I Primal Scream

Chi sono i Primal Scream? Dopo aver visto la storia del brano di Higher than the sun vediamo più da vicino la storia e biografia della band di Glasgow formatasi nel 1982 con Bobbie Gillespie. Ecco i Primal Scream

A giudicare dai post direi che vi siete gustati – e vi è piaciuto molto – il video di Higher than the sun. Ora il mio compito, presentare i PRIMAL SCREAM, è più facile e, ne sono certo, molto gratificante.

Chi sono i Primal Scream

I Primal Scream nascono a Glasgow attorno a metà anni ’80 proponendo un sound alquanto psichedelico, dai contorni piuttosto indefiniti. Più delle gradevoli canzoni contenute nell’album d’esordio, Sonic Flower Grove uscito per la Elevation record nel 1987, colpisce il nome del cantante della band: BOBBIE GILLESPIE. A nessuno sfuggì che quel ragazzotto imbronciato che sfoggiava camicie a pois era colui il quale mesi prima percosse le pelli e diede il ritmo a numerosi pezzi presenti su quel capolavoro che corrisponde al nome di Psychocandy dei Jesus and Mary Chain. BOBBIE è quello famoso, la mente e ispiratore del gruppo invece è ANDREW INNES, chitarrista con esperienze nei LAUGHING APPLE e nei REVOLVING PAINT DREAM, che insieme a JIM BEATTIE rappresentano il nucleo fondante il gruppo. Nonostante i buoni riscontri di critica e di pubblico JIM abbandona il gruppo per seguire il suo sogno denominato SPIREA X.

Bobbie fiuta l’aria e reclutando un giovane chitarrista, ROBERT YOUNG, rifonda il gruppo incidendo nel 1989, per la Creation rec di ALAN mc GEE, Primal scream, che contiene quella Ivy, Ivy, Ivy che fa gridare al miracolo. Ma miracolo non sarà, perlomeno in termine di vendite.

Primal Scream: la svolta della band

Miracolo più miracolo meno, nel 1990, la svolta. Una svolta epocale, nel suono e nella musica di quegli anni. Grazie all’addetto stampa della Creation, Jeff Barrett, il giovane producer ANDREW WEATHERALL mette mani a I’m Losing More Than I’ll Ever Have, ballata piuttosto anonima contenuta nel LP uscito da mò e la trasforma in Loaded pezzo che rappresenta uno strappo col sound di allora e proietta la band su scala nazionale ed internazionale, facendoli divenire i nuovi alfieri di un impasto sonoro che è ancora rock, ma che ha metabolizzato in sé tutta la rave culture che sfocerà. Sound che un anno più tardi troverà compimento nel terzo LP, che a questo punto dovreste già sapere che di Screamadelica, si tratta, probabilmente il punto più alto della loro carriera. E il tutto è frutto di un’intuizione semplicissima e pertanto rivoluzionaria: i PRIMAL SCREAM prendono la psichedelia più solare e la contaminano con l’acid-house, infarciscono le canzoni di campionamenti e accattivanti ritmiche elettroniche.

Stendono un ponte tra gli anni sessanta e gli anni novanta e col decisivo aiuto del già citato Andy Weatherall, buttano lì una Damaged e una Movin’ on up, impreziosite di coro gospel. Sciorinano frivola dance-music con Don’t Fight It, Feel It, non trascurando momenti più sperimentali come Higher Than The Sun, sinuosa ed ipnotica, che farà da apripista a tutto il carrozzone del trip-hop, oppure come Inner Flight o la chilometrica Come Together, sin dal titolo debitrice dei FAB4. Uno strepitoso lavoro di collage sonoro che riassume decenni di musica popolare ormai ammuffita, e li reinventa ad uso e consumo della generazione x. La chiusura è affidata al carillon di Shine Like Stars. Incalcolabile e incredibile è l’impatto, sonoro e concettuale, che questi brani e questo disco avranno su generazioni di future band.

