Pasquale Calò: Where I come from | Recensione

Copertina del disco di Pasquale Calò: Where I come from

Dieci anni per concepire l’album Where I come from, il primo diretto dal sassofonista Pasquale Calò. Ce lo racconta Gilberto Ongaro in questa recensione per Blog della Musica

Where I come from è un album di jazz narrativo. Attraverso i temi, suonati da sax e trombone, e le ritmiche di batteria e basso elettrico / contrabbasso, Pasquale Calò ci racconta una storia in suoni, dai toni spesso delicati e rarefatti, come nella titletrack e in “You and the infinite”, arricchita dagli accordi del Rhodes.

Anche nei momenti a presa rapida, come il tema di “Elefanti d’Africa”, gli arrangiamenti tendono ad essere ammorbiditi. La cosa si accentua nella seconda metà di “The sinner city”, dove si ferma pure la batteria, per addentrarsi in una zona nebbiosa ed elettronica, tra arpeggi e suoni eterei.

La morbidezza va in pausa con “Cybernetic prayer”, dove gli accordi di tastiera vanno in levare, il basso in battere, creando una situazione reggae sui generis. L’assolo di sax qui è scatenato. Il bassista diventa protagonista in “Cordoba”, utilizzando anche dei bicordi, fino a lanciare una ritmica incalzante in 7/8. Nella veloce “Wake up, stand up”, i due fiati si trovano ad incrociare i loro rispettivi assoli, diversificando le improvvisazioni, fino a ritrovarsi uniti nel tema principale.

Ascolta il disco Where I come from di Pasquale Calò

L’album Where I come from è aperto dalla “Supreme being”, suddivisa in due tracce. La prima ha l’andamento più mesto e solenne, la seconda è più vivace, complice un contrabbasso che non fa solo walking, ma proprio running! E in “The rising moon”, l’atmosfera si dilata e diventa ipnotica, con il sassofono che viene riverberato. E qui, si sente l’importanza della presenza del trombonista Salvoandrea Lucifora, che doppia nella melodia Calò.

Influenze da più luoghi, esplorati da Calò, lo hanno portato a catalizzare le esperienze sonore vissute, e fiondarle in questo album. L’espressione generale è comunque delicata, anche nei momenti più “urlati” dagli strumenti. Gli assoli vengono circondati da una dimensione morbida e sobria, che permette di rilassarsi e contemplare il deserto evocato dalla copertina dell’album, e alle misteriose sfere che poggiano sulla sabbia.

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