INTERVISTA | Ok Ba: il pop, l’acume, le camicie sgargianti

Pochi versi densi di immagini accavallate, incastonati su un ritmo concitato: questi elementi tratteggiano in modo abbastanza definito la personalità di Ok Ba, pseudonimo dietro cui si celano Alberto Atzori e Pasquale Demis Posadinu, esponenti di punta della scena musicale sarda, in sodalizio dal 2018, quando un Pasquale in veste di giurato ha incontrato un Alberto in veste di concorrente in un contest. Per usare una formula oltremodo abusata, ma senz’altro puntuale, è stato amore a prima vista. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Ritmi incalzanti, liriche a tratti intense e a tratti suggestive, melodie accattivanti. Questi sono solo alcuni ingredienti della formula Ok Ba, progetto musicale nato nel 2018 a Sassari dalle teste di Alberto Atzori (ex frontman, autore e chitarrista de Il Giardino) e Pasquale Demis Posadinu (autore e cantante con un trascorso nella band Primochef del Cosmo). Il duo, con all’attivo un EP e molti brani fuori da un raccoglitore ufficiale, ha intrapreso un’intensa attività live, fatta di esibizioni con camicie sgargianti, di concerti streaming sui tetti di Sassari durante il lockdown (evento promosso da Seahorse Recordings e MarteLive), di partecipazioni a festival come Abbabula (Sassari) in apertura ad artisti del calibro di Federico Fiumani (Diaframma) e Samuel Romano (Subsonica), e tanto altro. Hanno risposto a qualche nostra domanda, partendo dalla loro produzione artistica per spaziare su considerazioni relative a musica e lockdown, streaming e condizione degli artisti indipendenti.

A proposito di domande: “Mangio altre tre caramelle, ok ba’?” è la domanda pronunciata dalla figlia di Pasquale Posadinu al padre, quando sa di dover chiedere qualcosa che in teoria non le sarebbe concesso.

“Ferma la tua lingua sul gelato/ La tempesta estiva è ancora qui/ Dalle colonnine di una radio/ Ritornelli che sognano Rimini” (“Prenditi cura”, Ok Ba, da Una parole, 2019).

L’elemento del mare sembra tornare spesso nel vostro EP: “La casa del mare”, “L’amore, il mare, il gelato” sono i casi più eclatanti, ma si coglie anche in “Fantasmi nudi” (vele, barche abbandonate, scogliere), mentre esulando dall’EP, il videoclip del vostro singolo “Milano non sente” culmina con un tuffo della protagonista da un pontile. Questa ricorrenza è un caso, una cosa voluta, un elemento topico?
Alberto: È un caso vivere in Sardegna, non lo è forse trovare il mare dentro i sardi. Ovviamente siamo consci di questo elemento ricorrente nell’immaginario, ma non ne possiamo fare a meno. Sarebbe forse più strano se scrivessimo canzoni che parlano di montagne! Del resto il mare è una parte enorme della vita di ogni isolano, il fatto che salti spesso fuori nei pezzi penso denoti quantomeno sincerità e appartenenza ad un certo tipo di contesto.

Pasquale: Mi piace l’idea che un lavoro artistico possa essere ricollegato ad un contesto di appartenenza. Mi piace l’idea che se uno è sardo possa cantare di vento, di mare, di natura, purché lo faccia con personalità e con gusto, magari senza cadere nell’effetto cartolina.

Fra i brani del vostro EP, “Orsacchiotti e lapidi” è forse quello con la struttura più particolare. Qual è stata la genesi di questo pezzo? Allargando la domanda alla vostra produzione, qual è il processo di lavorazione sui vostri brani?
A: La genesi è stata più o meno la stessa degli altri pezzi dell’EP. Pasquale mi ha inviato la parte vocale e vi ho cucito sopra una strumentale che sposasse bene il mood un po’ cupo (per usare un eufemismo) del pezzo. Quando si hanno tra le mani testi di questo tipo bisogna stare molto attenti ad equilibrare musica e parole, perché un arrangiamento sbagliato a volte può depotenziare il messaggio. È importante non strafare!

