Phoebe Bridgers: Punisher | Recensione

E’ uscito per la Dead Ocean il nuovo album di Phoebe Bridgers dal titolo Punisher, un disco intriso di malinconia ma pieno di sfumature timbriche e melodiche. La recensione di Federico Murzi

Copertina del disco di Phoebe Bridgers: Punisher

Phoebe Bridgers, Punisher

“Someday I’m gonna live in your house upon the hill”: le prime parole di Punisher, anno domini 2020, etichetta Dead Ocean, vengono scandite dalla voce cristallina di Phoebe Bridgers su un lontano, soffuso arpeggio di chitarra elettrica che sembra arrivare da dietro una coltre di nebbia. Il brano è Garden song, seconda traccia del disco, successiva a un intro, DVD Menu, che riassume nei suoi oscuri sintetizzatori e diabolici archi molti elementi che saranno l’ossatura del secondo disco della cantautrice americana.

Siamo distanti, per sonorità, dalle chitarre acustiche folkeggianti di Stranger in the Alps, folgorante esordio di Phoebe Bridgers (2017, sempre Dead Ocean). Resta però il gusto per composizioni armoniche e melodiche di immediata presa e di grande genuinità malinconica: su tutte, l’avvolgente fascino di Halloween e Moon song. Non di meno, il terzinato di Savior Complex, con i suoi passaggi di Mi – La – La minore, e la batteria sorda a marcare gli accenti. La malinconia che pervade l’opera, viene amplificata dal languido e ampio uso di archi – si ringrazi la presenza di quel geniaccio di Mike Mogis alle produzione (insieme al già rodato duo Tony Berg/ Ethan Gruska). E si ascolti uno dei migliori brani del disco, Chinese satellite, tendendo l’orecchio per cogliere il dialogo fra i trionfali bordoni e il marziale incedere della batteria.

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Ogni elemento del disco, dalle orchestrazioni ai sintetizzatori passando per le chitarre elettriche che sembrerebbero strizzare l’occhio al post-rock anni zero, si cristallizza attorno alla voce di Phoebe Bridgers. Una voce che è come sempre intonatissima, estremamente duttile e con una capacità interpretativa in grado di fare letteralmente venire la pelle d’oca. Tanto da salvare, insieme al notevole arrangiamento di fiati, il pop-rock al limite del melenso di Kyoto, a mio parere l’episodio meno significativo del disco. Tanto da farmi spalancare la bocca e inumidire gli occhi su Graceland too, brano totalmente avulso dall’atmosfera di Punisher. Una struggente ballata che sembrerebbe venuta fuori direttamente dal repertorio delle boygenius – e non a caso è cantata in duo con Julian Baker.

Alla dolcezza di Graceland too, o della stessa Punisher, costruita su una cellula armonico-melodica che si ripete in loop, fa da contraltare la chiusura del disco. I know the End. Ci lasciamo ingannare da una partenza rilassata e romantica su un tappeto di organo e chitarre elettriche che arpeggiano in lontananza, per poi essere trascinati nell’esplosione del finale. Un finale significativo, che usa tutti gli elementi sparsi lungo il disco: chitarre elettriche, archi, una batteria che parte battendo il tempo sui quarti per poi farsi dirompente in un affastellarsi epico di fiati, voci raddoppiate e armonizzate e cori da stadio all’unisono. The end is here, cantano i cori finali. Spero proprio di no, perché Phoebe Bridgers ha ancora tanto da dire, e lo fa in un disco che, seppur penalizzato da sparuti momenti non particolarmente a fuoco (ICU e Kyoto), fa centro.

Insomma, la fase di transizione dall’indie folk asciutto di Stranger in the Alps (con cui ogni confronto sarebbe insensato: sono due dischi complementari nella necessità e nell’urgenza comunicativa ma diversi seppur non antipodi) si concretizza in un buon disco, che necessita più di un ascolto per poterne coglierne le mille sfumature, e timbriche e melodiche. Chapeau.

di Federico Murzi

Ascolta Punisher di Phoebe Bridgers su Spotify

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