Godersi il meritato trionfo non è un peccato, ma ritornare ad un trito e frusto R&B si, lo è. Non si riesce a capire come dopo tanto splendore, i PRIMAL SCREAM riescano a far uscire, nel 1994, un album come Give Out But Don’t Give Up. Il tour con i DEPECHE MODE è una debacle e molti pensano che Gillespie e compagni siano ormai giunti al capolinea. La speranza si riaccende con un nuovo singolo Kowalski. A supporto c’è anche un bel video, con Kate Moss. La canzone ci riporta sui sentieri di Screamadelica, però con un tono più cattivo e perverso. Nel nuovo album Vanishing Point, del 1997, non troviamo traccia di questa perversione e se confrontato con il precedente può considerarsi un passo in avanti, ma i livelli raggiunti nel 1991 rimangono lontani. L’opera dà l’impressione di essere un tentativo di riallacciarsi ai bei tempi che furono, senza però ricordarsi più come si fa ad essere degli innovatori. A salvare il salvabile ci pensano quelli che vengono considerati comprimari, primo fra tutti l’illuminato tastierista MARTIN DUFFY, ideatore della lunga e fantasmagorica “Trainspotting”, colonna sonora portante dell’omonimo cult-movie.

Gli album degli anni 2000 dei Primal Scream

Serve un coniglio da estrarre dal cilindro! Ed ecco che Gillespie e soci fanno uscire nel 2000 Exterminator ribattezzato Xtrmntr, album con cui il gruppo si avventura nell’insidioso territorio dei “riot-albums”, infatti questo altro non è che un concept che grida e manifesta tutto il disgusto e l’indignazione verso la politica interna del Regno Unito, che fotografa la realtà della gioventù britannica, imprigionata tra droghe, alcool e repressione, scagliandosi apertamente su decisioni ridicole quali il coprifuoco imposto a Glasgow. Il tutto senza parolacce o facili slogan. La loro protesta la si ritrova nelle ritmiche, nel sound, nei riff di pezzi quali Kill All Hippies, oppure in rave-song come Swastika Eyes, a cui possiamo aggiungere terrificanti quei muri di suono di Accelerator e Shoot Speed Kill Light. Non mancano divagazioni nella psichedelia soffice e melodica come in Keep Your Dreams e nei due lunghi brani strumentali, Blood Money e MBV Arkestra, che altro non è che If They Move Kill ‘em, nobilitata dalla chitarra di Kevin Shields, ovvero mr. My Bloody Valentine, amico e assiduo collaboratore dei PRIMAL SCREAM. Da segnalare che alla riuscita dell’opera contribuisce il bassista Gary “Mani” Mounfield, ex STONE ROSES, e i blasonati produttori David Holmes, Jagz Kooner e i Chemical Brothers.

Nel 2002 Evil Heat prosegue sulla medesima strada, senza troppa convinzione e con troppa carne al fuoco, anche se a dire il vero c’è un brano che fa la sua bella porca figura in ogni playlist che si rispetti. È The Lord Is My Shotgun, dove troviamo come ospite Robert Plant.

Passano altri 4 anni, ancora un ritorno. Alle pessime tirate retro rock di Riot City Blues, di cui non si capisce l’esigenza e l’esistenza. Anche qui tanti ospiti, chiamati probabilmente per supplire il vuoto pneumatico di idee, ma nel 2008 con Beautiful future questi scozzesi ci stupiscono nuovamente. Ritornano i beat elettronici, ritorna il bignami del dancefloor, del pop, del punk, del soul. E come si dice in questi casi: spaccano.

Si deve aspettare sino al 2013 per verificare il loro nuovo stato di salute. More Light ci consegna una band ancora in grado di essere apprezzata per pezzi come 2013. 9 minuti pazzeschi. Funk, sound 80 ipervitaminizzato, bossanova, ancora ROBERT PLANT in Elimination blues. Tanta carne al fuoco, ma stavolta ben cotta e servita, anche nella deluxe edition, che offre un bonus disc con 6 tracce esplosive. Attendiamo fiduciosi un nuovo album, mr. Gillespie. Non ci deluda.

Vittorio

Foto tratta da www.youthunitedpress.com

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