Pino Nuvola: A fronte praecipitium, a tergo lupi | Recensione

copertina del disco di Pino Nuvola: A fronte praecipitium, a tergo lupi

Il chitarrista Pino Nuvola ha pubblicato il suo secondo inquieto album, dal titolo latino A fronte praecipitium, a tergo lupi. Ce lo racconta Gilberto Ongaro

Una chitarra suonata in fingerpicking, e un camoscio in un momento drammatico come fonte d’ispirazione: questo è A fronte praecipitium, a tergo lupi, secondo album di Pino Nuvola. Il titolo in latino significa: di fronte il precipizio, dietro i lupi. Una trappola, per il povero animale. E Nuvola, complici le accordature libere, con le corde più gravi può scendere più in basso del normale, tesse arpeggi agitati, dalla rilevante impronta ritmica.

L’uso della chitarra in certi momenti è quasi percussivo, e dev’essere uno dei tratti distintivi di quello che il comunicato stampa definisce “american primitive”, cioè uno stile fingerstyle diffusosi negli anni ’50 del ‘900. Se le radici sonore sono a stelle e strisce, lo spunto creativo di Pino nasce però in Italia, nel Massiccio del Grappa, dove vive sia il camoscio che i lupi che lo attendono alle spalle, nella situazione di partenza dell’album.

Ascolta il disco A fronte praecipitium, a tergo lupi

Un “Preludio” statico anticipa le due tracce che danno titolo all’LP: “A fronte praecipitium” e “A tergo lupi”, entrambe pregne di questi arpeggi rapidi e però con pochi sviluppi nell’armonia. Come la paura che immobilizza, ma dentro di sé fa scaturire energie invisibili ma fortissime. La musica rallenta in “Datura stramonium”, nome in latino dello stramonio comune, pianta velenosa, e su questa, le progressioni armoniche iniziano a variare, anche se il dato che spicca sempre è quello ritmico, un tempo cadenzato che fa “camminare” il brano.

E poi ecco il brano che porta il nome latino del camoscio protagonista, “Rupicapra”. Qui si sente ben distinta la melodia dagli accordi in battere e levare, come se fossero due chitarre; magie possibili con l’accordatura libera. A metà, il brano ferma la sua camminata, in una pausa condita da alcuni suoni brillanti, che danno un effetto ambient. Lo sguardo si posa nuovamente su una pianta, “Artemisia”, mantenendo un tono sobrio ma cupo.

“Vertigo” è un altro esempio di forza ritmica. C’è solo la chitarra, ma sembrano molti più strumenti. Terza pianta, è il turno di “Edera”, insomma siamo immersi del tutto nel verde, come la copertina dell’album, uscito per Pipapop Records, etichetta che fa degli album intimisti e scarni la propria cifra stilistica. Ricordo ad esempio Riccardo Buck, che ha registrato un suo album in una stanza a Venezia, interamente con un registratore a cassette Tascam. Le musiche della Pipapop tendono a dialogare con lo spazio circostante, fotografando un momento di realtà, e quella di Pino Nuvola non fa eccezione.

Mentre resto ipnotizzato dall’andamento ripetitivo e quasi sciamanico di “Edera”, mi risveglio solo quando il pezzo è finito. E arriva la doppietta finale. C’è chi dice “Dulcis in fundo”, chi invece “In cauda venenum”. Nuvola opta per questa seconda scelta. “Venenum” è un esercizio di difficile esecuzione, con questo arpeggio centrale rapidissimo, e note più acute e più gravi che gli girano intorno. Dura un solo minuto e 27 secondi, ma è già sufficiente per l’applauso di chi è attento a come sta suonando Pino. E infine “Viperae”, che insiste su questo pedale armonico in tonalità minore, mentre la vivace melodia sembra cercare una via di fuga.

Ci mancava solo la vipera, col suo veleno. E allora, che fare, con i lupi alle calcagna e questo burrone davanti? Al camoscio non resta che farsi coraggio, e tentare il salto. Magari tra le rocce c’è una sporgenza, e può scendere un po’ alla volta. Non lo può sapere, finché non si butta. La tensione di questo pensiero, percorre l’intero album, ribattendo molti arpeggi che restano uguali. In effetti, è un vero e proprio concept album, realizzato con una sola chitarra. Chapeau.

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