderà la chitarra. Questo è il modo in cui ho imparato a suonare tutto quello che voglio”.

Lasciamo passare i brividi, e rileggiamo con calma queste parole. Sorpresa! Johnson non ha “venduto l’anima” a nessuno, e non ha fatto alcun “patto”: semplicemente, ha suonato un pezzo al cospetto di uno strano essere… Una creatura soprannaturale che gli Yoruba dell’Africa Occidentale conoscono bene: Èsù, un semidio imbroglione e dispettoso, il guardiano degli incroci (e, cioè, delle barriere mistiche). Ma siamo sinceri: chi, fra noi, non ha subito pensato al Principe delle Tenebre, e a un accordo scellerato?

L’equivalenza che inconsciamente si è formata nei nostri pensieri fra un “enorme uomo nero” e il Diavolo, e fra lasciare che accordi la chitarra e lo stringere un patto infernale, è un automatismo, vecchio di secoli ma ormai depositatosi a fondo nelle coscienze: un riflesso condizionato per cui una leggenda “innocua” e folkloristica, ma che riguarda i neri e il blues, si trasforma in qualcosa di maledetto, dal color rosso fuoco e che odora di zolfo.

L’etichetta di musica del Diavolo è un’arma a doppio taglio: spinge il blues, per molti anni, a rifugiarsi in luoghi e consessi clandestini, e costringe parecchi musicisti credenti a dibattersi senza pace fra i sensi di colpa; ma, anche, regala al blues quel sapore di proibito, di maledetto, che così tanto affascina i giovani e gli aspiranti ribelli di tutte le età, e che favorirà la sua affermazione nella cultura giovanile del secondo dopoguerra.

Il sesso e l’Hokum

Virtù amatorie portentose, donne facili e traditrici, copule selvagge: la schermaglia amorosa e il vanto sessuale pervadono letteralmente migliaia di blues al punto da farne uno dei miti blues più caratteristici.

I testi affrontano questi argomenti attraverso codici cifrati o metafore linguistiche: ma non sempre. I doppi sensi che alludono all’atto sessuale sono molti, e coprono un po’ tutti gli ambiti: quello domestico (“far le pulizie”, “rassettare”), la meccanica (il “motore” è l’organo sessuale maschile, che fa faville, o quello femminile, che attende una messa a punto dal maschio di turno), le azioni quotidiane (“fumare una sigaretta”, “la matita che non scrive”), o l’argomento gastronomico (con riferimenti a carni, frutta e verdure d’ogni foggia e dimensione – Banana in Your Fruit Basket di Bo Carter – o a gesti culinari, come “montare a gelatina”).

Banana in Your Fruit Basket di Bo Carter

Banana in Your Fruit Basket di Bo Carter

Anche il regno animale offre spunti continui: “Well I’m a king bee buzzing around your hive / yeah I can make honey baby / let me come inside”, canta James Moore, in arte Slim Harpo, nell’immortale “I’m a king bee”. E poi ci sono serpenti sinuosi, cimici che pungono, gatti che entrano di soppiatto nelle camere da letto, giumente da sellare e cavalcare, uccelli rapaci, galletti vivaci… E chi più ne ha, più ne metta.

L’amante è il generico “back door man”, l’uomo che entra di soppiatto dalla porta di servizio, oppure un artigiano fai-da-te dalle mille abilità (“registrare le tubature”, “dare energia al contatore”, o “portare a casa il pollo fresco”). Quasi esclusivamente uomini, i bluesmen nelle loro canzoni (e negli pseudonimi che adottano: uno per tutti, “Jelly Roll Morton”) spesso fanno spavalde elencazioni dei propri attributi genitali, beandosi di improbabili virtuosismi erotici.

La diffusione di blues, la musica del Diavolo, con allusioni piccanti è tale da suscitare il bisogno di dare un nome al fenomeno. Col termine di Hokum (l’etimo è incerto) si intende un genere musicale afroamericano di grande successo, a cavallo fra canzone e recita comica, con a-parte, versi parlati (a volte anche in falsetto), e sezioni dialogate. I contenuti sono per lo più a sfondo sessuale, ma non mancano riferimenti al vanto alcolico o alla vita borderline.

Anche le dive del Classic (Bessie Smith, Ma Rainey e socie) si cimentano a più riprese in brani dove l’argomento amoroso è trattato in tutte le sue declinazioni. Canzoni che alternano la simpatica schermaglia erotica e la disperazione per il tradimento, l’amore saffico e la frenesia sessuale, il desiderio sfrenato e il romanticismo melenso: e che possono sovrapporre, in un accostamento a volte sorprendente, arrangiamenti e melodie raffinate con scurrilità verbali e doppi sensi osceni.

