PERTH: Bon Iver e l’arte del “non concludere”

Dal tragico evento che ha ispirato la canzone PERTH, a un “racconto” del brano dei Bon Iver cercando di delinearne un profilo armonico-melodico e di tracciare un percorso all’interno di una composizione tanto complessa nella sua struttura quanto immediata nell’impatto

Quando i Bon Iver hanno annunciato la loro unica data italiana, il mio primo pensiero dopo aver preso il biglietto è stato: “Se aprono con Perth, mi verrà un infarto”. 17 luglio 2019, Castello Scaligero, Villafranca di Verona: i Bon Iver aprono con Perth. Nonostante tutto, sono ancora vivo. Ma due o tre parole su questa canzone vorrei provare a spenderle.

Il frontman dei Bon Iver in primo piano con tutti piccoli segni neri davanti tipo moscerini

Justin Vernon, l’uomo dietro cui si cela il progetto Bon Iver

Il giorno della morte di Ledger, Matt Amato stava girando il videoclip di The Wolves dei Bon Iver.

«Non si trattava più di girare un videoclip. Dovevamo stare vicino a Matt mentre soffriva per la perdita dell’amico, è stata una veglia di tre giorni»

ha detto il cantante Justin Vernon. Amato, in quei giorni, ha raccontato moltissime storie su Ledger, storie che hanno ispirato Perth, il primo brano dell’album del 2011 Bon Iver, Bon Iver.1

Basterebbero forse queste parole per provare a comprendere il mondo tormentato dietro le note di Perth, senza dubbio uno dei brani più celebri dei Bon Iver. Quello che tenteremo di fare in queste righe non è una recensione, né una prova di critica musicale.

Vorremmo addentrarci nelle atmosfere del brano, nelle sue progressioni armoniche e ritmiche che spiazzano continuamente l’ascoltatore per poi condurlo, forse, ad un approdo:

  1. La risposta di PERTH è il Do minore. Forse.
  2. La risposta è un accordo maggiore. Forse.
  3. Still alive, who you love: il ritornello che non è un ritornello, la strofa che non è una strofa.
  4. Dai 4/4 al 2/4, dal bridge al ritorno a casa
  5. PERTH: un brano che non conclude…?

La risposta di PERTH è il Do minore. Forse.

Il brano si apre con echi e suoni di percussioni indistinte, quasi impercettibili. Forse dei campanacci, rumori di fonderia. Si parte con una progressione tipica di V-VI-I minore. L’apertura è una domanda, una tensione, e sino al terzo accordo non sappiamo dove andrà a parare. Poi ecco, appare l’accordo di Do minore: la risposta alla domanda iniziale.

La chitarra è sottile, e sul Do minore appare una melodia che sarà portante per tutto il brano: parte dal IV grado per culminare sul VI: Fa, Sol, Lab. Questo Lab è quasi un grido, dura più delle due note che lo hanno preceduto, come a voler lanciare qualcosa, ma poi scende in modo speculare al suo andamento iniziale e si riparte con l’accordo iniziale, con quel sapore di “non concluso” tipica di questo tipo di progressione armonica. Siamo in 4/4, la tonalità e di Do minore.

La chitarra è una Les Paul, almeno stando alle esibizioni live di Justin Vernon, con un’accordatura aperta in SI con la IV al basso e il capo sul IV tasto della chitarra. Il basso è minimale, segue le toniche degli accordi con pochi ricami. Poi emergono dei cori, parole incomprensibili, quasi un controcanto alla progressione armonica che si ripete in loop.

Parallelamente, si introduce la batteria a spiazzare l’ascoltatore con un pattern ritmico marziale lievemente in crescendo di intensità e una pausa di 4 movimenti sul battere dell’1.

La risposta è un accordo maggiore. Forse.

Un paesaggio sulla copertina del disco Bon IVER

BON IVER copertina del disco omonimo che contiene il brano PERTH

Ecco che alla pausa parte la strofa, ed è un ulteriore spiazzamento: il brano modula nella relativa maggiore, in Mib. Il falsetto etereo di Justin Vernon è sostenuto dalla batteria (che prosegue la sua figurazione iniziale) e da un tappeto di voci armonizzate fra loro (difficile non scorgere debiti ai Beach Boys e a Brian Wilson). Le prime note della melodia e le prime parole del testo arrivano in un momento di silenzio assoluto, la batteria tace, la chitarra è ferma da sei battute sull’accordo di Do minore, e le parole di Justin Vernon sono una lama che lascerebbe presagire, se è vero che musica e testo dovrebbero viaggiare su binari paralleli, una prosecuzione sull’andamento armonico finora seguito: “I’m tearin’ up/ Sto piangendo”.

E invece ecco che arriva questo Mib maggiore a destabilizzarci totalmente, così come il totale silenzio di chitarra e basso. Ricapitoliamo: dopo un’introduzione di un minuto, un crescendo di chitarra, basso, batteria e cori, una voce gettata nel vuoto, ci aspetteremmo una strofa esplosiva. Ecco che tutto si distende. La melodia parte da poche note, è come se cercasse sempre di trovare un appiglio, un punto a cui tornare. Si muove su degli accordi di tonica, per poi passare a un accordo di V sospeso, quasi a chiederci “dove andremo adesso?”, domanda su cui pare ruotare attorno l’intero brano.

Il terzo accordo è un IV grado, una sottodominante, che non risolve, occorre aspettare l’accordo successivo per tornare a casa, per “trovare un nome”, e si ritorna a un accordo maggiore (Mib) che nel passaggio alla seconda parte della strofa accenna a un Do minore, sempre per mantenere quell’equilibrio precario nell’orecchio dell’ascoltatore ma che è del tutto coerente con il testo:

“I’m tearing up
Acrost your face
Move dust through the light It’s something fane
This is not a place
Not yet awake
I’m raised of make”

“Sto piangendo, le lacrime cadono sul tuo viso.
Muovi la polvere nel fascio di luce
Per rendere degno di fiducia il tuo nome.
È qualcosa di simile a un tempio.
Questo non è un luogo.
Non sono ancora sveglio, sono stato cresciuto con atti.”