P: Orsacchiotti e Lapidi nasce da un arpeggio di chitarra. Era una classica ballad inizialmente (e delle più classiche): chitarra acustica e voce, pochi elementi ritmici. Poi Alberto – come spesso accade – l’ha trasformata in una roba più strutturata. In genere quando seguiamo questo processo per cui io inizio un brano e magari ci metto pure gli accordi, quello che ne esce è un risultato più vicino al cantautorato. Ma facciamo spesso il contrario, partiamo da una strumentale di Alberto e provo a scriverci qualcosa sopra. In questo caso il lavoro si risulta un po’ più lento per me, perchè devo prima entrare nelle atmosfere del pezzo che tendono a portarmi in qualche direzione specifica. A volte ne escono figate, a volte cose che sento “strane” e poi adoro, altre volte può capitare che mi blocchi proprio e non ne venga fuori niente.

Entrambi avete alle spalle un percorso artistico in qualche modo speculare: da frontman di una band ad artisti “solisti”, per poi congiungervi in questa nuova forma. Cosa potete dire di questo percorso? Quali differenze ci sono fra l’autoproduzione e l’avere alle spalle un’etichetta?
A: Il nostro incontro ci ha permesso di concentrarci su ciò che ognuno sa fare meglio: io la musica, lui le parole sostanzialmente, anche se spesso diamo contributi in entrambi gli ambiti. L’autoproduzione è spesso una strada obbligata, diciamoci la verità. Ci sono meno teste che ragionano, meno budget e quindi forse idee limitate dall’aspetto economico. Ciò può anche portare a fare di necessità virtù, spingendo chi fa musica ad avere il massimo risultato con la minima spesa, generando collateralmente idee brillanti (a volte). Avere alle spalle un’etichetta che crede nel progetto, mette a disposizione un budget e ti leva dalle spalle molte questioni organizzative invece giova sicuramente alla libertà espressiva, semplicemente perché si hanno meno aspetti da curare e ci si può concentrare meglio sull’idea da realizzare.

P: Ok Ba finora ha sempre fatto tutto in autonomia, direi soprattutto di necessità virtù. Anni fa la presenza di una struttura di supporto, che si trattasse di un’etichetta o di un semplice gruppo non strutturato di collaboratori, probabilmente rappresentava una possibilità concreta di fare cose che da solo non avresti mai potuto fare. Oggi le cose stanno in modo diverso, molte più cose possono essere gestite direttamente dall’artista, anche se occorre ancora capire con quale margine di efficacia. Quando penso al sostegno esterno di cui può aver bisogno Ok Ba, penso a qualche figura che ci faccia da consulente, che ci indirizzi, ci sostenga, ma in modo non troppo invasivo. Mi piacerebbe ci fosse qualcuno che si occupa di cose specifiche, dall’immagine artistica della band, alla produzione artistica, al management vero e proprio, ma ho sempre sperato che questo gruppo di persone si autocostituisse spontaneamente, non che possa arrivare qualcuno da fuori e dirci: “Eccoci, siamo qui per voi, ora vi diciamo cosa fare”.

La domanda è di rito: l’attuale emergenza sanitaria ha influenzato non poco il lavoro degli artisti. Avete partecipato ad almeno due iniziative in “live-streaming”. Cosa pensate di queste modalità di fruizione dei concerti? Quali prospettive vedete per la musica dal vivo nel futuro?
A: I live streaming sono un tappabuchi per come la vedo io, nulla di più, perché l’impatto di un vero concerto in questo modo non si potrà mai avere. Come tutti, speriamo che con le vaccinazioni si riesca a tornare ai concerti, sia da musicisti che da spettatori. Sinceramente non vediamo l’ora.

