INTERVISTA | Paolo Tocco: non ho permesso ai computer di farmi diventare Superman

E’ uscito per IRMA Records il nuovo disco del cantautore abruzzese Paolo Tocco. Un titolo forte e decisamente evocativo: Ho bisogno di aria. Un terzo lavoro di inediti che non lascia troppo spazio ad altre interpretazioni…

Canzoni come la title track di Ho bisogno di aria non la mandano certo a dire con frasi pungenti del tipo “quanti professori ed imbecilli in coro che ti tocca benedire…” e via così per una canzone per la prima volta assai rivolta al sociale. Parallelamente al disco esce anche un romanzo edito da Lupieditore di Sulmona: non più racconti per esplodere il filo logico di una canzone, ma un vero e proprio romanzo che dal disco prende spunti interessanti ma che per il resto, tra finzione e verità, racconta tutto quello che in fondo vediamo ogni giorno. Avevamo conosciuto la scorsa estate il singolo Arrivando alla riva, meravigliosa nenia dedicata alla tragedia degli immigrati. Ora è la volta de La città della camomilla e un nuovo lavoro che promette di cantarvi il suo bisogno di rivoluzione. Chissà che non sia un bisogno condiviso da tanti…

Paolo Tocco: dopo Il mio modo di ballare oggi un disco totalmente diverso…
Decisamente diverso. “Il mio modo di ballare” è stato un progetto sagomato con estrema qualità in ogni suo piccolo dettaglio. Forse è un lavoro che se la può giocare bene con dischi di altissimo livello (parlo della qualità tecnica ovviamente… del resto non spetta a me giudicare). Ma ogni giorno impatto con una scena che sta diventando sempre più plastificata, sempre più robotizzata, da questi suono “non suonati” ma programmati, di queste voci perfette, questi timing assolutamente quadrati… la musica di tutti queste nuove voci è uguale a se stessa. Che noia!!! Nel mio piccolo ho voluto prendere e suonare, come sapevo, come potevo, con i miei errori e i miei limiti. Non sono un musicista provetto e non sono un cantante. Non ho permesso ai computer di fammi diventare Superman. Ho invece lasciato libero me stesso di mettersi in gioco per quello che era. Da questo nasce la bellezza di ognuno di noi… ne sono convinto. Così io e i miei musici ci siamo chiusi in studio e abbiamo suonato. Questo è il mio nuovo disco.

Ho citato questa frase: “quanti professori ed imbecilli in coro che ti tocca benedire…” ce la spieghi?
Ma quante persone si improvvisano al mestiere ogni giorno? E non parlo solo di giornalismo, di critica, di cultura… parlo anche di mestieri “normali” per il comun pensare. E sono proprio i primi nati nel mestiere a far voce grossa da esperti. Nella critica culturale poi siamo tutti bombardati da amatori della cronaca. Quanti magazine, quante redazioni sono popolate da ragazzini alle prime armi. E quanti di questi sono chiamati a ricoprire ruoli di giudizio. Epico vedere la ragazzina di 20 anni in giuria di qualità a Sanremo. Giudicare qualcosa è assai importante, è una responsabilità. E quanto mi mancano le voci autorevoli per dirmi se sto facendo bene o se sto sbagliando tutto. E invece spessissimo devo ascoltare il primo che passa che apre bocca e dice la sua. Il problema non sta nell’avere un’opinione, ci mancherebbe altro. Il problema sta nel chiedersi: ma io che competenza ho per avere un’opinione in merito? Ecco. Se un medico mi fa vedere i risultati di una biopsia io sto zitto e ascolto e cerco anche di capirci qualcosa. Non dico secondo me…  non è solo questione di intelligenza, è anche questione di rispetto. Questo è tutto il cuore del discorso. Che competenza abbiamo per parlare di musica? Per farla? E il problema riguarda anche me, sia chiaro… non sono certo esente da questa analisi. Però dopo 15 anni di quotidiano mestiere quasi ad ogni livello, da Sanremo a blog di Tizio e Caio, direi che forse qualcosina ho tenuto ben stretto. Alla fine comunque, per rispetto, gratitudine e mero opportunismo, devi far buon viso a tutti. Scegli tu per quale motivo… ma buon viso devi sempre metterlo in scena. Davide soccombe a Golia in tutto e per tutto. Forse…