Questo mito, così diffuso, è espressione, ancora una volta, della particolare situazione psicologica del popolo afroamericano. Cantare di prodezze sessuali, sotto l’ombrello di un codice cifrato, per il nero è il modo per affermare la propria maturità di uomo e la propria volontà di potenza: impulsi che la segregazione, la violenza sociale e l’insicurezza economica minano costantemente.

Il viaggio e il treno

Prima dell’avvento dell’automobile, il fischio del treno è l’unico rumore artificiale a violare il silenzio delle vaste campagne: il ritmo delle ruote sui binari suscita stupore e divertimento, e suggerisce tentativi di imitazione, vocali o strumentali, come ben sa chi suona l’armonica. La crisi economica, che da sempre accompagna gli afroamericani, causa l’emigrazione di milioni di neri; il treno e i binari divengono l’unico mezzo per raggiungere la Terra Promessa, il più libero e ricco Nord, sia pure come clandestini su un carro-merci, o costeggiando a piedi le ferrate.

La materia è così copiosa da germinare, quasi spontaneamente, un repertorio di “blues ferroviari”, che narrano di fughe, sogni e vagabondaggi: ma anche di solitudine, dell’allontanamento dalla terra natia, delle miserie della vita randagia. Pistole, coltelli o fucili diventano compagni di strada indispensabili e, di conseguenza, figure ricorrenti in molti blues, con la doppia valenza di cruda descrizione di uno stile di vita e di metafora fallica.

La figura dell’hobo accucciato al fondo di un vagone-merci, impegnato a riprodurre con l’onnipresente armonica lo sferragliare del treno, o la silhouette di un poveraccio, con la chitarra in spalla, mentre arranca lungo ferrovia, nutrono per decenni l’immaginario della musica del Diavolo: ma non possiamo trascurare una triste realtà. Se, per un verso, lo spostamento sembra favorire l’eterno sogno d’indipendenza del nero affrancato, dall’altro il continuo vagabondaggio è, per questa gente, più una necessità ineluttabile che una libera scelta.

L’alcool e le droghe

La passione per l’alcool, come per le droghe, nello scorcio fra le due Guerre, è molto diffusa, e non solo fra i musicisti. Ciò che, con moderazione, potrebbe ridursi a un innocuo piacere, si trasforma in una schiavitù: l’alcolismo e la tossicodipendenza diventano – allora come ora – delle vere e proprie emergenze sanitarie.

Le classi più povere, non potendosi permettere i superalcolici industriali, ricorrono a una fabbricazione artigianale abusiva, condotta di notte, alla sola luce della luna (“moonshine whisky”). Dallo Sterno, un combustibile per stufe, si estrae un alcool che, mischiato con acqua e zucchero, produce un surrogato alcolico (“canned heat”) a basso prezzo, e dagli effetti devastanti (paralisi, cecità e morte).

Analoghi, se non peggiori, esiti derivano da altri tentativi “creativi” di aggirare la legge proibizionista: citiamo il famigerato jake, un medicinale “corretto” con plastificanti, e che per il suo alto contenuto alcolico (85°) è usato come sostituto del liquore… Un obbrobrio che, fra l’indifferenza generale, causa decine di migliaia di decessi nelle classi sottoproletarie.

Il blues, fedele al suo ruolo di sismografo sociale, riflette nelle canzoni queste situazioni: alcuni musicisti si concentrano sull’aspetto ludico, piacevole, al limite provocatorio dell’alcol, altri usano il riferimento al bere per dare un po’ di colore ai loro testi, in ossequio al mito della musica del Diavolo, mentre altri ancora denunciano apertamente – e mai in modo moralistico – la dipendenza e gli effetti sulla salute… E mettendo se stessi, e la propria triste condizione di alcolisti, alla berlina.

Il carcere

L’alcolismo e il vagabondaggio sono il viatico che, molto spesso, conduce i neri al carcere: e, altrettanto frequentemente, sono ciò che li attende fuori. Molta gente di colore ha una conoscenza di prima mano delle prigioni: fra Leggi Jim Crow, povertà, disperazione, prostituzione, piccoli furti e cattive abitudini, prima o poi una gita in carcere può capitare a tutti.

