INTERVISTA | Random Clockwork: il futuro digitale, il passato della new-wave

Il primo lavoro ufficiale dei Random Clockwork si intitola Wires, connessioni… connessioni tra gli uomini, connessioni delle loro energie, delle loro visioni, delle loro esistenze. Un disco interamente digitale prodotto da Valerio D’Anna del Domus Vega Studio, anche compositore delle musiche

Wires: Luci che iniettano sangue ed energia urbana, scenari distorti dal suono digitale e da maschere che, se cadono, dimostrano di non aver nascosto, piuttosto di aver contribuito al messaggio. L’ascolto dei Random Clockwork diviene esperienza oltre i confini del pop, nella totale immersione delle derive più sofisticate della new-wave italiana e internazionale, con un piglio attento al passato ma senza privarsi di lunghe rincorse nel futuro elettronico che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Un ascolto che merita attenzione.

Ci incuriosisce sempre la genesi dei nomi. Random Clockwork… come non chiedervi da cosa viene ispirato?
Nella nostra primissima formazione (2007) eravamo in quattro: sintetizzatori, DJ, voce super effettata e un VJ alle video proiezioni. Tutto ciò che facevamo ad ogni esibizione era improvvisare melodie, strutture e immagini a tempo con le basi ritmiche. Dunque la nostra performance agli inizi era del tutto “casuale”, da qui il nome “Random”, una casualità che però, passando attraverso delle “macchine”, i computer, gli effetti, diventava “meccanica”, da qui “Clockwork”. Meccanica Casuale, Casualità Meccanica.

Un progetto collettivo, tra voi e il vostro producer Valerio D’Anna, compositore delle musiche. Come avete incrociato i suoni, le liriche e le melodie? C’è stata una precisa catena di produzione?
Non credo si possa parlare di una vera e propria catena di produzione, ma ogni brano è nato da una precisa suggestione che ha ispirato, volta per volta, ognuno di noi con il proprio strumento. Mentre Valerio lavorava ad una base ritmica, Danila sceglieva le parole giuste per le lyrics, contemporaneamente ref di chitarra e basso prendevano forma. La struttura dei brani si è cristallizzata con il proprio legame chimico. Ogni traccia ha dunque una storia a se che si differenzia da ogni altro brano proprio perché la suggestione da cui nasceva era diversa.

Tanti i video in rete e si capisce come l’identità che prima era mascherata ora è divenuta sfacciata. Le maschere sembrano aver preso meno interesse nel vostro immaginario di scena o sbaglio?
Utilizziamo le maschere durante i concerti per completare la nostra idea di spettacolo dal vivo, in cui lo spettatore è chiamato ad immergersi completamente nel nostro mondo e a lasciarsi suggestionare su più livelli. Contrariamente ad altri artisti però, non vogliamo nascondere la nostra identità dietro le maschere, infatti ad un certo punto dello show, vengono tolte e ci mostriamo per ciò che realmente siamo.

E restando sul tema: perché gli animali? E perché quei precisi animali?
L’idea di utilizzare quelle maschere di animali in realtà è giunta un po’ per caso, perché eravamo alla ricerca di un elemento scenico per i nostri concerti. Ci imbattiamo così casualmente in queste maschere della Wintercroft Macks sul web e ce ne innamoriamo subito. Nella grande varietà ognuno di noi ha scelto un animale che maggiormente rappresentava il proprio “daimon” interiore, una sorta di spirito guida.

Le connessioni umane, una parola chiave per questo disco… oggi più digitali che mai. Un vostro sguardo sul sociale? Come stanno cambiando queste connessioni…?
Le realtà dei social network rappresentano un grande mezzo di comunicazione per noi artisti indipendenti, perché ci permette di raggiungere il nostro pubblico ovunque con un click. Sui social si cerca di dirottare l’attenzione sul nostro lavoro e su quello che facciamo cercando di introdurre contenuti accattivanti, e anche se otteniamo parecchi feedback da parte della nostra fanbase, la vera connessione avviene durante i nostri live, quando a fine concerto le persone vengono a parlare con noi e ci ricambiano con la stessa energia che abbiamo trasmesso loro dal palco. La comunicazione dal vivo risulta sempre la maniera più efficace per connettersi e lascia il nostro messaggio attraverso un’esperienza collettiva, puro scambio di energie dunque, che via web arriva solo al 50%.

A chiudere: la ciociaria come provincia delle grandi metropoli. Possono accadere cose anche in provincia nell’era delle infinite connessioni digitali?
Ma certo che sì! Il nostro pubblico, la nostra fanbase si è formata qui in Ciociaria che, come tante province italiane, è una fervida culla di ispirazione per tanti artisti. I luoghi da cui proveniamo ospitano tanti festival musicali di ogni genere, e i locali promuovono la musica dal vivo come valore aggiunto alla loro offerta. Ed è sicuramente grazie ai tanti live svolti in provincia e al nostro pubblico che abbiamo avuto la possibilità di fare un disco in maniera completamente indipendente.

Info: https://www.facebook.com/randomclockwork/

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