INTERVISTA | NIX: “Spazio” tra dimensione reale e ricerca interiore

SPAZIO, il disco di Nix, nasce da un’idea precisa, ma si sviluppa su più livelli. Non è solo un concept legato alla musica, ma una visione che attraversa scrittura, immaginario e costruzione del progetto. Da una parte c’è uno spazio concreto, fatto di movimenti, luoghi e riferimenti visivi; dall’altra una dimensione più profonda, legata alla crescita personale, alla consapevolezza e alla ricerca di equilibrio. In questa intervista, Nix racconta il punto di partenza del disco, il lavoro con Jambé, le scelte artistiche e il modo in cui SPAZIO rappresenta oggi il suo percorso.

Il disco di Nix si muove esattamente su questa linea: un doppio percorso, interiore ed esteriore, in cui ogni elemento — dai titoli alle sonorità, fino all’estetica — contribuisce a definire un’identità chiara. La scelta di mantenere il progetto compatto, lavorando su pochi brani ma fortemente connessi tra loro, rafforza ancora di più questa direzione.

Ciao Nix, il tuo nuovo album si intitola SPAZIO. Qual è stato il punto di partenza concettuale del progetto?

Il punto di partenza è stato proprio il concetto di spazio: uno spazio fatto di relazioni, distanze e limiti, sia esterni che interni.

Ho costruito l’immaginario del disco attorno a questa idea, collegando i titoli delle tracce a un universo più “fisico” navicella. Luna, altro pianeta , ma anche a concetti più profondi che emergono nei brani.

La copertina invece richiama una dimensione più simbolica: le posizioni delle mani, ispirate a elementi zen, rappresentano l’armonia con l’universo e una ricerca di illuminazione.

Quindi ci sono due idee di spazio che convivono: una più concreta e una più spirituale.

Al centro di tutto c’è il viaggio: un viaggio doppio, interiore ed esteriore. È il tentativo di capirsi, trovare un equilibrio, ma anche la consapevolezza che ogni scelta può cambiare completamente prospettiva e orizzonte.

Il disco racconta un viaggio tra esperienze personali e visione del mondo. Quanto è autobiografico questo lavoro?

Abbastanza. È un viaggio dentro il mio immaginario, tra riflessioni e frammenti di me, ma senza essere totalmente introspettivo. Ho cercato di intrecciare ciò che sono con ciò che mi circonda, lasciando spazio al mondo fuori.

Hai lavorato con un unico produttore, Jambé. Quanto questo ha influenzato la coerenza sonora del progetto?

Mi piace lavorare con un unico produttore proprio per questo motivo: aiuta tantissimo a mantenere una coerenza sonora lungo tutto il progetto. Con Jambé mi sono trovato subito bene, in poco tempo ci siamo capiti e soprattutto lui ha colto al volo cosa mi piaceva e di cosa avevo bisogno.

Siamo partiti da sample più cinematografici, passando poi a sonorità jazz e soul, dando così diverse sfumature al progetto senza perdere l’identità. Alcuni brani sono stati arricchiti anche da strumenti suonati, come la tromba di Simone Antonioli e il sax di Davide Vinci, che hanno dato ancora più profondità.

In più Jambé non è solo un produttore ma un musicista completo: suona la batteria in modo incredibile, solo amore per Jambé e i progetti con un solo produttore.

Nel disco compare un solo featuring rap, Tusco. Perché hai scelto di mantenere il progetto così personale?

Nel 2025 ho pubblicato un joint album insieme a Il Contagio, “Tutto è fermo”: un progetto di coppia, molto condiviso e ricco di collaborazioni. Proprio per questo, con questo disco sentivo il bisogno di fare qualcosa di più personale e diretto, soprattutto considerando che è anche un progetto con poche tracce.

Volevo uno spazio in cui esprimermi senza filtri, in modo più intimo e coerente. L’unico featuring rap è Tusco, perché oltre a essere un rapper fortissimo è anche un fratello: ci troviamo molto bene sia musicalmente che umanamente, e condividiamo una visione simile su tanti aspetti della vita.

Detto questo, ho tanti amici e artisti che stimo e con cui ho voglia di collaborare, quindi sicuramente ci saranno più featuring nei prossimi progetti.

La copertina del disco ha un forte immaginario simbolico legato ai ninja e all’armonia con l’universo. Come nasce questa idea?

La copertina del disco nasce da un’idea di Menazone, mio DJ nei live e grande amico, con cui condivido la passione per l’immaginario giapponese, soprattutto quello tradizionale. Abbiamo scelto la simbologia dei ninja perché, secondo noi, rappresenta al meglio il concept del disco.

Le due posizioni delle mani raffigurate — To e Zen — simboleggiano rispettivamente l’armonia con l’universo e l’illuminazione. Ogni gesto richiede precisione, controllo e consapevolezza, qualità che rispecchiano anche il nostro approccio all’hip hop.

Esiste una sottile affinità tra la figura del ninja e quella del rapper — il Wu-Tang Clan lo ha già intuito e tradotto in linguaggio pop. Il cerchio rosso rappresenta lo spazio in cui ci dichiariamo, prendendo coscienza della nostra esistenza attraverso la disciplina delle tecniche, la chiarezza del messaggio e la padronanza del flow.

È in questo spazio della creazione, dell’ascolto e della performance che definiamo la nostra identità artistica. Quando comprendiamo il presente, siamo illuminati e in armonia con l’universo, pronti a comunicare la vera missione dell’hip hop: emozionare, raccontare e connettersi attraverso la musica.

Ascolta Nix

Il disco unisce boom bap e sonorità più contemporanee. Quanto è importante per te mantenere equilibrio tra tradizione e innovazione?

Bilanciare tradizione e innovazione è fondamentale per me. Non abbandono il suono tradizionale, perché è quello che mi ha fatto innamorare dell’Hip Hop, ma allo stesso tempo voglio portare la mia impronta personale, fresca e originale. Cerco sempre di creare musica che sia coerente con ciò che considero bella musica e vero Hip Hop, prendendo ispirazione dalle radici ma reinterpretandole in chiave contemporanea.

Dopo questo progetto, in quale direzione pensi possa evolversi la tua musica?

Dopo questo progetto, in quale direzione pensi possa evolversi la tua musica?

Non penso che stravolgerò tutto quello che faccio o la mia linea ma sicuramente quello di mantenere sempre i canoni che ti ho citato nella domanda precedente.

Innovare ma mantenendo la trazione, come in una bella cucina che fa piatti della tradizione con però il suo tocco, senza modificare molti ingredienti, ma magari giusto una piccola aggiunta per cambiare un filino un sapore del piatto e fare la propria impronta alla pietanza.

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