Le “chain-gang”, le notti solitarie in cella, le corvée: per sopportare meglio la fatica, il dolore e la noia, una storia o una buona canzone sono sempre le migliori medicine… Nessuno stupore che i ricercatori musicali, con la famiglia Lomax in testa, vadano a cercare proprio nelle carceri le tracce remote della tradizione folk americana.

Le Chain gang

Le Chain gang

I bluesmen, da “dentro” o da “fuori”, forniscono nelle loro canzoni una lista interminabile delle delizie delle galere, come le celle luride, i giudici inflessibili, gli sbirri infami, i lavori forzati e la pena capitale. Una specie di microcosmo, che riproduce in scala ridotta le dinamiche sociali, le lotte fra caste e gruppi, le fedeltà e i tradimenti che regolano la vita quotidiana dei neri nei paesi del Sud e nei ghetti del Nord.

Il mito del bluesman come vittima della legge, geniale canaglia e macho rotto a tutte le esperienze, prende piede anche grazie a questi brani: che, assieme ai blues che narrano di crimini e vendette cruente, vanno a rimpinguare un repertorio che scolora in una sorta di romantico romanzo criminale e di elogio del proibito.

Povertà e malattie

A causa della segregazione, dell’endemica mancanza di istruzione e della discriminazione sindacale, i neri – liberati dalle piantagioni ma mai davvero autonomi – possono aspirare solamente a lavori poco qualificati, faticosi, pericolosi, con tutele legali nulle e paghe bassissime. Nessuno stupore che l’insicurezza economica, le bollette da pagare e l’abitudine all’indigenza costituiscano un filo rosso che percorre tutte le canzoni dei bluesmen, sia in modi espliciti che come sottotesto permanente.

La povertà, l’alcolismo e la mancanza d’igiene causano molte malattie: la cecità – causata nella maggior parte dei casi dalla sifilide ereditaria – è forse la più nefasta, perché aggredisce i bambini già durante la gestazione. I nati ciechi (o quelli destinati a diventarlo nella prima infanzia) trovano provvisorio riparo negli istituti di beneficenza: diventati adulti, per sopravvivere molti scelgono di dedicarsi al mestiere del musicista. La quantità di bluesmen (e di street preachers) non vedenti è impressionante: ne è testimone il soprannome “blind” affiancato al nome e cognome di un artista (Blind Blake, Blind Lemon Jefferson, Blind Boy Fuller, Blind Willie Johnson, Blind Willie McTell, i Five Blind Boys of Mississippi, e molti altri), segno evidente del suo handicap.

Il tema della cecità è affrontato dai rappresentanti della musica del Diavolo attraverso numerose metafore: la menomazione non compare quasi mai in forma diretta, ma si può intuire dal riferimento ad atti visivi (“to see”, “to get one eye”, “to look”), così abbondante nei loro testi. Diverso è l’atteggiamento dei cantanti di gospel: o evitano totalmente l’argomento, oppure si rivolgono con fede e calore al potere taumaturgico e consolatorio di Dio, invocandone l’aiuto.

To have the blues

Non è una vita facile, quella del nero: vagoni scassati, malattie, pistole puntate, etilismo, carceri, scarpe rotte o rifugi di fortuna; e anche il sesso, in questi contesti, assomiglia più allo sfogo di un animale tenuto sempre alla catena e liberato per un attimo, che a una gioia spensierata.

Sottomesso da quando ne ha memoria, senza rappresentanza politica, privo di mezzi materiali, e in balia dei capricci della classe bianca: questo è il modo in cui l’afroamericano vive, e il mondo in cui si muove.

Il senso di minaccia permea la vita psicologica del nero, che si sente accerchiato e circondato, e vede nemici in qualunque direzione volga lo sguardo. La sua anima è intrisa da un sentimento di impotenza e di rassegnazione, che sconfina in un fatalismo di stampo religioso o – più spesso – “filosofico”: una perversione ghignante della più ambigua e misterica concezione spirituale africana.

Di questo cantano i blues: anche dietro a brani scurrili, allegri e vitali c’è sempre irrequietezza, turbamento, ansia. Come un cattivo pensiero capace di rovinare un sonno ristoratore, o un saporaccio che risale la gola, l’insicurezza rovina i pochi momenti di pace, corrompendo ogni piacere: la felicità diventa frenesia, la tristezza tormento esistenziale, e la serenità, sorda pigrizia.

