INTERVISTA | Pierpaolo Lauriola, il cantautore che scrive canzoni sui muri

Pierpaolo Lauriola con chitarra e maglia nera

È arrivato al terzo disco il cantautore Pierpaolo Lauriola, Canzoni scritte sui muri: un album pensoso ma anche molto vivo e attuale, caratterizzato da una scrittura di qualità. Lo abbiamo intervistato.

Diamo il benvenuto a Pierpaolo Lauriola. Sei arrivato al terzo album dopo una carriera lunga e ricca di punti salienti. In che tipo di momento arriva “Canzoni scritte sui muri”?
Questo disco arriva in un momento importante della mia vita. Sono diventato da poco papà e sento di essere cambiato. In questo periodo ho passato molto tempo con mio figlio e questa contingenza mi ha permesso di osservare ogni giorno la sua crescita. Il suo arrivo è stato sicuramente il momento più bello della mia vita.

Rispetto agli altri è stato un disco più facile o più difficile? E per quali motivi?
Questo è stato un disco ponderoso perché molte delle canzoni toccano tematiche complicate, come la perdita del lavoro, i legami, gli affetti, la memoria, tutte questioni che sono importanti.

Il disco si apre con Le nostre fragili certezze, un titolo che rispecchia particolarmente il presente in cui viviamo. Da che cosa è stata ispirata?
C’è una frase della canzone che dice “In quei giorni giocavamo a segnare il confine tra chi credevamo di essere e chi eravamo davvero”. Questa frase può rappresentare bene il periodo recente che abbiamo vissuto. Siamo davvero migliori di prima? Non credo. Questa canzone parla di due persone che cercano una strada comune. Mi è stata ispirata da una vicenda personale. Nel teso della canzone si parla del tema dell’accettazione, della fiducia. Nelle mie intenzioni, questo brano vuole essere una canzone d’amore universale, una dichiarazione di fragilità, una richiesta d’aiuto.

“Ho cancellato e poi di nuovo ricreato”, dici ne L’amaro miele: rispecchia il tuo modo di lavorare?
Si questa canzone rispecchia il mio modo di lavorare. Sono attratto dalle novità senza dimenticare il passato e non mi fermo quasi mai alla prima idea.  Quando scrivi una canzone è come quando da bambini si costruiva un oggetto con i Lego, lo si contemplava per qualche giorno e alla fine lo si distruggeva per farne un altro nuovo. Questo processo creativo ti può portare ad arrivare ad una versione finale che ti soddisfa.

Sei particolarmente impegnato nel sociale, per esempio con i ragazzi del carcere minorile Beccaria di Milano. Una delle emergenze passate un po’ in secondo piano con il coronavirus è stata proprio quella carceraria: qual è il tuo punto di vista sulla questione?
L’esperienza con i detenuti mi ha fatto capire quanto sia importante la rieducazione. Penso che le misure detentive possano essere perfezionate. Il paradigma corretto è aiutare a diventare persone migliori.

L’ultimo brano del disco è Da uomo a padre, ma non racconta la tua (recente) paternità, bensì ricordi antichi di calcio ascoltato alla radio. Perché hai deciso di chiudere così il disco?
Perché quando nasce un figlio nascono anche altre due persone, sua madre e suo padre. Questo disco ha un tema fondamentale che lega tutti i pezzi, la trasformazione. Questo concetto mi ha dato uno spunto interessante su cui costruire un finale dove parlo di una madre, nella canzone Ti reggo al ballo le mani e di un papà, in Da uomo a padre. Quale chiusura migliore per questo disco?

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