P: So di dire qualcosa di scontato e di dirlo con l’atteggiamento di chi sembra infilare la testa sotto la sabbia ma no, non mi piace l’idea dello streaming. Se mai ci abituassimo a fare i concerti così credo che staremmo perdendo tutto. Spero ci sia data la possibilità di suonare dal vivo, in qualunque modo possibile, un modo che tenga conto di tutte le tutele del caso, ma dal vivo, con le persone che ti guardano, cantano, ballano, magari ti fischiano, basta che ci siano! 

Ricollegandoci parzialmente alla domanda precedente, qual è la vostra opinione sull’affermarsi del digitale e dello streaming come mezzo di fruizione per gli ascoltatori più o meno giovani?
A: Da un lato è fantastico avere in tasca l’intera discografia mondiale, dall’altro l’azzeramento delle vendite è un colpo economico non indifferente. Forse, ma qui si sfiora l’utopia, sarebbe bello che le compagnie di streaming pagassero un po’ di più gli artisti per ogni stream? Al momento la quota è di circa 0,004€ ad ascolto. Sì, quattro millesimi di euro, avete letto bene! Fate un po’ i conti…

P: Credo sia una modalità in mezzo ad altre, di sicuro la più immediata e comoda per una grossa fetta di ascoltatori. Se non fosse che agli artisti viene riconosciuto pochissimo in termini economici, direi che va bene così, ma il discorso si fa complesso se parliamo di royalties, di playlist, di chi le compila. La sensazione è che siamo tornati al monopolio della grandi radio nella selezione della musica che poi diventa mainstrem, solo che adesso quel potere è in mano ai redattori di playlist. Chi sono? Chi li paga? Come ragionano? Cosa vogliono per preferire me ad un altro artista?

Per concludere: “La musica di un tempo era la migliore”, “Ormai è stato inventato già tutto”, sono mantra che vengono ripetuti con cadenza più o meno sistematica, sia dagli addetti ai lavori che non. Cosa pensate della produzione musicale nostrana ed estera “contemporanea” – laddove per contemporanea si intende dai primi anni zero ad oggi?
A: Qua un tempo era tutta campagna! Ovviamente ogni epoca ha la propria musica, ogni generazione i suoi miti, quindi è una questione ciclica. Trovo che negli ultimi vent’anni in Italia si sia alzato di molto il livello delle produzioni, riuscendo ad essere competitivi anche a livello internazionale, quindi non possiamo lamentarci. Sarebbe bello avere l’egemonia angloamericana, ma la lingua è una barriera temo insormontabile, ed è un peccato perché in Italia diamo un’importanza al testo che nel resto del mondo spesso non c’è. All’estero la situazione non è delle migliori perché ci sono tantissimi artisti nella top 50 che si assomigliano troppo… o forse siamo noi troppo vecchi per distinguerli?

P: “La musica di un tempo era meno” o c’era comunque un filtro che lasciava passare solo un certo numero di proposte. Musica bella ce n’era prima e ce n’è ora, forse ora c’è più possibilità di scoprirla con un po’ di consequenziale disordine nell’andare a cercarla. Quando si parla di qualità musicale rispetto al tempo si finisce per mettersi nella posizione di chi ha un gusto più o meno specifico e cerca soddisfazione solo in quella musica che riesce in qualche modo ad associarsi a quel gusto. È come se si creasse un’attesa condizionata dalla mutabilità del proprio gradimento e dalla mutabilità della musica stessa, dei suoni, dei generi, dette tematiche. Ci sarà sempre una percezione di disagio in questo meccanismo, qualunque cosa nuova rischia di diventare disattesa, sgradita. Cerco di allontanarmi il più possibile da questo schema e rispondo che continuo a sentire cose molto belle, in grado di smuovermi con la stessa forza che ebbero nella mia testa, più di vent’anni fa, i primi dischi degli Afterhours o dei Flaming Lips.

di Federico Murzi

Guarda il video Prenditi cura degli OK BA

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Credits fotografici

Foto a colori di Giulia Cherosu

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