La città della camomilla: è un riferimento alla quotidianità della tua città?
Chieti è chiamata La città della camomilla e quindi non si scappa. Ma sinceramente mi serviva solo una bella chiusa lirica per completare il senso e il periodo. “Camomilla” mi sembrava un’ottima soluzione e da qui ho dato un’identità ad una canzone che si teneva forte sui toni generali. Insomma, questa canzone racconta con cliché assai comuni quelli che sono i poteri forti e le dinamiche politiche e sociali di una cittadina di provincia qualunque. Non sto scoprendo l’acqua calda ed infatti gioco con toni assai comuni e con un video che mette in scena il più classico dei copioni. Succede a Chieti come a Monza come a Perugia come a Catania come a Bergamo e così via… nel testo tiro fuori – sempre con l’uso della metafora – personaggi del governo della mia città ma proprio perché uso la metafora non è tanto a loro personalmente che mi sto riferendo quanto più al personaggio che rivestono e al ruolo che occupano, alle dinamiche che per colpa o per fortuna si trovano a mettere in funzione. Se al posto di Mario Rossi ci fosse Gino Gino la canzone non avrebbe fatto una piega. Pasolini lo raccontava già 50 anni fa…

Ho bisogno di aria è anche un romanzo. Il tuo secondo lavoro legato alle tue canzoni…
Esatto. Il mio modo di ballare è stato un libro di racconti. Anche questa volta volevo ripetere l’esperimento ma strada facendo mi sono accorto che il legame tra le varie storie era forte. Così ho unito il tutto. Ne è venuto fuori un libro dal linguaggio molto differente, un’opera beatnik, se mi si concede il lusso di usare questo termine, assai volgare in cui eccessi di vita, tra alcool e sesso, sono la matrice in cui si sviluppa il bisogno di aria e di rivoluzione del protagonista – che ho chiamato Henry in omaggio a Bukowsky. Quindi, come dire, se le canzoni sono romantiche fotografie di un cantautore di provincia che disegna con colori a pastello la realtà che lo circonda, il romanzo è un duro impatto con le parole di pietra che un poco fanno il verso ad un certo tipo di letteratura e un altro poco se ne fottono dell’estetica e dell’educazione. Anche qui vince l’istinto. Il libro è nato di getto in poco meno di 3 notti. Per il resto devo molto alla Lupieditore che ha investito e creduto in me come scrittore… ora incrocio le dita e staremo a vedere.

Ultima domanda: live. Questa volta uscirai dal vivo?
Questa volta ci proverò promesso. Abbiamo già diversi appuntamenti. Purtroppo come sappiamo tutti il live è una dimensione che sta perdendo di dignità, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista estetico e culturale. Vedo amici e cantautori suonare ovunque, pur di suonare. Poi facciamo un genere di musica che richiede attenzione, partecipazione intellettuale da parte del pubblico. E non sai che dolore vedere cantautori suonare in posti angusti, vicino la porta del bagno, mentre davanti la gente ignora ogni cosa, parla, ride, beve birra etc… Non voglio fare lo schizzinoso, non sono nessuno per pretendere altro e per meritarlo prima di tutto. Ma porre un freno, un limite, imporre con forza alcuni piccoli paletti estetici e culturali credo sia una filosofia di vita che deve nascere prima da noi artisti. Chi viene a sentirci ha il diritto di godersi uno spettacolo importante, che sia in un pub o che sia in un teatro. Noi che suoniamo abbiamo il dovere di rispettarlo. Quindi, sapendo di fare alla fine la parte di chi se la tira e sperando che qualcuno invece capisca questo discorso, proverò a cercare date e appuntamenti a spasso per l’Italia. Ci sono già appuntamenti caldi nelle tasche. Staremo a vedere…

Info: https://www.facebook.com/Paolo-Tocco-69751347511/?fref=ts

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