Still alive, who you love: il ritornello che non è un ritornello, la strofa che non è una strofa.

Il ritornello viene “lanciato” dalla pausa della batteria e dalla voce: “Still alive, who you love/ Chi ami è ancora vivo” sulla melodia portante del brano (Fa, Sol, Lab e poi a scendere) doppiata da voce e chitarre.

E qui il pezzo esplode. Si torna alla progressione armonica iniziale, ma con una carica strumentale e conseguentemente emotiva completamente diversa: non è più un’introduzione, ma una marea. La batteria è ancora una sorpresa: il ritmo marziale viene abbandonato per lasciare spazio a una figurazione più “slegata”, dove la fanno da padrona il ride e il rullo (che riprende parzialmente la marcia della strofa).

La voce ripete in loop la melodia portante, armonizzata da una nuova chitarra, si intrecciano suoni di fiati.

Siamo immersi in un oceano di suoni che segue perfettamente una sua geometria, in queste onde riusciamo a scorgere un punto di approdo che ci sembra sicuro: una seconda strofa, secondo uno schema molto caro alla popular music, ABABCB. Invece, no. O almeno, non come penseremmo: il pezzo ritorna alla marzialità iniziale (con delle variazioni) e continua a muoversi sulla progressione di V, VI e I. La melodia della voce non è più legata a poche note, ma molto più libera, e una chitarra elettrica si intromette nelle ultime note, quasi a fare da contrappunto. Il testo è criptico e al contempo impattante, come quasi sempre lo sono le parole di Justin Vernon aka Bon Iver:

“In a mother, out a moth
Furling forests for the soft
Gotta know been lead aloft
So I’m ridding all your stories
What I know, what it is, it’s pouring, wire it up
You’re breaking your ground”

“In una madre uscita da una falena
Foreste arrotolate, per una sensazione soffice.
Devi sapere che sono stato portato in alto,
Ed è per questo che sto liberando ogni tuo racconto.
Cioè che so, ciò che è, è che sta piovendo, collegalo!
Stai facendo qualcosa che non hai mai fatto.”

Dai 4/4 al 2/4, dal bridge al ritorno a casa

La chitarra elettrica ci conduce a un crescendo che potrebbe essere un ‘bridge’, dove battute di 4/4 si alternano a battute di 2/4, i tom delle batterie la fanno da padroni insieme ai piatti che scandiscono questi accenti stranianti per l’ascoltatore. Le distorsioni sono tornate a essere quell’onda di prima, ma ormai siamo in pieno tsunami, con i fiati che si muovono sinuosi abbellendo la progressione iniziale e il motivo portante del brano sino al finale che, manco a farlo apposta, “non conclude” (per citare Luigi Pirandello).

Violenti accenti di batteria che vanno a chiudere sul V grado, lasciando qualcosa di non detto, in sospeso. Nel silenzio, si sentono gli echi di quei rumori iniziali. Se da un lato questo potrebbe suggerire una struttura “a cerchio” del brano, va anche sottolineato che si parte dall’indefinito e là si torna. Nessuna risposta.

Finché, quasi a voler evocare finalmente un’oasi, si sente un arpeggio di chitarra che in comune con quanto già sentito ha solo la tonalità. L’orecchio si tende per seguire questa melodia, che però evapora dopo poche battute –  chi conosce il disco sa che è un ponte per il brano successivo, Minnesota, WI.

Un brano che non conclude…?

Dare una scossa all’ascoltatore senza permettergli di adagiarsi. Volendo azzardare un’interpretazione, forse era proprio questo ciò che Justin Vernon voleva fare con questo pezzo, che ricordiamolo: è il primo brano del suo secondo disco Bon Iver, Bon Iver nonché pezzo di apertura di numerosi suoi concerti (fra cui quello a Verona del 2019).

Le modulazioni fra tonalità minore e relativa maggiore, il loop incessante di quelle tre note, gli imponenti pattern di batteria (raffinatissimi nel passaggio dal 4/4 al 2/4 del cosiddetto “bridge”, repetita iuvant) e l’architettura perfetta che culmina e col falsetto di Justin Vernon e con gli orpelli mai eccessivi degli strumenti a fiato, sono solo alcuni degli ingredienti che rendono Perth, a mio avviso, uno dei brani maggiori dell’intera scrittura di/dei Bon Iver, insieme all’assoluta destrutturazione dello schema tipico della “forma-canzone”: qual è il ritornello? E quale la strofa, considerando che le due porzioni di testo principale si muovono su due progressioni armoniche totalmente differenti?

E allora forse, e ripeto forse, quella destabilizzazione data dalla morte prematura e improvvisa di Heath Ledger (cui il pezzo è dedicato), cui si cerca un conforto nelle parole incisive “Still alive, who you love”, quasi urlate, è il fulcro della canzone, il pilastro centrale su cui si regge questa piccola gemma nel mondo del compositore americano.

di Federico Murzi

Guarda il video di Perth

Fonti

  • https://www.rollingstone.it/cinema/news-cinema/10-cose-che-abbiamo-imparato-dal-documentario-i-am-heath-ledger/365808/#Joker
  • La traduzione di Perth è tratta da https://traducocanzoni.wordpress.com/2013/01/03/traduzione-bon-iver-bon-iver/
  • Le foto sono state tratte dalla pagina facebook dei Bon Iver: https://www.facebook.com/boniverwi/

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