Queste paure diventano materiali, “i blues”: come demoni persecutori, spuntano dappertutto, non dando mai tregua e punzecchiando l’animo con la loro tenace malignità. I blues “fallin’ down like hail”, cadono come una pioggia malefica; costringono a mettersi in marcia (i “walking blues”), ti seguono, e ti stanno alle calcagna come “hellhound”, cerberi infernali.

Questo modo tormentato di vivere la realtà è difficilmente comprensibile dall’uomo bianco: per analogia, il blues viene così assimilato al sentimento più affine, quello della tristezza. Un’altra semplificazione, e un altro mito: ma così efficace da divenire un marchio, e trascinarsi fino a oggi.

In realtà, il blues è un qualcosa di più complesso e stratificato, ma allo stesso tempo semplice e intimo: nelle parole di un blues, quotidiane, naturali ma così universali, ogni uomo di colore riconosce se stesso, la sua afflizione: lo strazio e la frustrazione di chi è stretto, senza speranza, fra desiderio e realtà. Più questo iato è evidente, più la sofferenza è intensa: e, fra tutti i popoli americani, i neri sono quelli nella cui storia la privazione e lo spaesamento sono stati più forti.

Fotogramma dal film "Crossroads"

Un fotogramma dal film “Crossroads”

Conclusioni sulla musica del Diavolo

Ogni sacrificio, ogni sofferenza, ogni violenza finisce, prima o poi, col perdere la sua reale consistenza, e divenire astratta: nei casi più nobili, un argomento per studi storici; o, più facilmente, materia per chiacchiere e leggende, e stilizzazioni a sfondo mitico. I bluesmen e il blues, per come li conosciamo e ci sono stati raccontati, sono una costruzione narrativa di tipo leggendario, come ben rappresentato dall’epiteto di musica del Diavolo: una rilettura a-storica, parziale e idealizzata di ciò che già, nella sua essenza, era un’operazione di trasfigurazione letteraria e sociologica.

Per la cultura giovanile bianca del secondo dopoguerra, il blues diventa il “sogno di un sogno”: la ricerca di un mondo diverso, sgombro da white collar, Guerra Fredda, utilitarie in garage e canzonette educate. Un luogo fatto di strade polverose, donne sfatte, bar, sesso, diavoli, whisky e voci nei campi; ma anche traboccante semplicità, ingenuità, purezza, integrità.

Ad accompagnare questa fantasia, una colonna sonora ben precisa: una musica che – come tutti i grandi score da film – riesce a trasformare il triviale in sublime, e a trascolorare in leggenda ciò che, in realtà, è povertà e squallore quotidiano. Vaglielo a dire, a un bracciante cotto dal sole e stremato dalle carestie, che la sua vita è romantica!

Eppure è di questa mitologia che il blues ha vissuto, e che tutt’ora vive: un sistema di figure retoriche forti, figlie di una situazione storica precisa, e capaci di porsi come simboli sempre attuali. Perché paura, esaltazione, solitudine, violenza, erotismo e frustrazione sono nati con l’uomo, vivono con l’uomo, e gli stanno alle calcagna, come un’ombra.

“We have the blues”. Tutti. Sempre.

a cura di Francesco Conti “Chiccoconti”

Fonti

  • AMIRI BARAKA (LEROI JONES), Il popolo del blues, tr.it., Milano, Shake Edizioni, 2007
  • EILEEN SOUTHERN, La musica dei neri americani, tr.it.,Milano, Il Saggiatore, 2007
  • MARIANO DE SIMONE, Blues! – Afroamericani: da schiavi a emarginati, Roma, Arcana, 2012
  • EDOARDO FASSIO, Blues, Bari, Laterza, 2006
  • GILES OAKLEY, Blues – La musica del Diavolo, tr.it., Milano, Shake Edizioni, 2009
  • PAUL OLIVER, La grande storia del blues, tr.it., Roma, Anthropos Editrice, 1986
  • STEFANO ISIDORO BIANCHI, Pre-war folk, Camucia (Arezzo), Tuttle Edizioni, 2007
  • Chain gang working on a railroad near Asheville, 1915 – Copied from a postcard. Courtesy of North Carolina Office of Archives and History, Raleigh
  • Crossroad – Fotogramma tratto dal film “Crossroads” (1986), Walter Hill
  • “Hellounds On My Trial”, oil on canvas by Earl Klatzel
  • Bo Carter, “Banana in Your Fruit Basket (Red Hot Blues 1931- 36), CD, Yazoo Records, 2002

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